Le “perle” del Corriere della Sera su guerra e “dittatori comunisti”

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Le “perle” del Corriere della Sera su guerra e “dittatori comunisti”

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Al Consiglio europeo in programma per la prossima settimana in Danimarca, i furfanti guerrafondai della UE si apprestano a discutere del cosiddetto “muro anti-droni” e del fantomatico “Eastern Flank Watch” per la «difesa del confine orientale», informa il Corriere della Sera del 27 settembre, riferendosi ovviamente, quando parla di “confine orientale”, a quello della NATO, che fa il paio coi cosiddetti “cieli della NATO”, entità, entrambe, che trascendono coordinate puramente geografiche, fluttuando in un malinteso spazio liberal-bellicista.

Tale “confine orientale”, dicono, sarebbe “presidiato” da diversi paesi tra quelli membri dell'alleanza di guerra. “Presidiato”, si dice; manca solo che si parli di “scolta a poppa” per le navi dell'Alleanza atlantica che incrociano nei mari a nord e a sud delle acque territoriali russe ed è fatta. I termini specifici, oltre che il linguaggio generale, sono ormai quelli più militaristi e a via Solferino si danno come “accertati” (da chi? come? quando?) origine, obiettivi, traiettorie degli «sconfinamenti da parte di droni e jet russi». Questo, quando lo stesso segretario NATO, Mark Rutte, dice non esserci alcuna chiarezza sulla questione.

Ma intanto è lo stesso nazigolpista-capo a pronosticare che i prossimi droni arriveranno fin sull'Italia: chi meglio di lui può dirlo? Una predizione che fa il paio con quella del commissario UE all’Economia, Valdis Dombrovskis (lettone, tanto per precisare), secondo il quale «Sappiamo che le ambizioni imperialiste ed espansionistiche della Russia si estendono oltre l’Ucraina», dato che, farfuglia, Mosca «parla apertamente di invadere altri Paesi, anche Ue e Nato», mentre la premier danese Mette Frederiksen proclama esserci «un paese che rappresenta la minaccia più grande per l'Europa: la Russia».

E per essere ancora più fermi nei propositi, si affida al commissario europeo alla guerra, Andrius Kubilius, il compito di dirigere l'orchestra militare del prossimo vertice a Copenaghen. Si deve del resto a lui la primogenitura del vaticinio su la Russia che tra cinque anni, o forse anche prima, invaderà sicuramente un paese UE, o forse anche più di uno. Dunque, ci siamo: l'oracolo si sta avverando, con Mosca che, al momento, «sta mettendo alla prova UE e NATO e la nostra risposta deve essere ferma, unita e immediata», proclama il lituano. Ancora un passo e da Bruxelles udremo che “La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti”.

Osservatori, non solo russi, ipotizzano che, a questo punto, dopo che la popolazione europea sia stata “lavorata” a puntino con la minaccia dei droni russi, ci si potrebbero attendere una massiccia provocazione del tipo quella alle Torri Gemelle, per dare il via al conflitto armato. E se fino a un paio di giorni fa, osserva Kirill Strel'nikov su RIA Novosti, non era del tutto chiaro cosa, dove e quando potrebbe aversi il culmine della tragedia, ovvero dove potrebbero “rinvenirsi” passaporti “originali” di operatori di droni russi, ecco che vari media ungheresi parlano di piani di Kiev per azioni diversive in Romania e Polonia: la provocazione prevederebbe il ripristino di “Gerani” russi, abbattuti o intercettati, armandoli con testate letali e lanciandoli, camuffati da droni russi, sui principali hub della NATO in Polonia e Romania. Secondo i media ungheresi, i droni russi “Geran” sarebbero già stati consegnati al poligono di di Javorov, sede del Centro internazionale per la pace e la sicurezza.

