La dinamica salariale e la propaganda meloniana
di Federico Giusti ed Emiliano Gentili
La dinamica salariale è controversa da leggere, specie se si prendono in esame dati parziali oppure si scambia il salario netto col lordo, o quello accessorio con la paga base. Se invece rapportassimo gli stipendi al costo della vita allora il quadro sarebbe decisamente più chiaro e sarebbe necessario farlo per non essere tratti in inganno: le retribuzioni sembrano aumentare col passare degli anni e se prendo il mio Cud, vuoi per le ore di straordinario, vuoi per altri istituti contrattuali o per i rinnovi dei contratti nel frattempo siglati, la cifra totale dichiarata è in costante crescita.
Come scritto in tante occasioni, i meccanismi con cui viene regolata la dinamica contrattuale restano alquanto discutibili: la indennità di vacanza contrattuale, ad esempio, è talmente misera da indurre a serie perplessità sulla efficacia di tale irrisorio indennizzo, che per altro viene decurtato dagli aumenti futuri. E per questo motivo ai datori pubblici e privati conviene ritardare di mesi o anni la firma del nuovo contratto, lasciando attualmente oltre 5,5 milioni di lavoratori e lavoratrici in attesa di rinnovo.
L’Istat tuttavia libera il campo da un equivoco: i salari reali sono in caduta libera e rispetto al 2021 hanno perso l’8%. Nella Pubblica Amministrazione l’ultima tornata contrattuale ha portato aumenti del 6% a fronte di una inflazione, nel periodo considerato, di quasi il 18; quindi la perdita del potere di acquisto è certificata e, nel frattempo, i contratti pubblici sono abbondantemente scaduti (da 13 mesi). Nel privato, invece, ad attendere il rinnovo è quasi il 27% della forza lavoro.
L’anno 2025, in cui il costo della vita è cresciuto assai meno che nei 5 anni precedenti, ha visto un aumento delle retribuzioni del 3,2% nel privato e del 2,7 nel pubblico, a fronte di un’inflazione attestatasi all’1,7%. Tuttavia si tratta di un unico anno su una serie ben più lunga di adeguamenti negativi all’inflazione, per cui sarà forse il caso di riflettere, una volta per tutte, sull’assenza di un parametro esaustivo che permetta ai salari di agganciarsi all’effettivo costo della vita (un tempo c’era la scala mobile, poi cancellata anche con la complicità sindacale).
La realtà statistica stride in molti casi con la percezione e la esperienza diretta dei cittadini. Basterebbe ricordare le variazioni annuali del paniere e dell'indice dei prezzi al consumo per beni e servizi ad alta frequenza di acquisto, come quelli alimentari, che fanno percepire ai redditi bassi un’inflazione più alta, oppure si potrebbe parlare delle spese aggiuntive sostenute negli ultimi anni per il riscaldamento. L'inflazione è la media delle variazioni dei prezzi di un insieme di beni e servizi (il cosiddetto “paniere”, per capirci), mentre invece il costo della vita scaturisce dall’esperienza quotidiana, ossia concretamente dalla spesa della famiglia.
Detto in termini brutali il paniere degli Italiani è insufficiente, inadeguato a misurare l’effettivo costo della vita. Sul finire dell’anno scorso la dinamica salariale sembrava in risalita per la firma di contratti nazionali riguardanti numeri elevati della forza lavoro attiva, dalla PA ai metalmeccanici e alle telecomunicazioni, ma se guardiamo ai salari reali si comprende non solo il trucco ma anche la beffa ai danni nostri: il potere di acquisto è in continua erosione.
Se poi andiamo a vedere le retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat il riferimento è ai salari lordi, pertanto hanno avuto buon gioco le detassazioni volute dal Governo Meloni per far pagare al welfare state – anziché agli imprenditori – parte degli aumenti salariali. Ma basta andare a sostenere un paio di visite mediche all’anno dal privato (perché il pubblico viene depotenziato e le liste di attesa sono fin troppo lunghe) che quanto abbiamo “guadagnato” da una parte lo perdiamo, a cifre maggiori, dall’altra. Insomma, in conclusione oltre l’8% della perdita complessiva del potere di acquisto delle famiglie è stato attenuato da interventi fiscali che, però, causeranno negli anni una progressiva riduzione del welfare, favorendo la gestione privata e lucrativa di servizi che dovrebbero essere pubblici e a costi calmierati – se non gratuiti, per le fasce sociali più basse.
Proseguendo, in questi giorni l’Inps ha diffuso i dati relativi alla cassa integrazione: si parla di una riduzione delle ore autorizzate pari al 13% nell’arco dell’ultimo anno. Ma anche in questi casi i dati possono essere controversi e infatti la cassa integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – è in grande aumento: siamo passati da poco più di 40 milioni di ore a 60,7 milioni, il che conferma che alcuni settori dell’economia sono in difficoltà. Si tratta di un dato importante a conferma che tanto ottimismo meloniano sui dati occupazionali e sulle dinamiche salariali è frutto o della incapacità di leggere i dati o, piuttosto, di una operazione menzognera sullo stato di salute dell’economia italiana, fatta a scopi elettorali.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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