Quale futuro per l'Ucraina? Il sangue imperialista britannico non mente
Il Regno Unito e il conflitto in Europa. Dalla "farsa" di Istanbul del 2022 di Boris Ivanhoe alle ultime folli dichiarazioni del vice maresciallo a riposo della RAF Sean Bell
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Quella di gettare a mare, nell'aprile del 2022, l'accordo di Istanbul, praticamente già raggiunto, salvo particolari tecnici, e di continuare la guerra con la Russia, fu una decisione autonoma degli ucraini; io non c'entro proprio nulla, aveva detto pochi giorni fa Boris Johnson, intervistato dal podcast inglese “Triggernometry”, ripreso dal canale russo PolitNavigator.
All'obiezione del conduttore del canale, per cui, in ogni caso l'ex premier britannico era a Kiev in quei giorni e, secondo vari canali, era stato proprio lui a “consigliare” di non firmare, Johnson aveva detto che quella è la vulgata messa in giro dal Cremlino e, per assioma, non vi si può dar credito. Pare in effetti che l'allora capo negoziatore ucraino a Istanbul, David Arakhamija, abbia successivamente affermato che, davvero, gli inglesi non avrebbero interferito e che sarebbero stati proprio loro, gli ucraini, a rinunciare a firmare. Stando alla ricostruzione della Tass, invece, pubblicata il 2 maggio del 2024, pare proprio che Arakhamija, intervistato nel novembre 2023 dal canale TV “1+1”, avesse affermato che quando la delegazione ucraina era rientrata da Istanbul, era arrivato a Kiev Boris Johnson e aveva detto: «Non firmeremo proprio nulla con loro», aggiungendo anche che si sarebbe dovuto «combattere e nient'altro».
Messo alle strette dall'intervistatore di “Triggernometry”, per essere comunque arrivati oggi a una situazione molto peggiore di quella del 2022, quando si sarebbe potuto siglare un accordo anche migliore, senza che poi venissero uccise milioni di persone, Johnson ha pensato bene di scaricare tutta la responsabilità sugli ucraini, affermando ipocritamente che la decisione finale spettava comunque a loro, come se il mondo non sapesse da chi e dove venissero prese tutte le decisioni importanti che poi la junta nazigolpista si incaricava di eseguire. E quando gli è stato fatto notare che se Londra e Washington avessero cessato ogni assistenza a Kiev, difficilmente gli ucraini avrebbero acconsentito a continuare la guerra, il prode guerriero, come da copione, ha addossato alla mania bellicista di Vladimir Putin la “scelta obbligata” della junta di “decidere” in autonomia «quando e a quali condizioni condurre negoziati».
Relativamente alla situazione attuale, nell'intervista Johnson ha anche detto che gli ucraini non rinunceranno mai alle rivendicazioni su Donbass e Crimea; ma, dato che, al presente, non sono in grado di recuperare i territori persi, allora tanto vale che firmino un accordo, preparandosi poi alla rivincita: un altro “Minsk”, insomma, nella mente del novello Ivanhoe che, alla maniera del suo “genitore” letterario, mescola realtà e finzione, guardandosi bene dall'assumersi una qualche responsabilità.
Dunque, tocca ancora una volta ai militari puntualizzare le questioni. Intervistato dal canale “Politeka”, il colonnello ucraino a riposo Oleg Starikov ha detto che Kiev dovrebbe consentire quanto prima alle proposte di accordo, o sarà troppo tardi. «È ora il tempo di prendere decisioni, cattive o molto cattive. Non ci sono altre decisioni... le guerre vanno sempre concluse quando, prima di tutto, la cosa va a tuo vantaggio. Ma abbiamo già perso questo momento due volte... a Istanbul e, dopo, nell'autunno del '22. Ma si è deciso di continuare a combattere» e quindi ora la guerra deve essere conclusa prima possibile, prima che le condizioni per l'Ucraina diventino troppo gravi. «Quanto avanti si va, tanto peggio sarà» ha detto Starikov; tra 3-6 mesi, si dovrà «scegliere tra una pessima decisione e una decisione spaventosa. Poi, tra 9-12 mesi, sarà spaventosa e catastrofica. Il tempo gioca a favore della Russia, non per noi... lo ripeto ancora una volta, non si tratta di territori, la questione riguarda le persone e riguarda lo stato».