Per quanto riguarda dunque il “muro anti-droni”, che dovrebbe essere allestito entro un anno, va da sé che Kiev, invitata per la sua «esperienza inestimabile», collaborerà con la UE a sviluppare le capacità di cui l’Unione ha bisogno, mentre il Eastern Flank Watch, informa ancora il Corriere, prevede sistemi anti-mobilità, difese marittime (Baltico e mar Nero) e monitoraggio dallo spazio. Dunque, se si afferma che Kiev può vantare una «esperienza inestimabile», ciò significa che la prospettiva di cui si va a discutere non è tanto quella della «difesa del confine orientale», quanto direttamente della guerra. D'altronde, se l'Ucraina «sta combattendo per tutta l'Europa», non c'è motivo di nascondere che i piani siano quelli di sostenere Kiev finché non si è pronti, militarmente, socialmente e politicamente, a prenderne il posto sul campo di battaglia.

In parallelo e presentando la cosa come un privilegio di cui pochi possano vantarsi, ancora il Corriere della Sera dà conto di quanto raccontato dal capo ufficio presidenziale della junta nazigolpista, Andrej Ermak, su un presunto «grande successo», in riferimento al colloquio Trump-Zelenskij a New York, in margine all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tema del resto su cui ci siamo soffermati nei giorni scorsi su questo giornale e che può essere definito “successo” solo riducendosi, come sembrano amar fare a via Solferino, a scodinzolare dietro ogni smarronata di uno qualsiasi dei ras della junta, tanto da sbavare all'idea che il colloquio online del nazigolpista Ermak fosse «riservato a un ristretto gruppo di testate internazionali, tra cui il Corriere della Sera».

Vien da dire: ma quale onore essere ammessi, tra pochi “privilegiati”, alla “lectio magistralis” di un nazista che intende fornire ammaestramenti sulle dichiarazioni di esponenti russi e su categorie quali «valori europei e democrazie». Al sodo, ecco il dettame che arriva da Kiev: l’Europa deve smettere «di acquistare petrolio e gas dalla Russia, per non commettere più un errore fatto anche dall’Ucraina in passato, prima del 2014. E questo perché dipendere dalle dittature è sempre pericoloso in quanto “non sai come in futuro useranno la situazione contro di te”»; parola di nazigolpista, che intende distribuire a destra e a sinistra patenti di “dittatura” e di “democrazia”, ovviamente, alla maniera meschina dei liberali bianchi e neri, parlando di quelle categorie in maniera del tutto astratta, antistorica e aclassista.

Quindi,dice Ermak, avanti coi droni: come non battessero ogni giorno, già loro stessi, i giornalacci di regime, a sproloquiare su jet, droni, avvistamenti e inevitabilità dello scontro con una Russia che «invaderà sicuramente un paese UE, o forse più di uno». No, si deve pendere dalle labbra del nazista e affermare che «la risposta a Mosca passa allora dalla collaborazione militare dell’Unione per la creazione di “scudi nei cieli dell’Ucraina per proteggere insieme il popolo dai droni russi e iraniani”. Ma anche per tutelare i Paesi europei come Danimarca, Polonia ed Estonia, più esposti agli attacchi russi». E dando per assodato che l'Ucraina ottenga l'adesione alla UE, ecco che Kiev «offre aiuto data la sua “esperienza nella lotta contro i droni russi e i missili russi”». Di nuovo: l'esperienza ucraina in vista della guerra aperta.

Scorrendo ancora il foglio di via Solferino, poi, da spasmo esofageo il commento del signor Francesco Verderami che, riportando le osservazioni vergate da Massimo D'Alema dopo il rientro da Pechino per l'anniversario della vittoria sul Giappone, a proposito del presunto stato di salute di Vladimir Putin, qualifica il presidente russo quale «dittatore comunista».

