Genocidio degli Armeni: in crisi l’asse Merkel-Erdogan?

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Genocidio degli Armeni: in crisi l’asse Merkel-Erdogan?

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di Vincenzo Brandi
Roma 3.6.2016                    

Il 2 giugno scorso il Parlamento tedesco, quasi all’unanimità, ha dichiarato che fu “genocidio” la deportazione di massa verso il deserto siriano, con la morte per stenti di almeno un milione, o un milione e mezzo, di persone, ed i massacri diretti degli Armeni della Turchia orientale avvenuti nella primavera del 1915.
 
In realtà già il 15 aprile 2015, nel centenario della strage, il Parlamento Europeo, e poi la Duma russa, ed i Parlamenti di Francia, Olanda, Svezia, e Italia, avevano votato mozioni simili. Ma il voto tedesco, arrivato in ritardo, ad un anno di distanza, su proposta di alcuni deputati socialdemocratici e “verdi”,  assume un particolare significato, visto l’asse privilegiato che si era venuto a determinare tra la Cancelliera tedesca Merkel ed il Presidente-padrone della Turchia Recep Tayyp Erdogan.
 
Inoltre in Germania lavorano tre milioni e mezzo di lavoratori turchi e pesa anche il fatto che, all’epoca dei fatti la Germania e l’Impero Ottomano erano alleati nell’ambito della Prima Guerra Mondiale, ed il massacro  (nel più completo silenzio dei Tedeschi) fu perpetrato in quanto gli Armeni della Turchia,  tradizionalmente cristiani, erano accusati di parteggiare e collaborare con i Russi che attaccavano la Turchia da est.

Questi avvenimenti hanno avuto recentemente risonanza anche grazie ai film “La Fattoria delle Allodole” dei fratelli Taviani (tratto dal libro di Antonia Arslan), ed il bellissimo “Il Padre”del regista tedesco di origini turche Fatih Akin (già noto per “La Sposa Turca”).

Il ricatto posto da Erdogan all’Europa con l’apertura della rotta “balcanica”,  attraverso di cui oltre un milione di rifugiati siriani, afghani, iracheni, in fuga dalle guerre indotte dalla stessa Turchia, dai paesi della NATO e dalle petromonarchie (in primis l’Arabia Saudita ed il Qatar) erano stati spinti nel corso del 2015 verso l’Europa centro-settentrionale, aveva ottenuto l’effetto sperato. La cancelliera Merkel, in cambio della chiusura di questa rotta, e contraddicendo clamorosamente le sue demagogiche precedenti affermazioni a favore di un’apertura generalizzata delle frontiere a favore dei profughi (gradite peraltro ad una parte della Confindustria tedesca alla ricerca di carne fresca che rimpinguasse l’esercito di riserva del lavoro), aveva promesso alla Turchia miliardi di Euro, il libero passaggio dei cittadini turchi verso la Germania senza visto, ed un’azione tesa a favorire l’ingresso della Turchia nella UE.

La “democratica” Germania si era così resa garante del fascistoide “sultano” di Ankara, che, oltre ad alimentare la guerra in Siria facendo passare attraverso la frontiera turco-siriana migliaia di combattenti con armi e munizioni, fa tuttora assediare con l’esercito le città kurde del sud-est del suo stesso paese (come Cizre, Nusaybin e Dyarbakir), bombarda le basi delle formazioni di sinistra kurde in Iraq e Siria, reprime i moti popolari di opposizione nella stessa Turchia, sfrutta il lavoro minorile dei bambini profughi nelle fabbrichette semi-clandestine al confine, fa arrestare giudici e giornalisti che cercano di far emergere la verità, tenta di re-islamizzare una società che il padre della patria Kemal Pascià “Ataturk” si era sforzato di rendere laica.

Ora questa alleanza vergognosa sembra entrare in crisi e la mozione del Parlamento tedesco appare anche come un colpo assestato alla stessa politica della Merkel che ha molti critici all’interno della sua stessa maggioranza (ad esempio nella CDU bavarese) e molti oppositori sia a destra (con il partito populista Alternativa accreditato ormai di almeno il 15%), sia a sinistra (si vedano in particolari le dichiarazioni della combattiva esponente della Linke Sarah Wagenknecht, che le sono costate anche un’aggressione personale).


La reazione furibonda di Erdogan, che minaccia “serie conseguenze”, comporta sviluppi imprevedibili. Il “sultano” potrebbe riaprire la rotta balcanica ridottasi a poche migliaia di profughi nel 2016 ( anche se le responsabilità della Turchia nell’attuale  rilancio della rotta mediterranea dalla Libia all’Italia non sono da sottovalutare, visto che i Turchi sono i protettori delle formazioni jihadiste di Fair-Lybia, o “Alba libica”, legate alla Fratellanza Musulmana”, che a loro volta controllano gli scafisti ed il traffico di esseri umani, tra cui molti Siriani, Afghani ed Iracheni provenienti dalla stessa Turchia).

Non sono esclusi altri colpi di testa dell’ormai incontrollabile dittatore islamo-nazionalista di Ankara, ormai difficile da gestire anche da parte di suoi alleati tradizionali come gli Stati Uniti, la NATO e la Germania

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