Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE

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Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE

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di Alex Marsaglia

Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.

L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.

La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra. Nel caso odierno vi è addirittura l’aggravante che le classi dominanti sono anche tecnocratiche e dunque la fiducia riposta nei miracolosi effetti della macchina militare diventano fideisti e tendono a risultare svilenti di ogni aspetto razionalistico che invece la scienza richiederebbe. A ciò si aggiunge una crisi capitalistica che sta trascinando sul fondo il centro dell’Impero, cioè gli Stati Uniti stessi. E come denunciato da ormai più di mezzo secolo il complesso-militare industriale diventa il principale fattore di controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto e di sostegno della domanda effettiva. Se è vero che «la costruzione di un apparato militare e il sorgere di un vincolo crescente tra quest’ultimo, la politica del governo e l’economia è una necessità della riproduzione capitalista nei centri di capitalismo avanzato con conseguenze nel resto del sistema capitalista mondiale»[1] l’avanzamento della tecnica ha incrementato sempre di più questa relazione.

Così con una produzione industriale in cui sono necessari sempre meno operai lo stesso complesso militare-industriale si è trovato di fronte alla necessità di arrogare a sé sempre maggiori fette di bilancio. Si veda a tal proposito l’incremento dei bilanci sostenuto dal Ministero della Difesa americano che è stato coerentemente ribattezzato Ministero della Guerra (grafico andamento bilanci difesa USA). Già, perché se è il capitale a muovere i bilanci verso la militarizzazione, è la riproduzione del capitale a incitare alla guerra. Infatti, se la produzione bellica non trovasse alcuna valvola di sfogo in una guerra espansionistica resterebbe intrappolata in un vicolo cieco. È invece la guerra stessa a permettere la circolazione del capitale necessaria a rilanciare una nuova fase di accumulo ancora più marcata.

In questo schema la liberazione dell’Uomo è sempre più difficile, poiché quest’ultimo si trova intrappolato al fondo della caverna platonica da due mostri nichilisti difficili da sconfiggere dialetticamente: l’homo oeconomicus lavora per la reificazione cercando sbocchi per l’incremento del capitale e l’homo technicus «evoluzione e insieme involuzione dell’homo oeconomicus» lavora per «adattarsi al cambiamento tecnologico e del mercato» laddove «adattarsi significa in sé e per sé negare l’uomo in quanto soggetto capace di individuazione e di libero arbitrio»[2].

Seguendo questa duplice logica, come sosteneva già Simone Weil notando la burocratizzazione che ingabbiava l’Uomo nell’organizzazione tayloristica, viviamo in una società in cui i fini sociali  si conformano agli obiettivi del mondo delle imprese e, come scriveva Anders, le innovazioni tecniche non sono mai solo delle innovazioni tecniche, poiché la neutralità della tecnica è un’illusione. Di qui discende tutto l’immenso filone della biopolitica e del biopotere aperto da Michel Foucault che analizza come venga disciplinato quello che ormai possiamo definire il post-umano.

Se vogliamo però recuperare un barlume di speranza è il caso di porci ancora come una forma di vita autonoma all’interno del tecno-capitalismo che, seppur divenuto tecno-fascismo nelle società a capitalismo avanzato, vuole organizzarci ma non ci riesce fino in fondo. Questa organizzazione tende ad espellere il principio di responsabilità da ciò che facciamo, ma l’Uomo resta homo faber poiché è l’Uomo che fornisce direzione anche alla forma più complessa di tecnologia come può essere l’AI e plasma la materia. Riallacciandoci ad Hans Jonas e ad Anders è opportuno “democratizzare la tecnica” per portare la moralità a «penetrare nella sfera produttiva (…) sotto forma di politica pubblica (…) perché il mutamento dell’agire umano modifica la natura stessa della politica (…) Per cui, agisci in modo che le conseguenze della tua azione non distruggano la possibilità della vita futura»[3].

