"No Kings" e MAGA: il teatro delle ombre sul ponte del Titanic (di Laura Ruggeri)
di Laura Ruggeri*
Il movimento "No Kings" si è affacciato sulla scena politica lo scorso giugno organizzando manifestazioni di protesta in occasione del compleanno di Donald Trump e della parata militare per il 250° anniversario dell'esercito. Da quel momento le sue iniziative di lotta hanno visto la partecipazione di milioni di persone, non solo negli Stati Uniti ma più recentemente anche in diversi paesi occidentali.
Il movimento si oppone alle politiche della Casa Bianca in tema di immigrazione e alla loro applicazione violenta, denuncia la deriva autoritaria, gli abusi di potere dell'esecutivo e la guerra di aggressione contro l'Iran.
Pur condividendo l'indignazione e la profonda frustrazione che hanno spinto milioni di persone a scendere in piazza, ritengo necessario analizzare gli obiettivi e le finalità del movimento, oltre alle sue fonti di finanziamento.
Commentatori e politici allineati al Partito Repubblicano, basandosi principalmente su un'inchiesta di Fox News, hanno messo in evidenza l'infrastruttura organizzativa e le reti finanziarie che sostengono il movimento, ma lo hanno fatto in modo selettivo per etichettare le proteste come una "rivoluzione colorata".
Avendo scritto ampiamente sulle rivoluzioni colorate, ritengo importante mantenere la chiarezza analitica nell'utilizzo di questo termine al fine di evitare confusione epistemica.
Sebbene sia vero che il movimento No Kings poggi in larga misura su un apparato di protesta professionalizzato, sostenuto da finanziatori di cause liberal come Open Society Foundations di Soros che figura praticamente in tutte le rivoluzioni colorate a cui abbiamo assistito finora, dobbiamo mantenere una distinzione fondamentale, almeno a livello analitico.
Tutti i donatori menzionati nelle indagini condotte da Fox News, Daily Mail, Pearl Project, Snopes e altri, sono cittadini statunitensi. E sebbene uno di loro, Neville Roy Singham, raggiunta l’età pensionabile si sia trasferito in Cina qualche anno fa, il suo attivismo politico e il suo sostegno ai gruppi della sinistra statunitensi risalgono a molto prima del suo trasferimento.
Le rivoluzioni colorate sono finanziate e orchestrate da potenze straniere o da organizzazioni ad esse riconducibili, con l'obiettivo esplicito di destabilizzare un paese bersaglio e/o rovesciarne il governo per raggiungere obiettivi geopolitici. Nel caso del movimento No Kings, non è emersa alcuna prova credibile di un coinvolgimento straniero.
Ciò non significa, tuttavia, che il movimento sia necessariamente organico o auto-organizzato.
Da tempo, fazioni dell'élite statunitense si servono della mobilitazione popolare come arma nelle loro lotte di potere, per screditare, indebolire o esercitare pressione sulla fazione rivale.
Nel conflitto intra-élite le masse diventano una sorta di proxy.
Pur comprendendo la tentazione di accomunare il movimento No Kings alle rivoluzioni colorate ritengo che farlo sia fuorviante. Se le rivoluzioni colorate rappresentano un attacco all'ordine politico di un paese lanciato dall’esterno qui invece assistiamo ad un attacco proveniente dall'interno. Se a livello fenomenologico entrambi i tipi di mobilitazioni popolari appaiono come forme di resistenza autoorganizzate, la loro logica di fondo e i beneficiari finali sono diversi.
È interessante notare che come gli eserciti tradizionali, anche le masse co-optate possono essere sia mobilitate che smobilitate a seconda della convenienza di manovratori occulti. Possono essere attivate in poco tempo grazie ad una rete organizzativa consolidata e capillare, allo stesso modo possono essere deviate su un binario morto e neutralizzate quando la loro energia non serve più allo scopo desiderato.
Le dinamiche attraverso cui i gruppi di interesse cercano di orientare o condizionare le decisioni politiche hanno subito una significativa trasformazione. In passato, le lobby concentravano i propri sforzi principalmente su partiti politici e funzionari eletti in un quadro formalmente democratico. Tale modello presupponeva una sostanziale fiducia nelle istituzioni rappresentative e nei meccanismi della democrazia partecipativa. Tuttavia, a seguito di una crescente e generalizzata disillusione nei confronti di tale modello, le forme della mobilitazione collettiva hanno acquisito una maggiore rilevanza strategica. È in questo contesto che i movimenti di protesta professionalizzati emergono come uno strumento operativo a disposizione di determinate fazioni elitarie. Le proteste di massa, anziché costituire un'espressione autonoma e spontanea della società civile, si trasformano in una risorsa funzionale a logiche di competizione interna alle élite.