D'altra parte, osserva realisticamente il corrispondente di guerra Aleksandr Kots su radio “Komsomol'skaja pravda”, è ancora troppo presto per aspettarsi il crollo del fronte ucraino, prima che i paesi occidentali interrompano gli aiuti militari a Kiev, che ora continuano ad arrivare ogni giorno, soprattutto da parte europea. Tra l'altro, sottolinea Kots, la Russia ha già forze significative dispiegate in diverse direzioni e non possono essere sguarnite. C'è bisogno di risorse consistenti, sia per attaccare, che per disporre di riserve per respingere provocazioni, come accaduto nella regione di Belgorod e come potrebbe accadere in quella di Brjansk. Kiev cerca di attaccare in direzione di Pokrovskij, dove le forze russe sono in posizione difensiva, mentre l'offensiva continua su Zaporož'e. Ma non c'è nulla di roseo per le forze di Kiev.
Un paio di giorni fa, un ufficiale ucraino in servizio attivo, Kirill Veres, comandante di un reggimento di manovra droni, lamentava a “Deutsche Welle” l'assenza di motivazione e chiedeva di fermare la guerra: «quella sarà la nostra vittoria», dichiarava. Oltretutto, non c'è nemmeno da far affidamento sulle “forze di pace” europee, che non verranno schierate lungo la linea di demarcazione: non vogliono mica morire per i soldati ucraini, ha detto Veres. Non penso che «apriranno un secondo fronte o si metteranno tra noi e il nemico dicendo: “Che muoiano pure i nostri soldati, non i vostri”. Beh, questo non accadrà: questo è il nostro paese, non il loro».
In effetti, pare che si stia prendendo coscienza, almeno da parte di qualcuno, del semplice fatto che, senza un mandato ONU, qualsiasi “forza di pace” europea non sarebbe tale e potrebbe venir colpita, senza conseguenze per gli attaccanti, come più volte ammonito da Mosca. Ora, l'emigrato ucraino in Russia, Konstantin Bondarenko afferma che paesi come «Francia e Gran Bretagna insistono sulla necessità di introdurre proprie unità in Ucraina sotto forma di forze di pace. Ma il punto è che la questione delle forze di pace non è decisa da questo o quello stato; la questione deve essere risolta a un preciso livello, quello dell'ONU. È necessario ricevere un preciso mandato e non che alcuni stati, così, di punto in bianco, decidano di introdurre truppe in un altro stato, anche se su invito di questo stato. In questa situazione, ai sensi del diritto internazionale, ciò verrebbe considerato un intervento».
Ma, al cuore della questione, non si bada a sotterfugi di parole. Dopo la riduzione degli aiuti americani, i paesi UE dovranno aumentare le spese per la difesa e prepararsi più attivamente alla guerra contro la Russia. Più chiaro di così! Lo ha dichiarato a “Times radio” il vice maresciallo a riposo della RAF e analista militare Sean Bell: «la Russia non vede un futuro per un'Ucraina indipendente, con propri confini, propria autonomia, una propria leadership. Perciò, l'Ucraina ha bisogno di garanzie. L'America non invia truppe in Ucraina, noi non forniamo garanzie di sicurezza. Siamo concentrati strategicamente sulla Cina. La Russia è sul continente europeo. Europa, scendi sul campo di battaglia e fai qualcosa. Ci sono politici in Europa che finora hanno appoggiato debolmente l'Ucraina. Prestano un sostegno sufficiente affinché non venga sconfitta, ma non l'aiutano a vincere. Se l'Ucraina perdesse, sarebbe a rischio la sicurezza europea. È per questo che ora in Europa ci si pongono molte domande: come diavolo poter andare avanti? Se arriva la pace, come si potrà fermare il presidente Putin e ricominciare tutto daccapo? I politici sono così preoccupati che hanno riunito i leader militari, i quali proporranno una serie di varianti», ha detto Bell. E, alla fine, «all'Occidente toccherà confrontarsi con la Russia e dire: vi risponderemo allo stesso modo. State aggravando la situazione, avete iniziato questa guerra, avete invaso l'Ucraina, avete fornito armi a lungo raggio all'Iran. Avete attraversato i confini con tutte le vostre armi. Avete usato l'aviazione. Tutto ciò che dobbiamo fare è prevenire tutto questo in ogni fase».
Alla fin fine, qualcuno che non ci gira troppo intorno, alla maniera di “Boris Ivanhoe”. Batti e ribatti, furono gli ucraini a non voler firmare a Istanbul, noi ci siamo limitati a garantire l'appoggio; poi, chissà, forse si potevano evitare tutti questi morti; ma, in fondo, chissenefrega, sono morti gli ucraini, francesi e britannici partono o non partono e chissà dove andranno...
Ora diventa tutto più diretto e esplicito: Sean Bell-icista non la manda a dir dietro; sangue imperialista britannico non mente.

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