E se il Medio Oriente dovesse collassare?

Ecco perchè la situazione in Medio Oriente è un problema più serio del "fiscal cliff" per Obama

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E se il Medio Oriente dovesse collassare?

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Mentre le preoccupazioni del paese sono concentrate sul “fiscal cliff”, Thomas Friedman in Obama's nightmare sottolinea come il pericolo maggiore per l'America deriva dal fatto che l'Affaire Petraeus - lo scandalo che sta minando la credibilità dei vertici militari e dell'intelligence americana – avviene in un momento estremamente delicato, con il Medio Oriente a rischio implosione nel suo complesso. Ogni presidente americano da Dwight Eisenhower ha avuto il suo “incubo” mediorientale: la guerra civile libanese e l'invasione del Sinai per Eisenhower; la guerra dei sei giorni per Lyndon Johnson; la guerra del 1973 per Nixon; la rivoluzione iraniana per Carter; il Libano per Reagan; l'Iraq per George H.W. Bush; Al Qaeda ed Afghanistan per Bill Clinton; l'Iraq e l'Afghanistan per George W. Bush. Nel primo mandato l'incubo per Barack Obama ha riguardato l'Iran e l'Afghanistan, ma per il secondo Friedman teme che potrebbe divenire tutto il Medio Oriente, che sta implodendo in una serie di guerre civili e collassi interni degli stati, con il pilastro della stabilità regionale, la Siria, che sta esportando fuori confini il conflitto interno. 
I confini siriani sono artificiali e tutte le comunità – sunniti, sciiti, Alawiti, curdi, drusi e cristiani – sono legati con le nazioni vicine, che stanno cercando di intervenire in loro aiuto: il leader regionale sunnita, l'Arabia Saudita, e quello sunnita, l'Iran, stanno combattendo il predominio d'influenza regionale proprio in Siria e Bahrein, base della quinta flotta della Marina americana. Sul come agire, Friedman sostiene che sia importante considerare quello che è accaduto in Iraq, che, come la Siria, è costituita da sunniti, sciiti, cristiani e curdi. Sul perché il dopo Saddam non ha portato a conflitti generalizzati nella regione, la risposta Friedman la trova nell'azione svolta dagli Stati Uniti. L'invasione americana ha, da un lato, generato la guerra civile, ma l'ha al tempo stesso contenuta con l'accordo imperfetto di condivisione del potere tra sunniti e sciiti. Al momento non è possibile dire se il patto durerà anche dopo che le truppe americane saranno uscite.
La lezione, secondo Friedman, è che se un paese multietnico e settario deve costruire un momento di transizione politica dopo la caduta di un regime dittatoriale, un elemento chiave è la presenza di una potenza esterna che possa mediare il nuovo ordine. La guerra civile siriana è stata condotta principalmente dalla comunità sunnita del paese contro la minoranza sciita ed alawita al potere. Senza una potenza desiderosa di inserirsi nel caos siriano e mediare il nuovo ordine, il rischio è che il conflitto tra sciiti e sunniti possa infiammare le due comunità anche in Iraq, Bahrein, Libano, Arabia Saudita, Turchia e Kuwait.
L'America deve quindi collaborare con la Russia, il principale avvocato internazionale di Assad, per attuare la transizione mediata dalle Nazioni Unite. L'alternativa, il caos diffuso in tutta la regione, sarebbe un problema molto più grave del "fiscal cliff" da affrontare.

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