Altri, per descrivere il fenomeno No Kings, hanno preso in prestito il termine gramsciano di "rivoluzione passiva", ma questa etichetta, come quella di rivoluzione colorata, non riesce a spiegare appieno ciò che sta avvenendo da anni negli Stati Uniti e non solo.
Secondo Gramsci, le classi dominanti, nei momenti di crisi, sono capaci di assorbire parte delle rivendicazioni delle classi subalterne, svuotandole della loro carica sovversiva e trasformandole in strumenti di modernizzazione conservatrice. Così, ciò che appare come una conquista popolare è in realtà una ristrutturazione del dominio che preserva la sostanziale asimmetria dei rapporti di potere. Gramsci ha inoltre esplicitamente collegato la rivoluzione passiva al trasformismo : un processo di assorbimento e incorporazione molecolare degli elementi attivi delle classi avversarie, attraverso il quale la classe dominante si rinnova e produce l'impressione di un cambiamento laddove in realtà vi è solo la perpetuazione dell'ordine esistente.
Questa dinamica non è certo nuova. È così che le élite capitaliste gestiscono il dissenso, le crisi e la necessità di una modernizzazione periodica. Si potrebbe dire che la rivoluzione passiva e il trasformismo sono i fattori che rendono possibile il dominio capitalista e la riproduzione del potere.
Tuttavia, la sola cooptazione, intesa come neutralizzazione e assorbimento a posteriori del dissenso, non è sufficiente a spiegare il fenomeno che osserviamo.
Nelle situazioni di competizione intra-élite, i movimenti di opposizione non vengono semplicemente co-optati e neutralizzati a posteriori, ma vengono ingegnerizzati e coordinati in anticipo. La rabbia e l'energia autentiche del popolo vengono strumentalizzate e organizzate da una fazione dell'élite contro un'altra.
Ciò che osserviamo in fenomeni come il movimento No Kings (e simmetricamente in MAGA) non è una rivoluzione passiva nel senso classico del termine. Esiste una differenza fondamentale tra una dinamica post-factum , in cui le élite reagiscono e neutralizzano una minaccia esistente al loro potere (rivoluzione passiva), e una dinamica ante-factum, in cui le élite creano e/o sostengono proattivamente la mobilitazione popolare come strumento strategico nelle loro lotte di potere.
Entrambi i movimenti, No Kings e MAGA, nonostante l'evidente antagonismo, funzionano come meccanismi complementari attraverso i quali élite rivali si contendono l'egemonia e neutralizzano il malcontento popolare. MAGA incanala in un'agenda nazionalista e protezionistica la rabbia di quei settori sociali, lavoratori e ceti medi, che hanno perso, o temono di perdere, il proprio status socio-economico a seguito di deindustrializzazione, delocalizzazione e immigrazione incontrollata. No Kings, al contrario, si struttura attorno a una dinamica speculare ma ideologicamente opposta. Esso assorbe l'indignazione suscitata dalle tendenze autoritarie dell'amministrazione Trump, ad esempio il rastrellamento ed espulsione degli immigrati irregolari, l'eccessiva concentrazione di potere nell'esecutivo, aggressioni militari. Tuttavia, anziché tradurre questa indignazione in una critica radicale del sistema, No Kings la integra in un'agenda liberal-globalista.
Ciò che accomuna entrambi i movimenti, nonostante la loro apparente antitesi, è la loro funzione strutturale: entrambi convogliano energie sociali potenzialmente sovversive all'interno di agende che, in ultima analisi, non mettono in discussione gli assetti fondamentali del potere dei loro finanziatori. Il MAGA lo fa attraverso una retorica della nazione e del popolo tradito; No Kings, attraverso una retorica della democrazia e dei diritti.
È importante sottolineare che nessuno dei due movimenti è monolitico. No Kings, ad esempio, è una coalizione che comprende gruppi progressisti che sostengono il Partito Democratico, ma anche organizzazioni pacifiste e collettivi marxisti, con l’opposizione a Trump com unico collante.
Anche il movimento MAGA è tutt'altro che omogeneo: è diviso in gruppi distinti, spesso in competizione tra loro, con priorità diverse, come hanno dimostrato le tensioni interne tra le élite filo-imprenditoriali e i populisti, tra i libertari e i conservatori cristiani, gli isolazionisti e gli interventisti.
