Il crollo del consenso laburista e la fine dell’illusione progressista neoliberale
Le elezioni locali britanniche stanno assumendo il valore di molto più di una semplice battuta d’arresto per il governo di Keir Starmer. I risultati emersi tra Inghilterra, Scozia e Galles mostrano infatti una crisi politica più profonda: il progressivo collasso della sinistra liberale e neoliberista europea, sempre più incapace di rappresentare le classi popolari che un tempo costituivano il suo blocco sociale storico. Il Partito Laburista perde terreno praticamente ovunque, schiacciato da una doppia pressione: da destra avanza con forza Reform UK, mentre nei centri urbani e universitari cresce il consenso verso i Verdi. Il risultato è una frammentazione politica che mette in discussione l’intero assetto bipartitico britannico e segnala una trasformazione strutturale del panorama politico occidentale. Particolarmente simbolico è il crollo del Labour nelle ex roccaforti operaie del nord e delle Midlands, le storiche “red wall” che già avevano mostrato segni di ribellione negli anni della Brexit. Reform UK è riuscita a sottrarre voti sia ai Conservatori sia ai Laburisti, consolidando una presenza sempre più stabile in territori che fino a pochi anni fa apparivano inespugnabili per le forze populiste di destra.
A Hartlepool, Burnley e Newcastle-under-Lyme emerge con chiarezza una dinamica che preoccupa profondamente la dirigenza laburista: il ritorno del Labour al potere nel 2024 potrebbe essere stato solo una parentesi temporanea, favorita più dal crollo conservatore che da un reale recupero di consenso sociale. Il dato dell’Essex è emblematico. Reform UK controlla oggi il consiglio della contea dopo aver conquistato decine di seggi, in una regione storicamente dominata dai Conservatori. In pochi anni il partito di protesta è passato da presenza marginale a forza radicata nel territorio, intercettando il malcontento verso l’establishment britannico. Dietro questi numeri si nasconde una crisi più ampia che attraversa tutta l’Europa occidentale. La socialdemocrazia contemporanea, convertita da decenni al neoliberismo, all’atlantismo e alle politiche di austerità mascherate da modernizzazione, appare sempre più scollegata dalle condizioni materiali delle classi lavoratrici. Il Labour di Starmer rappresenta in modo quasi paradigmatico questa trasformazione. Dopo aver archiviato definitivamente l’esperienza di Jeremy Corbyn, il partito ha scelto una linea apertamente centrista, rassicurante per i mercati finanziari, per la NATO e per gli ambienti economici londinesi, ma incapace di offrire risposte concrete sul costo della vita, sulla crisi abitativa e sul deterioramento dei servizi pubblici. Non sorprende quindi che la popolarità di Starmer sia precipitata sotto il 20%, mentre circa il 70% dei britannici esprime un giudizio negativo sul suo operato.
Lo stesso premier ha ammesso che gli elettori sono “frustrati” perché le loro vite “non stanno cambiando abbastanza velocemente”. Ma proprio qui emerge il nodo centrale della crisi della sinistra neoliberista europea: una volta abbandonato il conflitto sociale e la rappresentanza economica delle classi popolari, i partiti progressisti finiscono per somigliare sempre più ai loro avversari conservatori, perdendo identità e radicamento sociale. In Gran Bretagna, come in Francia, Germania o Italia, il vuoto lasciato dalla sinistra tradizionale viene riempito da forze populiste, sovraniste o antisistema che riescono a intercettare rabbia, sfiducia e senso di abbandono. Reform UK cresce non soltanto grazie al tema dell’immigrazione, ma anche sfruttando il malcontento verso un establishment percepito come distante, elitario e incapace di migliorare le condizioni materiali della popolazione. Nel frattempo, all’interno dello stesso Labour si moltiplicano i dubbi sulla leadership di Starmer. Diversi analisti ritengono improbabile che possa guidare il partito fino alle prossime elezioni generali. La crisi economica internazionale rischia inoltre di aggravare ulteriormente la situazione.
L’aumento dei costi energetici provocato dalle tensioni nello Stretto di Hormuz e dalla guerra tra Stati Uniti e Iran rende ancora più difficile mantenere le promesse elettorali di crescita economica e miglioramento del tenore di vita avanzate dal Labour nel 2024. Il problema, però, va oltre il singolo governo britannico. La parabola del Labour riflette la crisi più generale di un’intera classe dirigente europea che, dopo aver sposato il paradigma neoliberista e globalista, fatica oggi a comprendere la profondità della frattura sociale prodotta da decenni di precarizzazione, deindustrializzazione e impoverimento del ceto medio. In questo contesto, il crollo del consenso verso il Labour non appare come un episodio isolato, ma come un altro segnale del progressivo esaurimento della sinistra liberale occidentale. Una sinistra che continua a parlare il linguaggio della stabilità finanziaria e della governance tecnocratica mentre ampi settori popolari chiedono protezione sociale, sovranità economica e cambiamenti concreti delle proprie condizioni di vita.
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