La mucca saudita che si è macellata da sola

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La mucca saudita che si è macellata da sola

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di Pino Arlacchi

10 droni e qualche missile sono penetrati una settimana fa nello spazio aereo che circonda la maggiore raffineria dell’Arabia Saudita e l’ hanno distrutta, dimezzando la produzione saudita e riducendo del 5% la produzione petrolifera globale. L’incapacità di proteggere il suo asset più prezioso e di montare una rapida risposta dimostra la vulnerabilità estrema della casa di Saud, e ne pregiudica la posizione di attore credibile della scena militare e politica della regione.
L’Arabia Saudita è una pompa di benzina post-moderna (tirannia medievale più rendita finanziaria), e vulnerabilissima, che riesce a stare in piedi solo perché paga un enorme costo di protezione agli Stati Uniti, o meglio, all’élite plutocratico-militare che domina quel paese.

Gli USA non hanno più bisogno del petrolio saudita. La tecnologia fracking li ha reso indipendenti dalle importazioni di idrocarburi.
Ma il legame tra la casa di Saud e l’America che conta è rimasto. Si basa sulla fornitura di armamenti e sul riciclaggio della rendita estrattiva tramite Wall Street e petrodollaro, e non va sottovalutato: è stato proprio l’11 settembre 2001 a dimostrarne la forza. 15 dei 19 attentatori erano sauditi, ma gli affari della famiglia Bush con la dinastia dei Saud hanno contribuito a deviare prima contro l’Afghanistan e poi contro l’Irak la vendetta americana: Dollar First!
Il tema è stato riasunto da Trump, con la sua consueta eleganza, in campagna elettorale quando ha dichiarato che l’Arabia Saudita non è un alleato, ma spende centinaia di miliardi di dollari in armamenti americani. Perciò «è la nostra vacca da latte, e quando non sarà più capace di produrne, la macelleremo».

Il problema ora è che, invadendo lo Yemen e facendosi fare a pezzi senza reagire metà della sua industria petrolifera la settimana scorsa, la vacca si è macellata da sola.
A beneficio di chi? Non certo degli Stati Uniti, che non possono pensare di raddoppiare le vendite di armi a un cliente che ha già raggiunto i propri limiti di esborso. E che, non sapendole usare, deve essere protetto d’ora in poi con un impegno militare diretto, sul terreno, diventato insostenibile finanziariamente e politicamente.

Il maggiore beneficiario immediato della palese vulnerabilità saudita è senza dubbio l’Iran, che è sia uno Stato che una nazione, nonché la massima potenza regionale da un paio di migliaia di anni. Potenza non aggressiva, che non inizia una guerra da cinquecento anni e che ha intrapreso da poco un percorso di riavvicinamento all’Occidente interrotto dall’avvento di Trump. L’idea, coltivata dai sauditi negli ultimi decenni sulla spinta delle forniture militari americane e dei crescenti prezzi del petrolio, di poter seriamente competere con l’Iran per la supremazia nel Golfo e nella regione, è andata adesso in frantumi.

La palla ora è tutta nel campo di Washington.

Ma il beneficiario di più lungo periodo della débâcle saudita è la pace internazionale. La guerra tra USA e Iran era già improbabile perché non favorita né dal Congresso, né dal Pentagono né dallo stesso Trump. E neppure, ovviamente, dall’Iran e dagli europei, impegnati a mantenere il Trattato nucleare del 2015. E le guerre non scoppiano per caso. Occorre che almeno una delle due parti sia fortemente decisa ad iniziarla.

Si è aperto così uno spazio ulteriore per una soluzione non militare dello scontro tra Stati Uniti ed Iran. Ed è paradossale che stiamo tutti ad aspettare, a questo punto, l’esito finale del confronto tra l’anima isolazionista e quella bullista di un presidente americano lontano 7mila chilometri dal Medioriente.

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