Araghchi a Pechino: la Cina come scudo diplomatico dell'Iran

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Araghchi a Pechino: la Cina come scudo diplomatico dell'Iran

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è atterrato mercoledì a Pechino per quella che, nei fatti, è molto più di una semplice visita diplomatica. È il suo primo viaggio in Cina da quando, alla fine di febbraio, la coalizione Epstein (USA e Israele) ha scatenato una guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Un contesto che rende l'incontro particolarmente carico di significato.

Il dialogo tra le due capitali ruota attorno a una parola: fiducia, come evidenzia il quotidiano cinese Global Times. Araghchi l'ha usata esplicitamente, dichiarando che l'Iran ripone fiducia nella Cina e sostenendo la proposta in quattro punti con cui Xi Jinping punta a ricucire le tensioni nella regione. Una proposta costruita su principi come la sovranità degli Stati, il rispetto del diritto internazionale e l'idea che sviluppo economico e sicurezza debbano procedere insieme.

Per Pechino, l'instabilità mediorientale ha radici profonde e ben precise: decenni in cui la sicurezza di alcuni Paesi è stata costruita scaricando l'insicurezza sugli altri. Un approccio che la leadership cinese definisce strutturalmente sbagliato e che vorrebbe superare.

Da quando è esploso il conflitto, la Cina si è mossa su più fronti. Ad aprile ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi, a marzo ha ospitato il vicepremier pakistano impegnato in una missione di mediazione, e nel frattempo ha moltiplicato telefonate, colloqui bilaterali e missioni diplomatiche nella regione. Il filo conduttore è sempre lo stesso: evitare che la guerra si allarghi ulteriormente.

Uno dei punti più delicati riguarda lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Pechino guarda con preoccupazione crescente al rischio che quella rotta venga chiusa o usata come leva di pressione: le conseguenze sull'energia e sui commerci globali sarebbero pesantissime. Per questo chiede che la navigazione torni normale il prima possibile.

Non è la prima volta che la Cina prova a ritagliarsi un ruolo di mediatore in quest'area. Ha facilitato il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran, ha ospitato la firma della Dichiarazione di Pechino tra 14 fazioni palestinesi. Stavolta però la posta in gioco è più alta, e Pechino lo sa bene.

Per l'Iran, stringere i rapporti con la Cina significa rafforzare un'alleanza sempre più strategica in un momento di forte pressione internazionale. Per la Cina, invece, significa qualcosa di diverso: dimostrare di saper fare quello che le grandi potenze, in teoria, dovrebbero saper fare: trovare uscite diplomatiche dove altri vedono solo soluzioni belliche.

Il messaggio che arriva da Pechino, in fondo, è semplice: il Medio Oriente non può vivere in guerra a tempo indeterminato. E la Cina vuole essere tra chi trova la strada per uscirne.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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