No war, yes peace: la resistenza bolivariana contro il fantasma della Dottrina Monroe

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No war, yes peace: la resistenza bolivariana contro il fantasma della Dottrina Monroe

 

di Geraldina Colotti

Il 16 dicembre 2025, il Teatro Teresa Carreño di Caracas non era solo un palcoscenico, ma l’epicentro di una nuova epopea proletaria. Oltre cinquemila delegati e delegate, eletti dalle oltre 22.000 assemblee di base, hanno chiuso il gran Congresso costituente della classe operaia, insieme al ministro del Lavoro, Eduardo Piñate, a quello dell'Educazione, Héctor Rodríguez, e la presidente della Centrale bolivariana socialista dei lavoratori e delle lavoratrici, Wills Rangel. In platea, un mare di berretti rossi con lo slogan No war yes peace lanciava un messaggio inequivocabile al mondo: il Venezuela non vuole la guerra, ma non teme di difendere la propria dignità.

Il calore della solidarietà internazionale è stato palpabile grazie alla presenza e ai messaggi di sostegno dei popoli e dei sindacati di ogni continente, che hanno riconosciuto in questo congresso il cuore pulsante della resistenza globale contro il capitale.

Mentre la classe operaia discuteva di indipendenza tecnologica e della creazione del Consiglio scientifico, oltre i confini si riaffacciava lo spettro di una nuova Dottrina Monroe. Una dottrina che, a 200 anni di distanza, usa le stesse categorie coloniali: la presunta incapacità dei popoli latinoamericani di autogovernarsi e la necessità di una polizia internazionale statunitense attraverso la pretesa di extraterritorialità delle leggi di Washington.

Donald Trump, nel suo stile suprematista e xenofobo, ha gettato la maschera, mostrando i veri interessi imperialisti. Non si tratta di democrazia — un termine svuotato di senso dal genocidio in Palestina, dalle bombe e dai blocchi — ma di una pretesa coloniale pura e semplice. Trump ha affermato che le aziende USA rivogliono i loro diritti petroliferi, trattando le risorse del sottosuolo venezuelano come proprietà privata della Casa Bianca. Siamo di fronte a quella che lo storico Juan Romero definisce necropolitica: l'imperialismo si arroga il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire attraverso il blocco navale e il sequestro di navi petroliere come la Skipper.

È un’aggressione che ignora il diritto internazionale, lo stesso che proprio in Venezuela, nel 1929, vedeva il Maresciallo Sucre firmare i primi trattati di regolarizzazione della guerra. Maduro ha risposto con fermezza: un governo colonialista non durerebbe 48 ore di fronte alla coscienza del popolo erede dei libertadores e delle libertadoras.

Per comprendere la portata di questo attacco, è necessario tornare alla lezione magistrale di Alí Rodríguez Araque, il cui pensiero è oggi difeso e attualizzato da figure come lo storico Juan Romero e l'esperto David Paravisini. Il punto di concordanza tra questi analisti è cristallino: il petrolio è l'essenza del problema perché rappresenta lo scontro storico tra la proprietà nazionale del suolo e il capitale transnazionale.

Romero sottolinea come l'imperialismo utilizzi il pretesto del debito e della crisi per ripristinare il corollario Roosevelt, cercando di trasformare la risorsa in un bene extraterritoriale sotto giurisdizione USA. Paravisini, dal canto suo, evidenzia come la lotta per la sovranità operativa di PDVSA sia la chiave per smantellare il cavallo di Troia della vecchia tecnocrazia meritocratica.

Insieme ad Araque, essi concordano che la rendita petrolifera non è un dato contabile, ma un territorio di lotta politica: chi la controlla decide se finanziare la vita o la guerra. Questa triade di pensiero ribadisce che il Venezuela non è un debitore insolvente, ma un proprietario sovrano che amministra la propria risorsa in base alle leggi di miniera nate con Bolivar già nel 1829.

