Loretta Napoleoni - Perché è lo shutdown più inquietante della storia degli USA

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Loretta Napoleoni - Perché è lo shutdown più inquietante della storia degli USA


di Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico


Ogni sette anni, in media, gli Stati Uniti si ritrovano a dover affrontare lo spettro del government shutdown. Ma la crisi attuale ha una dimensione più inquietante. Non è solo un blocco temporaneo delle funzioni statali: è la dimostrazione di come la politica americana sia diventata un campo di battaglia permanente, dove la vita quotidiana di milioni di cittadini è sacrificata sull’altare della guerra ideologica.

Il dato più eclatante è che circa 750.000 lavoratori federali sono stati messi in congedo forzato. Non si tratta soltanto di numeri: sono insegnanti in scuole pubbliche federali, impiegati dell’amministrazione sanitaria, funzionari dell’immigrazione, tecnici di infrastrutture strategiche. In altre parole, la macchina statale che regola la vita collettiva si spegne, e con essa si indebolisce la fiducia dei cittadini nella capacità del governo di garantire stabilità.

Il cuore dello scontro è la sanità, la questione più divisiva della politica americana da oltre un decennio. A fine anno scadono le sovvenzioni straordinarie all’Affordable Care Act (ACA) introdotte nel 2021. Senza queste agevolazioni, i premi assicurativi più che raddoppieranno per milioni di famiglie. Si parla di oltre 20 milioni di americani che si troveranno a pagare cifre insostenibili, in un contesto di inflazione persistente e di salari stagnanti.

I dati rivelano l’assurdità politica della scelta repubblicana: dei 75 distretti congressuali in cui almeno il 10% della popolazione usufruisce dell’ACA, ben 62 si trovano in Florida, Georgia e Texas, tre stati roccaforti conservatrici. Più della metà di questi distretti è rappresentata da repubblicani, che dunque rischiano di perdere il sostegno di un elettorato già provato dal caro-vita.

Non sorprende che lo stesso sondaggista di Trump, Tony Fabrizio, abbia messo in guardia la Casa Bianca con un memo riservato: “Con ampie maggioranze bipartisan, gli elettori vogliono che i crediti fiscali siano prorogati, sia di fronte al raddoppio dei premi, sia al rischio che 5 milioni di famiglie perdano l’assicurazione sanitaria.” Eppure, nonostante questi avvertimenti, Trump ha scelto la linea dura.

Questa volta non c’è nemmeno la finzione di voler ridurre i danni dello shutdown. Trump, fedele alla sua visione di un governo ridotto all’osso, vede nello stallo un’occasione unica per colpire i programmi federali sgraditi e ridimensionare la forza lavoro pubblica. Lo ha detto chiaramente il suo uomo di fiducia, Russell Vought, architetto del progetto conservatore “Project 2025”: i licenziamenti di massa sono già all’ordine del giorno.

In altre parole, lo shutdown non è solo conseguenza della paralisi politica: è diventato un’arma attiva. Dove altri presidenti hanno cercato di limitare i danni, Trump li trasforma in leva per rafforzare il proprio potere e per consolidare il sostegno della base più radicale.

Il cortocircuito politico è evidente: i repubblicani hanno costruito parte del loro consenso sulla lotta contro l’Obamacare, ma ora rischiano di pagare un prezzo elettorale altissimo. La sanità è sempre stata la pietra dello scandalo americana: un sistema privatizzato, costoso e profondamente diseguale. Eppure, quando milioni di cittadini hanno trovato nell’ACA l’unico strumento di accesso alle cure, eliminarlo significa condannare una fetta importante dell’elettorato proprio in quelle aree cruciali che decideranno le elezioni di metà mandato del 2026.

Per i democratici, invece, la scelta di bloccare il bilancio senza garanzie sulla sanità è una mossa ad alto rischio. Da un lato rispondono alle pressioni della propria base, che chiede una linea dura contro un presidente percepito come autoritario. Dall’altro, sanno di offrire a Trump l’occasione perfetta per procedere con i licenziamenti federali e per accusarli di essere i veri responsabili del caos.

Le ripercussioni non si fermano alla politica interna. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ammesso che lo shutdown potrebbe avere effetti negativi sul PIL statunitense. Gli investitori internazionali, già nervosi per la volatilità dei mercati e le tensioni geopolitiche, osservano con crescente preoccupazione. A differenza di altre crisi simili, che si sono risolte con compromessi temporanei, il rischio questa volta è di una riduzione strutturale della spesa pubblica e di una contrazione permanente del ruolo federale.

Per il resto del mondo, lo spettacolo di Washington che chiude i battenti è disorientante. Come può la più grande economia globale affidare il proprio destino a un meccanismo che permette di spegnere lo Stato intero per un braccio di ferro politico? Non si tratta più soltanto di una peculiarità americana: la crisi mina la fiducia internazionale nella stabilità del dollaro e nella sicurezza degli asset americani.

Lo shutdown, dunque, non è un affare domestico. È un sintomo del declino della leadership globale degli Stati Uniti. Un Paese che non riesce a garantire la continuità dei propri servizi pubblici, che sacrifica la stabilità economica per un calcolo elettorale, come può continuare a presentarsi come garante dell’ordine mondiale?

Gli avversari geopolitici, dalla Cina alla Russia, osservano e prendono nota. Non serve alcuna propaganda antiamericana: basta mostrare le immagini del Campidoglio vuoto e dei lavoratori federali senza stipendio per minare la credibilità del “faro della democrazia”.

La democrazia americana appare prigioniera delle proprie contraddizioni: un sistema che permette di spegnere lo Stato per costringere l’avversario a cedere, un meccanismo che può essere sfruttato da un presidente deciso a piegare le istituzioni al proprio disegno. È il segnale che la crisi non è solo politica o economica, ma strutturale.

E come sempre, la storia insegna che quando un impero inizia a logorarsi dall’interno, il mondo se ne accorge. L’America, in ostaggio dei propri conflitti interni, rischia di scivolare in una nuova fase: non più la superpotenza capace di imporre regole globali, ma un gigante che si blocca da solo, mettendo a repentaglio la propria stessa sopravvivenza come modello.

Loretta  Napoleoni

Loretta Napoleoni

 

*Economista di fama internazionale. Ha insegnato alla Judge Business Schools di Cambridge e nel 2009 è stata invitata come relatrice alla Ted Conference sui temi del terrorismo. Nel 2005 ha presieduto il gruppo di esperti sul finanziamento del terrorismo per la conferenza internazionale su terrorismo e democrazia organizzata dal Club de Madrid. Autrice di diversi libri di successo tra cui Terrorismo SPAEconomia Canaglia e Maonomics, tradotto in 18 lingue, incluso l’arabo ed il cinese; ISIS, lo stato del terrore, uscito in 20 nazioni. L’ultimo si intitola Technocapitalism

 

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