Bolivia, la rivolta sociale contro le politiche neoliberali del governo Paz
La crisi politica e sociale in Bolivia continua ad aggravarsi mentre le proteste contro il governo neoliberista del presidente Rodrigo Paz si estendono in gran parte del Paese. Quella che inizialmente era nata come una mobilitazione contro il caro vita, la scarsità di carburante e alcune riforme economiche si è progressivamente trasformata in una contestazione generale contro l’esecutivo, con richieste sempre più esplicite di dimissioni del presidente. Da oltre tre settimane, migliaia di lavoratori, contadini, minatori e organizzazioni indigene occupano le strade di La Paz e di numerose province boliviane. I blocchi stradali restano attivi in gran parte del territorio nazionale, paralizzando trasporti, approvvigionamenti e attività economiche. Secondo dati ufficiali, almeno 47 blocchi continuano a interessare sette dei nove dipartimenti del Paese. Nel centro della capitale la tensione resta altissima. Le forze di polizia e l’esercito hanno rafforzato la sicurezza attorno a Plaza Murillo, cuore del potere politico boliviano, mentre le manifestazioni guidate dalla Central Obrera Boliviana continuano a riversarsi nelle strade. Nei giorni scorsi gli scontri hanno provocato oltre cento arresti e alimentato accuse di repressione e criminalizzazione del dissenso.
Le organizzazioni sindacali accusano il governo di utilizzare il sistema giudiziario contro i dirigenti delle proteste. Diversi leader sindacali sono stati denunciati con accuse che vanno dall’istigazione ai disordini fino al terrorismo. Nonostante questo, i movimenti sociali promettono di continuare la mobilitazione. Sotto pressione crescente, il presidente Paz ha annunciato i primi cambiamenti nel governo, sostituendo il ministro del Lavoro e promettendo la creazione di un Consiglio Economico e Sociale per aprire un dialogo con le cosiddette “organizzazioni vive” del Paese. L’esecutivo insiste però nel definire le proteste come un tentativo di destabilizzazione con carattere insurrezionale. L’ex presidente indigeno del paese andino, Evo Morales, ha proposto elezioni anticipate come via d’uscita alla crisi. Secondo Morales, l’attuale governo sarebbe privo di una reale base politica e incapace di gestire il conflitto sociale. L’ex leader del MAS ha accusato Paz di portare avanti politiche neoliberali che aggravano il malcontento popolare e aumentano le divisioni interne al Paese. Rodrigo Paz ha respinto duramente le accuse, definendo le dichiarazioni di Morales “deliranti” e sostenendo che l’ex presidente non avrebbe mai realmente accettato la democrazia rappresentativa. Lo scontro tra il nuovo esecutivo e il blocco sociale vicino all’ex presidente appare ormai totale.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno rafforzato il proprio sostegno politico al governo boliviano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington sostiene pienamente il “governo costituzionale legittimo” della Bolivia e non permetterà che “criminali e narcotrafficanti” rovescino un esecutivo democraticamente eletto. Anche l’alleanza regionale denominata “Escudo de las Américas”, promossa dall’amministrazione Trump e composta da vari governi latinoamericani vassalli degli USA, ha espresso appoggio a Paz, denunciando i blocchi stradali come un tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale. Nel comunicato congiunto si sostiene che il governo stia cercando di riparare i danni economici ereditati dagli anni precedenti. Le opposizioni e i movimenti sociali contestano però questa narrazione fallace. Molti leader sindacali accusano l’esecutivo di utilizzare il dialogo come semplice strumento mediatico, senza offrire soluzioni concrete alla crisi economica, alla disoccupazione e alla carenza di carburante.
Il conflitto boliviano assume così una dimensione che va oltre la politica interna. Da una parte c’è un governo apertamente sostenuto da Washington e dai nuovi equilibri regionali conservatori; dall’altra un vasto fronte sociale che denuncia il ritorno di politiche neoliberali e una crescente repressione del dissenso.
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