Un Presidente in fuga

Il leader della coalizione Seleka si autoproclama nuovo presidente della Repubblica Centrafricana

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Un Presidente in fuga

di Mara Carro

Domenica 24 marzo, Michel Djotodia, capo dei ribelli della coalizione Seleka e ministro della Difesa nel governo di transizione nato dall’accordo dell’11 gennaio tra il presidente François Bozizé e i ribelli, si è autoproclamato presidente della Repubblica Centrafricana. L’annuncio segue di poche ore la presa della capitale Bangui e la fuga del presidente Bozizè. 
Djotodia ha promesso il rispetto degli Accordi di Libreville e ha confermato Nicolas Tiangaye come primo ministro del paese, incaricandolo di organizzare elezioni libere entro tre anni.
 
La coalizione Seleka. I ribelli della coalizione Seleka - composta da membri della Convenzione dei patrioti per la giustizia e la pace (Cpjp), della Convenzione dei patrioti della salvezza e del Kodro (Cpsk) e dell’Unione delle forze democratiche per il raggruppamento (Ufdr) – hanno dato il via alla loro offensiva lo scorso 10 dicembre, compiendo rapidi progressi nel nord e nell’est del paese. L’ 11 dicembre hanno conquistato la città di Ndele, il 18 la città mineraria di Bria, il 29  Sibut, arrivando a controllare un terzo del paese prima di aprire alle richieste di negoziato provenienti dal governo di Bangui e dagli organismi regionali africani. 
Ad inizio gennaio 2013, i paesi della Comunità Economica dell’Africa centrale, decisi a impedire la caduta di Bangui, hanno iniziato a inviare rinforzi per proteggere la capitale della Repubblica Centrafricana, minacciata dai ribelli. I rinforzi, provenienti da Ciad, Congo-Brazzaville e Camerun, hanno portato a 760 il numero dei soldati della Forza Multinazionale dell’Africa Centrale (FOMAC), schierata dal 2008 nello Stato africano per contribuire a stabilizzare un paese afflitto da ribellioni croniche. A questa Forza, si è aggiunto un contingente di 300 soldati sudafricani.  
Nel suo messaggio di Capodanno, il presidente François Bozizé si era detto disposto alla formazione di un governo di unità nazionale con i ribelli di Seleka e a tenere colloqui a Libreville, in Gabon, per arrivare a una soluzione politica della crisi. François Bozizé aveva anche assicurato di non avere intenzione di presentarsi per un nuovo mandato presidenziale alle elezioni del 2016 e che avrebbe rispettato "le disposizioni costituzionali."  
 
Gli Accordi di Libreville. Il primo esito dei negoziati, che si sono svolti sotto l'egida dei capi di Stato della Comunità economica degli Stati dell'Africa centrale a Libreville, è stato l’accordo dell’11 gennaio su un cessate il fuoco di una settimana. L’accordo era però vincolato ad una serie di condizioni politico-militari avanzate dai ribelli: le dimissioni del presidente François Bozizé,  il ritiro dei militari del Sudafrica inviati a sostegno del governo, l’integrazione dei combattenti di Seleka nell’Esercito, la liberazione dei prigionieri politici e la nomina di un primo ministro, espressione dell’opposizione, che Bozizé non avrebbe potuto destituire. Sempre sulla base degli accordi, la transizione politica si sarebbe dovuta concludere con le elezioni legislative, da tenersi entro un anno. 
Il 17 gennaio, il presidente Bozizè ha nominato Nicolas Tiangaye, leader della Convenzione repubblicana per il progresso sociale, nuovo primo ministro fino al 2016. Il governo Tiangaye si è insediato il 3 febbraio dopo diversi giorni di trattative sulla distribuzione dei ministeri. Esteri, Giustizia e Sicurezza sono rimasti sotto il controllo del partito del presidente Bozizè mentre Michel Djotodia, capo dei ribelli della coalizione Seleka, è diventato il nuovo ministro della Difesa.
 
La ripresa delle ostilità. Dal 25 febbraio, i ribelli hanno però ripreso ad accusare Bozizè di non rispettare gli accordi e hanno  rifiutano di ritirarsi sulla linea di confine stabilita dai mediatori dell’Africa centrale prima della liberazione dei detenuti politici e della partenza delle truppe straniere dalla Repubblica Centrafricana.  Lunedì 11 marzo, i ribelli di Seleka hanno occupato le città di Bangassou e Gambo, a 900 km dalla capitale. Il 18 marzo, i ribelli hanno arrestato i loro cinque membri del governo impedendogli di tornare nella capitale dopo aver tenuto colloqui con funzionari delle Nazioni Unite, dell'Unione Africana e dell'Unione Europea e hanno concesso a Bozizè un ultimatum di 72 ore per liberare i prigionieri politici ed evacuare le truppe sudafricane. Giovedì 21 marzo, i ribelli hanno ripreso le ostilità e si sono diretti verso la capitale Bangui, incontrando l’opposizione della forza sudafricana. Almeno 13 i soldati sudafricani morti negli scontri. Nel fine settimana, anche la Francia, che già aveva 250 soldati dispiegati nella Repubblica Centrafricana, ne ha inviati altri 300 per garantire la sicurezza dei suoi cittadini e delle installazioni diplomatiche. 
 
Un paese in crisi cronica. Ex colonia francese, la Repubblica Centrafricana è uno dei paesi meno sviluppati al mondo, nonostante ricchi giacimenti di oro, diamanti e uranio.  Dopo tre decenni di governi militari, il primo governo civile si è insediato nel 1993 ed è durato per un decennio. Nel marzo 2003 il presidente Ange-Félix Patassé fu deposto da un colpo di stato militare guidato dal generale François Bozizé. Le elezioni tenute nel 2005 hanno confermato Bozizé, rieletto anche nel 2011 in elezioni contestate dall’opposizione. Il governo, accusato di favorire il gruppo etnico al potere a discapito degli interessi nazionali, non ha mai controllato completamente le zone periferiche del paese, dove persistono sacche di illegalità. La Repubblica Centrafricana  è uno dei paesi della regione dove sono attive le Forze speciali degli Stati Uniti contro l'Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony. La presa di potere da parte dei ribelli Seleka è fonte di ulteriore instabilità per una regione già alle prese con la ribellione nella Repubblica Democratica del Congo.

Per un approfondimento sulla situazione nella Repubblica Centrafricana, si consiglia la lettura di:

1) Cook, N., " Conflict Minerals in Central Africa: US and International responses"
2) "Lord's Resistance Army (LRA) and Joseph Kony: American Efforts to Counter the LRA in Central Africa, Uganda, Central African Republic (CAR), Congo, and South Sudan" Formato Kindle
 

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