Nel programma Sin Truco ni Maña, condotto da Tania Díaz, questo scontro è stato sviscerato attraverso la voce di Yelitze Santaella, Ministra della Donna. Santaella ha denunciato come l'aggressione imperiale colpisca al cuore il nucleo della vita quotidiana, ma ha anche sottolineato la resilienza delle donne venezuelane, avanguardia nella difesa della pace e della sovranità familiare e territoriale. La ministra ha ricordato che la resistenza non è solo militare, ma è la capacità di sostenere il tessuto sociale contro la coercizione economica e il terrore del blocco.

In questa battaglia per la verità, un ruolo cruciale è svolto dai media comunitari e alternativi, organizzati e presenti, per esempio, nella piattaforma Rompiendo fronteras comunicando alternativas (rompiendofronterasmundial@gmail.com). Questi comunicatori popolari hanno rinnovato il loro impegno internazionale per rompere l'assedio mediatico, agendo come una vera artiglieria del pensiero per diffondere la realtà del Venezuela e contrastare le menzogne dell'industria culturale del nord.

Il gran Congresso della costituente operaia ha prodotto una dichiarazione-manifesto che delinea i pilastri della resistenza. In primo luogo, la sovranità tecnologica attraverso il nuovo Consiglio scientifico della classe operaia, per garantire l'autosufficienza e sostituire le importazioni strategiche nel campo industriale e informatico. Segue il piano di riattivazione industriale sotto gestione operaia diretta, per rispondere al blocco con l'incremento della produzione nazionale. Il manifesto sancisce l'impegno dei lavoratori e delle lavoratrici come moltiplicatori della difesa territoriale nell'unione civile-militare, e riafferma il petrolio come risorsa inalienabile per il finanziamento dei diritti sociali conquistati dalla rivoluzione.

In questo clima, il Presidente Nicolás Maduro ha annunciato la convocazione di una nuova tappa della Costituente Operaia per il 9 e il 10 gennaio 2026. Questo organo di potere costituente permanente avrà il compito di blindare l'economia nazionale contro ogni attacco esterno, trasformando definitivamente la classe operaia nel soggetto dirigente della nuova fase produttiva e politica del paese.

Il prossimo 23 dicembre, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU diventerà il campo di battaglia dove il Venezuela, sostenuto da Russia e Cina, smaschererà l'illegalità delle sanzioni e dei sequestri navali. Si discuterà dell'atto di pirateria contro il petroliero Skipper e del tentativo di Trump di imporre una giurisdizione globale attraverso il gran garrote.

Anche il fondatore del sito Wikileaks, Julian Assange, perseguitato per aver rivelato i crimini di guerra degli Stati uniti, ha denunciato come il Venezuela sia nel mirino non per mancanza di democrazia, ma per il suo esempio di alternativa al modello neoliberista. Il giornalista ha anche sottolineato l'ironia di assegnare un premio per la pace a una figura come Maria Corina Machado, che ha apertamente invocato l'intervento militare e l'applicazione della Dottrina Monroe contro il proprio paese: azioni che porterebbero inevitabilmente alla guerra e non certo alla pace.

In Venezuela, il fronte della patria si presenta unito: l'Assemblea Nazionale ha visto l'accordo unanime di tutti i deputati, chavisti e di opposizione, in difesa della nazione contro l'aggressione. Il governo bolivariano risponde con la geopolitica della pace, stringendo accordi con l'asse multipolare e chiamando alla unione perfetta con i militari della Colombia per rinnovare il sogno di Bolivar di una Patria grande. E, intanto, come diceva Alí Rodríguez Araque, in tempi difficili occorre spiegare l'ovvio: il petrolio appartiene al popolo venezuelano. “Abbiamo visto la luce e non torneremo mai più alle tenebre del passato coloniale”, dice la rivoluzione bolivariana, ricordando le parole del Libertador.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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