L'inganno del fisco: perché i miliardari pagano meno della classe media
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I miliardari non pagano l'imposta sul reddito, è la tesi su cui ruota un libro edito recentemente dalla casa editrice Einaudi, a scriverlo un illustre docente francese che risponde al nome di Gabriel Zucman, coordinatore di alcuni gruppi di ricerca su fisco, mobilità sociale e disuguaglianze.
Ci soffermiamo su una considerazione iniziale ossia quella che giudica il mancato pagamento, da parte dei super ricchi, di imposte sul reddito, una sorta di privilegio inconciliabile con la stessa democrazia.
Non concordiamo con questa idea non perchè non se ne accolga lo spirito e la finalità (combattere le disuguaglianze introducendo un'imposta del 2 per cento sugli ultraricchi) ma perchè alla base di questo ragionamento manca una considerazione complessiva di cosa sia oggi la democrazia borghese ed occidentale.
In un contesto storico tipicamente neokeynesiano le tesi di Zucman non sarebbero considerate eretiche ma anzi molto probabilmente sarebbero state fatte proprie da parte dei governanti o, almeno, direttamente assunte dalle parti sociali. Ma negli ultimi 40 anni la società è cambiata e la stessa nozione di democrazia ha subito profonde trasformazioni, la idea, maturata in ambienti conservatori a inizio anni ottanta del secolo scorso, che dall'arricchimento di pochi avrebbero tratto giovamento (le fatidiche briciole) in molti si è diffusa a tal punto da trasformarsi in una sorta di faro guida. Nessuna critica alle crescenti disuguaglianze economiche e sociali, la tacita accettazione di una disparità crescente che ha bloccato anche l'ascensore sociale arrestando la distribuzione di ricchezze, la quota destinata ai capitali è aumentata esponenzialmente a mero discapito della quota destinata ai redditi da lavoro.
E ci sono paesi, ad esempio l'Italia, nei quali la erosione del potere di acquisto è andata avanti nel corso del tempo alimentando fenomeni di povertà salariale per i quali ormai pur con un contratto full time a tempo indeterminato si può piombare nella miseria relativa e in condizioni di vita all'insegna della precarietà.
Etica e morale hanno subito a loro volta profonde trasformazioni involutive che hanno abituato i salariati a convivere con la disuguaglianza economica e sociale senza avere nulla da eccepire.
E nella odierna società quello che un tempo era considerato ingiusto oggi è invece accolto come evento ineluttabile che non vale la pena di criticare o avversare. Siamo o non siamo il paese di Fantozzi ?
A segnare questo processo divisivo è stata anche la cultura della performance che dal pubblico impiego si è allargata anche ad altri ambiti, la idea delle competenze è poi aberrante specie se le stesse vengono acquisite approfittando di condizioni dispari fin dalla partenza. Se oggi sei figlio di una borghesia colta ti iscriveranno al liceo, magari il migliore della città, frequenterai le famiglie agiate e nel corso della vita accederai a conoscenze importanti, si presenteranno insomma opportunità precluse ad altri, è il trionfo di una società classista , diseguale e sostanzialmente chiusa in cui da tempo è fermo l'ascensore sociale.
E per queste ragioni le teorie di Zucman, se 40 anni fa potevano definirsi appena appena social democratiche oggi appaiono perfino rivoluzionarie essendo radicalmente mutato il contesto sociale e cambiata la stessa nozione di società democratica.
Merita attenzione l'idea della imposta sul reddito, i dati dovrebbero essere studiati e conosciuti, forse al contrario della Francia in Italia certe ricerche non trovano nell'università il terreno fertile e gli stimoli necessari per diffondersi. Del resto la ricerca sociale da tempo è in crisi e qualche indicazione in tal senso dovrebbe anche arrivare dalla gestione dei fondi di ricerca, si privilegiano i progetti Pnrr con ricerca per tecnologie duali (civili ma soprattutto militari)
Accedere ai dati delle amministrazioni fiscali, favorire progetti di ricerca sarebbe utile anche a comprendere i cambiamenti socio economici, forse sono proprio questi cambiamenti a fare paura perchè porterebbero alla luce una realtà da troppi ignorata.
Le metodologie di studio adottate da Zucman sono ben note anche in Italia ma ormai si contano sulle dita intellettuali e ricercatori di grido che indagano le disuguaglianze sociali ed economiche, se lo fanno si guardano bene dal proporre un sostanziale correttivo ai sistemi fiscali, alle dinamiche contrattuali e salariali.
Zucman fotografa la realtà francese giungendo a risultati che potrebbero essere assai simili a quelli italiani con la parte povera e la classe media della popolazione a garantire gran parte degli introiti statali mentre la quota dei super ricchi, in proporzione alla ricchezza posseduta , viene di fatto salvaguardata dal sistema fiscale. Quel centinaio di miliardari super ricchi francesi paga imposte inferiori di due volte e mezzo (parliamo di percentuali ) di quanto paghi invece la maggioranza dei francesi costituita da classe media classe popolare.
E questa cocente disparità nasce proprio dalla mancata applicazione della imposta sul reddito perchè le imposte sulle società non permettono di recuperare risorse e non correggono il trattamento di favore inopportunamente riservato ai ricchi.
Al contrario della classe media e popolare i ricchi consumano solo una esigua parte del loro reddito, hanno innumerevoli entrate, specie di natura finanziaria, sfuggono tanto alla tassa sugli immobili quanto a quella sui fondi.
E quindi la ricchezza derivante dalla finanza, la ricchezza speculativa non solo è divenuta centrale nella democrazia liberista ma ha finito con il dettare le condizioni stesse di funzionamento della macchina democratica per giustificare i propri privilegi. E ormai questi privilegi sono arrivati a un punto di non ritorno, abbatterli significa rimettere al centro della società i salariati e con essi principi di equità sociale oggi banditi.

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