Napolitano e la fine della Repubblica parlamentare in Italia

"Certo, la vera ‘svolta autoritaria’ non è ancora compiuta del tutto. Ma per le ultime cose basterà Renzi"

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Napolitano e la fine della Repubblica parlamentare in Italia

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E' tempo di bilanci per il peggior presidente della Repubblica, l’autore principale di colui che Paolo Becchi ha definito il colpo di Stato permanente che, a partire dal 2010, ha determinato la fine, di fatto, della repubblica parlamentare, in favore di un sistema presidenziale fondato sull’esautorazione del Parlamento in favore del governo e sulla determinazione dell’indirizzo politico di quest’ultimo da parte del Capo dello Stato. Il prossimo presidente della Repubblica, chiunque esso sia, non dovrà più esercitare poteri eccezionali, dal momento che il governo gode di una sua stabilità interna. Re Giorgio può quindi lasciare. "Napolitano passerà alla storia per aver architettato un ‘colpo di Stato’ contro un governo democraticamente eletto nel 2011 e per essere riuscito, con la sua rielezione, a fermare il sogno di un cambiamento. Certo, la vera ‘svolta autoritaria’ non è ancora compiuta. Ma il Re può, ormai, lasciare che le cose si facciano anche senza di lui: ormai il più è stato fatto, non resta che ultimarlo. E, per questo, basterà Renzi. Sarà lui a dare le carte per l’elezione del successore".
 
 
Con Napolitano, la legalità costituzionale è stata “forzata” – sempre nel rispetto della “lettera” – in modo tale da assicurare al Capo dello Stato l’esercizio della direzione del Paese, l’intervento negli equilibri politici, la difesa a tutti i costi le «larghe intese» tra Pdl e Pdl, l’imposizione delle scelte di fondo del “nuovo corso” della politica italiana: stabilità parlamentare di governi non eletti (da Monti a Renzi) e “via delle riforme”, da quella costituzionale a quella elettorale.
Il Re ha fatto e disfatto i propri governi. Con un colpo di mano, ha sostituito Berlusconi con Monti, per poi far finire il governo di quest’ultimo con un atto di dimissioni anticipate, con un governo dimissionario che, senza essere stato sfiduciato e senza neppure ricorrere alla «parlamentarizzazione della crisi», ha forzato, di fatto, i tempi per le nuove elezioni politiche, che sono state d’improvviso anticipate. Con la conseguenza che, contrariamente a quanto sarebbe avvenuto nel caso in cui la legislatura fosse stata fosse stata portata a termine “naturalmente” (con elezioni in Aprile), la formazione del nuovo governo, dopo il voto di febbraio, è stata ancora affidata a Re Giorgio.
Poi c’è stata la sua rielezione, del tutto atipica: una vera e propria consegna del potere di determinare l’indirizzo politico del Paese nelle sue mani (“accetteremo ogni tua condizione, a patto che tu rimanga”). Forse che il governo Letta è stato un governo parlamentare, quando il voto di fiducia delle Camere ha funzionato come mera ratifica a posteriori di una decisione presa direttamente e sostanzialmente dal Presidente della Repubblica?
Il governo Letta è stato il governo diretto dal Presidente, ossia il Governo a capo del quale è sempre rimasto, seppur per interposta persona, Napolitano. E che dire, poi, della continua minaccia di dimissioni in caso di crisi del Governo, della nomina dei quattro senatori a vita, della esplicita difesa dell’operato politico di Ministri (come Alfano, nel “caso kazako”), dei richiami contro la cosiddetta «magistratura politicizzata», della nomina di Amato a giudice della Corte Costituzionale? E ancora: che dire della difesa ad oltranza del governo Renzi, dell’Euro, del Jobs Act, dell’attacco contro i sindacati, contro le “eversioni” dell’ “antipolitica” e dell’euro-scetticismo? Che dire delle continue spinte per la riforma costituzionale, di una stagione delle riforme che ormai per Napolitano non ammette più opposizioni, non ammette minoranze che recalcitrano, che si oppongono, che tentano di impedire e scongiurare la modifica a piene mani della Costituzione?
E poi, dietro tutto questo, la pagina nera della Trattativa Stato-Mafia, le resistenze a testimoniare, i suoi tentativi di sottrarsi all’inchiesta della magistratura.
Infine, il suo capolavoro: il governo Renzi, la realizzazione finale del suo mandato. Napolitano era stato rieletto al solo scopo dibloccare quell’aria di rinnovamento che, dopo anni, si è respirata a pieni polmoni con l’elezione politica del febbraio 2013, portando prepotentemente sulla scena un nuovo soggetto politico: il M5S.
Per molti Re Giorgio passerà alla storia come il Presidente che ha cercato di salvare la patria due volte da una crisi che rischiava di finire sotto controllo. La prima, nel 2011, quando fu il regista dell’operazione che portò alle forzate dimissioni del governo Berlusconi. La seconda, quella che lo portò a riabilitare Berlusconi per sconfiggere un pericolo ancora più grande, quello del M5S.
Per noi, invece, Napolitano passerà alla storia per aver architettato un ‘colpo di Stato’ contro un governo democraticamente eletto nel 2011 e per essere riuscito, con la sua rielezione, a fermare il sogno di un cambiamento. Certo, la vera ‘svolta autoritaria’ non è ancora compiuta. Ma il Re può, ormai, lasciare che le cose si facciano anche senza di lui: ormai il più è stato fatto, non resta che ultimarlo. E, per questo, basterà Renzi. Sarà lui a dare le carte per l’elezione del successore.

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