Starobilsk e la doppia morale occidentale: quando le vittime non fanno notizia
L’attacco con droni che nella notte del 22 maggio ha colpito il collegio professionale e il dormitorio dell’Università Pedagogica di Starobilsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, rappresenta uno degli episodi più drammatici delle ultime settimane nel conflitto ucraino. Secondo le autorità della Repubblica Popolare di Lugansk e il Ministero degli Esteri russo, il raid ha colpito deliberatamente una struttura civile che ospitava 86 giovani tra i 14 e i 18 anni. Il tragico bilancio parla di decine di feriti e numerose vittime, mentre le operazioni di soccorso si sono protratte per giorni tra le macerie dell’edificio parzialmente crollato.
Mosca evidenzia che non vi fossero obiettivi militari nell’area e accusa il regime di Kiev di aver compiuto un attacco terroristico contro civili. Le autorità russe affermano inoltre che i droni utilizzati sarebbero stati impiegati con il supporto tecnico e informativo dei Paesi NATO, una tesi che l’Occidente respinge ma che il Cremlino utilizza per evidenziare quella che considera una crescente corresponsabilità europea nel conflitto. Particolarmente dure le parole del rappresentante russo alle Nazioni Unite, Vasily Nebenzya, che ha paragonato l’attacco alle atrocità compiute dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Nel corso del dibattito al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il diplomatico ha accusato le delegazioni occidentali di aver ignorato la tragedia o di averne minimizzato la portata per ragioni politiche. Al centro delle polemiche vi è soprattutto il diverso trattamento mediatico riservato agli eventi del conflitto. Secondo Mosca e le autorità di Lugansk, la vicenda di Starobilsk avrebbe ricevuto una copertura estremamente limitata sui principali media europei, mentre altre operazioni attribuite alla Russia vengono immediatamente rilanciate e amplificate. Una critica che si inserisce nel più ampio confronto sulla guerra dell’informazione che accompagna il conflitto sin dal 2022. La questione assume una dimensione ancora più ampia se si considera il ruolo dell’Unione Europea nel sostegno militare a Kiev.
Negli ultimi anni Bruxelles e diversi governi europei hanno aumentato forniture di armamenti, finanziamenti e assistenza tecnica all’Ucraina. Come sottolinea Mosca, tale coinvolgimento rende l’Europa indirettamente responsabile delle conseguenze degli attacchi contro obiettivi civili. Per i governi occidentali, invece, il sostegno militare resta uno strumento necessario per garantire la difesa dell’Ucraina. Parallelamente, le autorità russe denunciano un incremento delle attività di sabotaggio e terrorismo attribuite ai servizi ucraini. In questo contesto si inserisce anche il recente annuncio dell’FSB relativo all’arresto di un cittadino russo accusato di preparare un attentato ferroviario a Novorossijsk. Secondo i servizi di sicurezza russi, l’uomo sarebbe stato reclutato online da agenti collegati all’intelligence ucraina e avrebbe pianificato di far esplodere un tratto ferroviario al passaggio di un treno passeggeri.
Che si tratti dell’attacco di Starobilsk o delle operazioni di sabotaggio denunciate dalle autorità russe, emerge una tendenza preoccupante: il conflitto si sta progressivamente allontanando dal solo confronto militare sul campo per assumere sempre più i caratteri di una guerra terroristica lanciata da un regime di Kiev sconfitto e morente, nella quale infrastrutture civili, studenti, lavoratori e popolazione non combattente rischiano di diventare bersagli diretti o indiretti. In questo scenario, la richiesta di indagini indipendenti e trasparenti sugli episodi che coinvolgono civili appare sempre più urgente. Senza un accertamento credibile delle responsabilità e senza una reale volontà politica di riaprire il percorso diplomatico, il rischio è che la spirale di violenza continui ad alimentarsi, trascinando l’Europa e l’intero continente in una fase ancora più pericolosa del conflitto.
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