Sebbene sarebbe errato affermare che tutte le organizzazioni e i gruppi che compongono questi movimenti sostengano esplicitamente l'aspirazione degli Stati Uniti a ristabilire la propria egemonia globale, il quadro cambia se consideriamo i loro principali finanziatori.
Il principale motore di No Kings è Indivisible Project, un'organizzazione che ha ricevuto 7,61 milioni di dollari tra il 2017 e il 2023 dalle Open Society Foundations di Soros. Indivisible si è ripetutamente attribuita il merito di aver coordinato le azioni, fornito strumenti, formazione, coordinamento e messaggi strategici. Una fonte di finanziamento ancora più consistente proviene dalle opache Arabella Advisors (ora rinominata Sunflower Services) e dalla Tides Foundation, importanti macchine di finanziamento progressiste che celano l’identità dei donatori, sebbene sia trapelato che la Gates Foundation, Pierre Omidyar, George Soros, la Ford Foundation, la Rockefeller Foundation e la NoVo Foundation (legata alla famiglia di Warren Buffett) risultano tra i maggiori donatori.
I principali finanziatori di MAGA provengono dalla stessa classe di miliardari, principalmente dai settori della tecnologia, delle criptovalute, della finanza e dell'energia: Elon Musk, Jeffrey Yass, Stephen Schwarzman (Blackstone), Greg Brockman (OpenAI), Alex Karp (Palantir), Marc Andreessen e Ben Horowitz, Kelcy Warren (Energy Transfer Partners), insieme a donatori della lobby sionista come Miriam Adelson e Ronald Lauder.
Entrambe le fazioni cercano di preservare ed estendere sia il loro potere che l'egemonia americana, sebbene i liberali insistano nel dipingerla a colori arcobaleno e nell'applicarvi definizioni vaghe e slogan virtuosi come "inclusività", "democrazia" e "ordine internazionale basato sulle regole". La retorica cambia, ma non i loro interessi materiali. Finanziando movimenti opposti, le élite si assicurano che l'indignazione venga sfogata in ondate controllate, anziché coalescere in una sfida trasversale all'egemonia di questa classe. Nel frattempo, la "guerra culturale" mantiene l'opinione pubblica divisa e occupata a seguire lo spettacolo.
Pur non dubitando della sincerità dei comuni cittadini americani che aderiscono ai movimenti liberal-progressisti o nazionalisti-populisti, dubito che siano pienamente consapevoli degli obiettivi di coloro che finanziano l'infrastruttura organizzativa che permette, coordina e sostiene le loro attività sia a livello nazionale che internazionale.
La dimensione internazionale non va trascurata. Entrambe le fazioni hanno esteso la loro influenza ben oltre i confini americani e cercano di plasmare i processi politici e decisionali in paesi target attraverso reti, organizzazioni e organi di informazione ben finanziati.
Movimenti come No Kings e MAGA fungono da ambiente controllato in cui l'energia politica autentica può essere convogliata e neutralizzata quando non serve più. A questo proposito, vari segnali indicano che MAGA ha esaurito la sua utilità e ha bisogno di essere resettato dopo che la sua base ha sviluppato scetticismo o addirittura ostilità nei confronti dell'amministrazione Trump. Il movimento potrebbe essere ritirato come avviene con un vecchio modello di auto o riformato, mentre si prepara una nuova piattaforma per il prossimo inevitabile scoppio di malcontento popolare.
Si potrebbe sostenere che questi movimenti siano concepiti con un'obsolescenza programmata, proprio come la maggior parte dei prodotti di consumo. Prosperano grazie all'hype, al branding, a catalizzatori temporanei ma non poggiano su un’analisi materiale delle condizioni e rapporti di classe, non gettano luce sui meccanismi di produzione e riproduzione del potere e la continuità bipartisan del progetto imperialista americano. La loro energia è quasi interamente affettiva e simbolica, una messa in scena della propria presunta superiorità morale Il risultato è una serie di movimenti effimeri che nascono e si esauriscono senza costruire nulla di duraturo, tanto meno una coscienza di classe.
Sia MAGA che No Kings sono il prodotto di una personalizzazione della politica, nel caso specifico uno nasce per sostenere il Trumpismo e l’altro in opposizione ad esso. Ed è proprio questa fissazione ossessiva sul personaggio Trump che rappresenta la loro fragilità.
