Alberto Negri - "La Libia, come la Siria, è un’altra sotterranea guerra per procura".

"A cent’anni dagli accordi di Sykes-Picot, inutile nasconderselo: di destabilizzazione alle porte e dentro casa ne avremo per anni".

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Alberto Negri - "La Libia, come la Siria, è un’altra sotterranea guerra per procura".

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di Alberto Negri* - Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2016
 
A cent’anni dagli accordi di Sykes-Picot per la spartizione anglo-francese dell’impero ottomano, non c’è nessuna idea condivisa per ricomporre i vasi di Pandora scoperchiati tra Medio Oriente e Nordafrica. Una regione in cui milioni di persone hanno dovuto cambiare Paese e indirizzo generando una massa di profughi che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale. 

Inutile nasconderselo: di destabilizzazione alle porte e dentro casa ne avremo per anni. E anche la soluzione di un intervento militare, che in Libia è ancora lontana, non offre solide prospettive perché pure qui è in corso un conflitto dove le potenze, al di là delle dichiarazioni di facciata, sono schierate su fronti opposti: chi sono alleati e nemici? La risposta è ambigua. Per questo intervenire è difficile.

Dopo aver riconosciuto nel 2014 il Parlamento di Tobruk come unico rappresentante legittimo, l’Occidente ha puntato su Tripoli e vuole applicare l’accordo del dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale nella capitale per restituire coesione al Paese e condurre la guerra contro lo Stato Islamico. Molti temono che questi accordi approfondiranno ulteriormente le divisioni tra la Cirenaica e la Tripolitania.

A soffiare sul fuoco sono i cosiddetti “pompieri incendiari”. Il generale Haftar, che boicotta Tripoli, è stato apertamente sostenuto dall’Egitto, dalla Francia e dagli Emirati Arabi. Come del resto le altre fazioni, a Tripoli e Misurata, hanno i loro sponsor internazionali, dalla Turchia al Qatar.

La Libia, come la Siria, è un’altra sotterranea guerra per procura.

I problemi sono molteplici ma volendo semplificare un quadro complesso si può affermare che la questione ha un nome è un cognome, il generale Khalifa Haftar, che aspira a diventare il “liberatore” del Paese, e un luogo, la Cirenaica. La Cirenaica, che racchiude il 70% delle riserve petrolifere, è sempre stata al centro degli avvenimenti decisivi nella storia libica.

È in questa regione che dilagò la resistenza contro gli italiani guidata da Omar el Mukhtar sotto l’influenza della confraternita islamica della Senussia, cui apparteneva re Idris, il quale fu quasi costretto dagli inglesi a diventare nel 1951 il monarca di tutta la Libia: «A Tripoli - protestò allora - non conosco nessuno: potrei fare solo il re della Cirenaica?». Ed è sempre in Cirenaica che il Colonnello Muammar Gheddafi proclamò la rivoluzione il 1° settembre 1969. Qui, a Bengasi nel 2011, è esplosa la rivolta, appoggiata da Parigi, che ha messo fine al regime dopo otto mesi di guerra civile. Da allora questo Paese, tenuto con la forza dalla dittatura, si è disintegrato.

La storia si ripete. È in Cirenaica che si manifesta la maggiore opposizione ai piani Onu per rafforzare il governo di unità nazionale di Fayez Sarraj.
 
La liberazione di Sirte dal Califfato, trascurata da più di un anno e che interessa la stabilità della Libia ma anche quella della Tunisia e dell’area del Sahel, è diventata quindi una partita vitale per i due blocchi rivali che mirano, attraverso una vittoria militare, ad aumentare le loro probabilità di prevalere sull’avversario. Un confronto diretto tra le due fazioni, oltre a significare la fine del processo politico sponsorizzato dall’Onu, comporta anche un grave rischio: si profila un’altra guerra civile.

E l’Italia? I nostri interessi sono concentrati in Tripolitania ma la partita comprende oltre a gas e petrolio l’afflusso dei profughi e la stabilità dell’intera Sponda Sud. E c’è di più. La Libia e la partecipazione militare alla missione anti-Isis in Iraq sono due carte, accompagnate domani dal maxi-vertice africano di Roma, che l’Italia gioca sul tavolo della campagna di fine giugno per l’assegnazione di un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza Onu. È una sorta di “campionato mondiale della diplomazia” che determinerà lo status del Paese nel Mediterraneo e in Europa.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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