L’Unione Europea ordoliberista sino ad oggi ci ha portato dentro la “trappola stagflazionaria” citata da Dombrovskis fatta di “crescita ostinatamente bassa e di inflazione persistentemente alta”. L’Uomo bianco europeo tutto sommato ha continuato a pensare a sé, infischiandosene dell’Altro e convinto che il fattore tecnico sia il liberatore ha riconosciuto la deposizione della democrazia da parte della tecnocrazia, ma ha lasciato fare. L’Uomo bianco europeo è profondamente ideologizzato dal progresso come orizzonte ultimo della tecnica. Peccato che «questo non era ciò che avevamo previsto, perché gli uomini e la democrazia non progettano, non prevedono e non controllano più»[4]. Così la crisi economica e sociale mai risolta, ma trascinata lungamente in Europa in forme sempre più dolorose per le popolazioni colpite.  È ormai il ciclo del capitale a muovere l’Uomo verso la propria riproduzione sociale in forme sempre più mosse dalla violenza, dall’accumulazione per espropriazione e in ultima definizione dalla guerra. L’economia stessa come attività principale dell’homo faber viene disumanizzata e tecnicizzata. Rispetto a solo qualche anno fa fette sempre più cospicue dei bilanci europei e NATO vengono riservate al ramo militare che, per non inaridirsi, ha però bisogno di sfociare in guerre aperte. E così le economie dei vari Paesi membri diventano sistemiche alla filiera di guerra in Ucraina, rifornendo il fronte dalle retrovie e rendendoci già co-belligeranti de facto. E la lezione di Heidegger sulla tecnica viene accantonata, inseguendo il mito capitalista del progresso. Il pericolo della tecnica viene accantonato e la si considera unicamente come destino (manifesto ed inevitabile) in grado di trascinarci fuori dalla miseria. Eppure il monito del pensatore tedesco era chiaro in merito: se si vive la tecnica «all’insegna di una metafisica oggettivante, diviene un modo per obliare l’Essere nella sua manipolazione, diviene strumento dell’annichilimento dell’Essere, mettendo l’uomo ad avere a che fare unicamente con gli essenti»[5]. Da questo annichilimento dell’Essere nascono solo più essenti cioè dei sonnambuli che viaggiano “non in presenza di se stessi” in modalità “pilota automatico” verso il nulla della guerra alla più grande potenza nucleare del pianeta. L’annichilimento degli europei ci sta conducendo alla guerra contro uno Stato con 6.500 testate nucleari, cioè una potenza in grado di far collassare la biosfera che ci ospita per secoli. E tutto questo per inseguire un’uscita da una crisi economica europea nata proprio per aver seguito il paradigma della metafisica oggettivante: accrescere il capitale con l’accumulazione per espropriazione dei beni appartenenti all’Unione Sovietica smantellata.

La via d’uscita è ritornare all’Essere, cioè ritornare “in presenza di noi stessi”, “riscoprendo la nostra relazione con l’Essere”. Solo così l’Uomo torna ad essere «il pastore dell’Essere» che «perviene alla verità»[6]. Quest’ultima è fatta di un ritorno alla realtà e al pensiero che disvelano il nichilismo del nostro tempo fatto di una delega tecnocratica che ci sta portando alla morte. Il risveglio dal “pilota automatico” bellicista draghiano che ha incastonato l’Unione Europea sul binario della piena conversione all’economia di guerra entro il 2030 (con il programma ReArm EU) si pone innanzitutto chiedendo la neutralità come genuino ritorno alla vita della nazione, contro la morte a cui ci stanno conducendo al fine di alimentare la ricerca del profitto per la macchina bellica.

[1] Esteban Morales Dominguez, Economia di guerra e il complesso industriale bellico: militarismo transnazionale, in Proteo, n. 3-1/2006/2007

[2] L. Demichelis, Sociologia della tecnica e del capitalismo, Franco Angeli, Milano, 2017 p. 10 (corsivo nell’originale)

[3] H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990, pp. 15-16

[4] Cfr. L. Demichelis, La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano, 2015

[5] F. Sollazzo Heidegger e la tecnica. Una introduzione in M. Heidegger, La questione della tecnica, GoWare, Firenze, 2017, p. 18

[6] M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo», Adelphi, Milano, 2000, p.56

Alex Marsaglia

Alex Marsaglia

Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero. 

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