Manifestazione nazionale per il Referendum "Ripudia la guerra": intervento di Michelangelo Severgnini

Manifestazione nazionale per il Referendum "Ripudia la guerra": intervento di Michelangelo Severgnini

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«Forse alcuni di voi sapranno il motivo per cui sono stato invitato qui oggi a parlare da questo palco. Sono infatti il regista del film documentario che YouTube ha deciso di rimuovere dopo poche ore, una decina di giorni fa, documentario prodotto dall’AntiDiplomatico e che sin dal titolo, “Referendum” appunto, si propone di raccontare gli sforzi, le difficoltà, ma soprattutto le ragioni e la visione di chi in queste settimane faticosamente sta promuovendo il referendum contro le armi all’Ucraina.

Non solo, a mia volta sono stato tra i primi firmatari di questo referendum, perché voltandomi indietro, sono ormai 25 gli anni della mia vita di opposizione attiva e militante alla guerra.
Dal 1998 in Kosovo fino alla Libia di questi giorni, passando per Iraq, Siria, Nord Africa, i miei lavori scritti e in pellicola sono lì a documentare la mia ricerca e il mio lungo sforzo per disarmare le mani dei potenti.

Purtroppo i miei lavori sono tutti figli di un dio minore, perché, diciamolo chiaro, ci sono autori in Italia che la censura perseguita da decenni e io credo, in buona compagnia, di essere uno tra questi.

Vi faccio un esempio: nel 2004 girai un documentario a Baghdad che si intitola “..e il Tigri placido scorre”, sottotitolo “istantanee dalla Baghdad occupata”. Ebbene già nel 2004 qualcuno mi disse che non era corretto scrivere che Baghdad fosse occupata, perché esistendo una risoluzione delle Nazioni Unite, quella non era occupazione ma un’operazione di “peace-keeping”, mantenimento della pace, nonostante gli iracheni nel documentario non facessero che ripetere la stessa parola in arabo: “htilal”, occupazione. Il documentario era sponsorizzato da una ONG la quale a sua volta prendeva soldi dall’Unione Europea la quale a sua volta aveva posto dei paletti, i famosi standard della community potremmo dire, per cui la parola “occupazione” non si sarebbe potuta usare in un lavoro che alla fine vedeva il contributo europeo tra i fondi utilizzati.

Ovviamente nel sottotitolo rimase “Baghdad occupata” e ovviamente la ONG insabbiò il film. Questa è censura. E iniziò, perlomeno, per quanto mi riguarda, ormai 20 anni fa.

Ma facciamo un salto e arriviamo dal 2004 al novembre scorso.

Lo scorso novembre ho ricevuto un invito da parte del presidente del senato, Ignazio La Russa, il quale intendeva esprimermi la sua solidarietà nel ruolo di seconda carica dello Stato, all’indomani dell’episodio di vile censura avvenuto lo scorso 25 novembre al Festival dei diritti umani di Napoli, quando la proiezione del mio film “L’Urlo” è stata interrotta dopo 20 minuti da un’azione squadrista di alcuni fanatici della migrazione.

Ora trovo grave che a distanza di 10 giorni dalla censura di YouTube, il presidente del Senato non abbia ancora risposto ai miei appelli perché torni a farsi sentire in difesa dell’articolo 21 della Costituzione, perché considero quando avvenuto con il film “Referendum” quanto meno di pari gravità rispetto ai fatti di Napoli che mi hanno coinvolto.
Lo trovo grave perché questo lascia pensare che l’invito ricevuto lo scorso novembre non fosse sulla base dunque dell’articolo 21 della Costituzione, ma sulla base di un tornaconto elettorale che evidentemente l’episodio suggeriva al presidente del Senato.

Questa dunque è la gravità del suo silenzio. Perché l’articolo 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Aggiungerei io: in qualunque caso, non quando fa comodo a uno o quando fa comodo all’altro. Come diceva Rosa Luxemburg: “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”. Perché, caro presidente del Senato, se Lei in quanto seconda carica dello Stato mi protegge soltanto quando dico cose a Lei gradite, allora quella non è libertà di espressione, quella è la legge del più forte.

