Israele, Eisenkot prepara il dopo-Netanyahu: cambia il premier, non il progetto sionista
L'era di Benjamin Netanyahu potrebbe avviarsi alla conclusione, ma un eventuale cambio della guardia al vertice del governo israeliano non sembra destinato a mettere in discussione le coordinate fondamentali della politica di Tel Aviv. A raccogliere il testimone potrebbe essere Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane e principale antagonista politico dell'attuale premier, al quale il presidente Isaac Herzog ha affidato il compito di formare il prossimo esecutivo. La decisione arriva dopo le elezioni del 27 ottobre, nelle quali nessuno dei due schieramenti ha conquistato la maggioranza alla Knesset. Eisenkot ha ottenuto il sostegno di 67 deputati nelle consultazioni presidenziali, contro i 46 che hanno indicato Netanyahu.
Il leader del partito centrista Yashar avrà ora sei settimane per costruire una coalizione in grado di governare. Presentato da una parte dei media come il volto di un possibile rinnovamento, Eisenkot incarna soprattutto una diversa declinazione dello stesso establishment politico-militare israeliano. Un profilo più sobrio e istituzionale rispetto a Netanyahu, ma non per questo portatore di una strategia alternativa nei confronti del popolo palestinese e della regione mediorientale. La sua biografia politica parla chiaro. Generale di carriera, Eisenkot ha guidato lo Stato maggiore israeliano dal 2015 al 2019 e ha fatto parte del gabinetto di guerra di Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023. Durante la sua carriera militare è stato associato alla cosiddetta dottrina Dahiya, una strategia basata sull'impiego di una forza sproporzionata e sulla distruzione su vasta scala delle infrastrutture nei territori da cui provengono gli attacchi contro Israele. Un'impostazione che ha trovato una tragica applicazione nella devastazione della Striscia di Gaza. Eisenkot ha successivamente rotto con Netanyahu, chiedendo un'inchiesta sulle responsabilità israeliane per il fallimento della sicurezza del 7 ottobre. Ma la sua opposizione al premier uscente non deve essere confusa con una contestazione delle fondamenta ideologiche e strategiche dello Stato israeliano.
Sulla questione palestinese, infatti, le differenze restano circoscritte. L'ex generale ha criticato le violenze dei coloni estremisti in Cisgiordania, denunciando la loro sostanziale impunità e opponendosi all'annessione formale del territorio e alla creazione di nuovi insediamenti non autorizzati. Tuttavia, ha escluso esplicitamente qualsiasi sostegno alla soluzione dei due Stati. «Non ho mai detto due Stati per due popoli», ha dichiarato, richiamando la natura religiosa, nazionale e sociale del conflitto. Quanto a Gaza, ha promesso di porre fine al controllo di Hamas entro 18 mesi, attraverso il piano di Donald Trump oppure nuove operazioni militari finalizzate alla distruzione della sua ala armata. Anche sul fronte interno, il programma di Eisenkot punta a distinguersi da Netanyahu attraverso il rafforzamento delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la tutela delle minoranze e l'abolizione delle esenzioni dal servizio militare per gli ultraortodossi. Una piattaforma che cerca di ricomporre le fratture della società israeliana e recuperare consensi nei settori centristi e liberali. Resta inoltre significativo il sostegno ricevuto dalle liste arabe, potenzialmente decisive per la formazione della maggioranza parlamentare. Non è tuttavia ancora chiaro se Eisenkot sarà disposto a costruire il proprio governo facendo affidamento su quei partiti.
La partita che si apre a Tel Aviv riguarda dunque soprattutto la successione a Netanyahu e la ricomposizione degli equilibri interni al sistema politico israeliano. Eisenkot può rappresentare una discontinuità nei metodi, nello stile di governo e nella gestione delle istituzioni, ma le sue dichiarazioni sulla Palestina e il suo passato militare delineano una continuità sostanziale con il sionismo mainstream. Il possibile tramonto politico di Netanyahu non coincide, almeno per ora, con un ripensamento dell'occupazione, del rifiuto dello Stato palestinese o delle ambizioni regionali israeliane. Cambiare il volto alla guida del governo non significa necessariamente cambiare la direzione del Paese.