Un po' di contegno, no? Lazzaroni del Corriere. Verrebbe da piangere, se la cosa non fosse vomitevole. “Dittatore comunista”: in due soli termini, così associati, sono racchiuse tutte le insulsaggini di quanti, scientemente, sproloquiano a uso e consumo della propaganda reazionaria. Parlare di Vladimir Putin come di un “dittatore”, sic et simpliciter, pare ormai entrato nel lessico quotidiano di chi si autoincensa catechisticamente indossando la miserabile tonaca della “resilienza” catto-liberale. Ma attribuire poi al presidente russo la qualifica di “comunista”, significa, di nuovo del tutto scientemente, cercare di adombrare nei lettori una qualche sorta di continuità tra la Russia attuale e l'ordinamento socialista, affossato proprio dai lestofanti, russi e occidentali, di cui cotali giornalacci sono espressione, per tentare di incutere un “sacro terrore” in un malinteso “comunismo”, per scongiurare il quale non c'è, appunto, che la guerra, da loro stessi propagandata e propugnata ogni giorno. Significa cercar di rievocare, nei confronti della Russia odierna, quel clima da “cordone sanitario” contro il “pericolo comunista” che, all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre, portò le soldataglie di quattordici potenze ad aggredire il primo stato socialista.

In ogni caso, l'obiettivo dei mascalzoni che ricorrono a tali locuzioni è comunque quello di evocare la necessità di un intervento armato “preventivo” contro l'atavico nemico di una “democrazia” eternamente e gesuiticamente aclassista, cui sono estranee categorie quali “dittatura di classe” e “democrazia per quale classe” e che dunque, in maniera anti-storica, evoca ipocritamente “Il Dittatore”, rifuggendo dalla questione fondamentale su quale classe, nel determinato periodo storico, nel determinato paese, eserciti la propria dittatura di classe. Basterebbe chiedersi, in maniera elementare, quale classe sia al potere oggi in Russia, quale strato sociale eserciti il proprio dominio. Ma no; l'obiettivo è un altro: è quello di evocare la guerra. E così, jet, droni, MiG, spazi aerei, “cieli della NATO” e “dittatura comunista”: una girandola di termini così bellicosamente cialtronesca, tanto che per trovarne una di tale livello, sul medesimo fogliaccio milanese, si deve risalire al 23 giugno del 1941 con quel «L'Asse in guerra con la Russia sovietica - Schiacciante documentazione del Führer sul doppio gioco del Cremlino, subdolo alleato delle forze plutocratiche ed ebraiche mondiali».

Almeno decidetevi: Vladimir Putin deve definirsi “lo Zar”, come ormai lo definite ogni giorno, dipingendolo alla stregua di una figura peculiare, in Russia, di alcune determinate epoche storiche, che vanno dalla servitù della gleba, a un ordinamento semifeudale, per arrivare, infine, agli albori del capitalismo; o cos'altro? Smettetela una buona volta di affibbiare definizioni che qualificano soltanto il vostro livello para-intellettuale, come quando scrivete, ancora a proposito di D'Alema, che è stato ripreso dalle telecamere «insieme al gotha dei regimi autoritari come il leader della Corea del Nord Kim Jong-un, il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian». Il vostro famigerato “asse del male”.

Ora, detto tra noi, Massimo D'Alema può essere definito in tanti modi, tra cui non ultimo quello di colui che, insieme ad altri, ha contribuito a screditare il PCI quale partito apertamente revisionista: questo non ci riguarda, né ci tocca particolarmente.

Ma chi siete voi, scribacchini di via Solferino, per qualificare di “autoritario” o “democratico” chicchessia, senza nemmeno degnarvi di caratterizzare, con termini chiari e concreti, la vostra malsana “visione” di cosa rappresenti la “democrazia”, a quale epoca storica debba riferirsi nella sua caratterizzazione moderna, ecc., o cosa si intenda per “regime autoritario”?

Non è forse autoritario un regime che affama operai, lavoratori, pensionati, che toglie alle categorie più deboli ogni possibilità di avanzamento sociale e che le priva anzi dei più elementari diritti, a partire da quelli alla salute e a un'assistenza sanitaria pubblica, a quello al lavoro, alla sicurezza del lavoro e sul lavoro: il tutto tagliando miliardi e miliardi alle spese sociali per destinarli alla guerra? Non è forse autoritario un tale regime, in cui, come scriveva Giulio Cesare, con tutti i riti e le credenze di duemila anni fa, «tutti i diritti umani e divini sono sconvolti»? Pezzenti che non siete altro.

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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