Se La Russa mi invita a novembre a palazzo Madama per parlare dei fatti di Napoli, ma poi sparisce quando deve difendermi dalla censura di YouTube, per altro una compagnia straniera che si prende gioco della legge italiana sul nostro territorio, oppure quando un giornale come il Fatto Quotidiano scrive un articolo con richiamo in prima pagina per denunciare la censura subita con il film “Referendum” sulla piattaforma YouTube, come successo qualche giorno fa, ma non ha mai scritto una parola sulla censura avvenuta a Napoli con il film “L’Urlo”, allora mi viene un sospetto. Mi viene il sospetto che la libertà di espressione in Italia non esista in quanto tale, ma solo nel momento in cui ti consegni intellettualmente a qualche potente che ti può garantire finché comunque dirai le cose a lui gradite.

E no, signori, questa non si chiama libertà di espressione. Questo è vassallaggio. Questa è schiavitù.

Parlo solo finché c’è un potente che mi garantisce, che mi protegge.

A questo proposito un’altra cosa voglio dirla chiara. Tra i sostenitori della nostra campagna referendaria, in particolare vicini al comitato di “Generazioni Future”, ci sono dei personaggi che sono stati e sono tuttora in prima linea nella censura del film “L’Urlo”.

Ne ho parlato con il professor Mattei ed evidentemente l’imbarazzo non è poco.

Però voglio dire una cosa: non c'è spazio in Italia per il finto dissenso, basta foglie di fico. Ormai abbiamo raggiunto un punto per cui non abbiamo più niente da perdere. Il rischio di un coinvolgimento diretto in un conflitto mondiale è sotto gli occhi di tutti, le differenze tra le classi sociali stanno aumentando, stanno venendo meno principi fondamentali, basilari del consesso civile e democratico, quali come abbiamo visto la libertà di espressione. Altro che diritti civili. Tu potrai vestirti e truccarti come ti pare, ma io posso esprimere almeno la mia opinione? Posso dire almeno che la guerra è una merda e che la NATO è una montagna di merda?

Altro che “Gay Pride” scortati e protetti dalla polizia, oggi bisognerebbe fare i “Freedom Pride”, i “Press Pride”. Certamente saremmo attenzioni con ben altra solerzia dalle forze dell’ordine.

E allora di quale Europa dei diritti civili stiamo parlando?

Dell'Europa dove i suoi abitanti sono ancora cittadini o sono ormai sudditi e vassalli, ma liberi di acconciarsi come le bambole?

Come dicevo, non c’è spazio in Italia per il finto dissenso, perché la discriminante ormai sul tavolo è il superamento immediato del vincolo esterno, per dirla in altre parole più chiare: uscita dalla NATO oggi. Quale tipo di percorso politico possiamo imbastire con forze che chiedono l’uscita dalla NATO domani forse, dopodomani sicuramente, come diceva Gaber?
E quindi spero che questa campagna referendaria contribuisca a creare un soggetto politico che parta dal superamento del vincolo esterno oggi, come punto principale del suo programma.

Questo è l’unico motivo per cui valga la pena attivarsi oggi in Italia. Qualsiasi altra cosa è una perdita di tempo.

E’ vero, ne subiremo di ogni come le abbiamo già subite, ma io non ho più nulla da perdere.

Per citare un’altra frase di Rosa Luxemburg: "Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene."

E le catene hanno cominciato a tirare e a tintinnare, perché oggi siamo in piedi e siamo in cammino. Abbiamo delle catene alle caviglie e ai polsi, è vero, ma abbiamo una direzione e non ci fermano.

Anzi, spezzeremo queste catene e assaporeremo il profumo della libertà.

[Per altro, voglio aggiungere un’altra cosa, perché questa è la civiltà del doppio standard. Sto andando a braccio. Vedo uno striscione in questa piazza che chiede verità per Giulio Regeni. Certo, tutti noi la chiediamo la verità per Giulio Regeni. Però c’è anche un’altra persona la cui morte andrebbe passata al vaglio. Vorremmo la verità anche sull’uccisione di Andrea Rocchelli, solo che quello l’hanno ammazzato gli amici loro e dunque la verità non si può chiedere?]

Voglio concludere con alcuni versi di una canzone di Nina Simone, grande artista, cantante, jazzista rivoluzionaria afro-americana:

“Vorrei sapere come
Come ci si sente ad essere liberi
Vorrei poter rompere
Tutte le catene che mi trattengono
Vorrei poter dire
Tutte le cose che dovrei dire
Dirle ad alta voce, dirle chiaramente
Perché tutto il mondo possa sentirle”.

Votiamo e facciamo votare!

Grazie

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