Grazie a un sistema mediatico che infantilizza il discorso politico e ha fatto di Trump un feticcio, il pubblico lo identifica come salvatore in un caso o radice di tutti i mali dell'America nell’altro. Molti di coloro che sostengono il movimento No Kings sarebbero fin troppo felici di sostituirlo con un qualsiasi candidato Dem che venisse presentato come la sua antitesi, proprio come Barack Obama era stato presentato come l'antidoto al guerrafondaio George W. Bush. Obama prometteva di metter fine all’imbarazzante eredità di Bush e dei Neocon: la guerra in Iraq e Afghanistan, l'unilateralismo, lo svilimento della diplomazia, Guantanamo e il danno all'immagine dell'America nel mondo. L’operazione di marketing ha funzionato grazie alla promessa di cambiamento: gli elettori, come i consumatori, sono sempre alla ricerca del nuovo. Nella sostanza la continuità bipartisan della politica americana era difficile da ignorare. Obama ha mantenuto e consolidato lo stato di sorveglianza creato grazie all’11 settembre e l'impegno a difendere la supremazia americana. Ha intensificato la guerra dei droni, autorizzando circa dieci volte più attacchi di quanti ne avesse autorizzati George W. Bush, e ha dato nuovo impulso alle rivoluzioni colorate e operazioni di cambio di regime (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria, Ucraina, Russia, Kirghizistan, Hong Kong, Taiwan, Macedonia...)
Non dobbiamo neppure dimenticare che Barack Obama, con il suo "Pivot to Asia" ha segnato una svolta nella strategia statunitense nei confronti della Cina, non più identificata come partner ma come la principale sfida al predominio americano nell’Asia Pacifico, quindi da contenere con tutti i mezzi.
Facciamo un salto avanti e arriviamo a Trump 2.0. Poiché la Cina non può essere contenuta direttamente, Washington ha optato per un contenimento indiretto: destabilizzare l'ordine economico globale da cui dipende la crescita cinese. Qualsiasi conflitto o crisi in grado di far precipitare l'Asia e l'Europa in una recessione di fatto danneggia l'industria manifatturiera cinese. In questo modo si rallenta la crescita della Cina e si creano problemi socio-economici che nelle intenzioni USA finirebbero per minare il potere del Partito Comunista. Questa è la logica del contenimento attraverso il caos.
Concentrandosi su Trump come causa di ogni male, i movimenti progressisti statunitensi commettono l’errore di confondere causa ed effetto.
Trump non è un'aberrazione, un’anomalia del sistema. È il sistema stesso che si manifesta in tutte le sue contraddizioni. L’apparente schizofrenia di Trump è la schizofrenia del capitalismo finanziario quando cannibalizza l’economia reale. Trump rappresenta l’espressione del decadimento avanzato in cui versa il capitalismo americano, ne incarna tutte le caratteristiche più miopi, parassitarie e grottesche. Ma non si risolverà il problema semplicemente rimuovendolo e sostituendolo, il che sarebbe come prendere un antidolorifico per curare un'infezione.
Se Trump agisce in aperta violazione non solo del diritto internazionale ma anche del rules-based order (l’ordine-basato-sulle-regole) l'architettura di governance globale creata dagli americani dopo la caduta dell’Unione Sovietica è perché Washington non trae più vantaggio dal rispettare anche solo formalmente (nella sostanza le ha sempre aggirate) quelle regole che ha imposto agli altri stati.
Nell'era della multipolarità, gli Stati Uniti non possono mantenere la loro vecchia posizione di potenza egemone e quindi ricorrono con rinnovato impulso al caos nella speranza che serva ad impedire l'emergere di qualsiasi sfida alla loro egemonia.
Va sottolineato che per certi interessi americani, il caos rappresenta un affare. Le turbolenze sui mercati energetici fanno schizzare in alto i prezzi di petrolio e gas, un vantaggio diretto per gli esportatori statunitensi. I conflitti senza fine, dal canto loro, alimentano il complesso militare-industriale: budget della difesa da record, vendite di armi milionarie e contratti d'oro per le aziende del settore.
Quando si placa la furia bellica, gli interventi di cosiddetta "stabilizzazione" e la ricostruzione spalancano di solito le porte a prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, a pacchetti di privatizzazioni e a maxi-appalti per le infrastrutture. Almeno sulla carta. Perché questa volta potrebbe andare diversamente, visto che altri creditori potrebbero fare concorrenza a Washington e ai suoi alleati.
Un tempo, in momenti di crisi, gli investitori globali si rifugiavano in massa nei Buoni del Tesoro americani, considerati un porto sicuro. Oggi quel meccanismo non è più così automatico. I titoli di Stato Usa restano appetibili nel brevissimo periodo, grazie alla loro liquidità, ma la domanda a lungo termine è sempre più in bilico: pesano i timori sul debito americano, il rischio di una inflazione persistente e le incertezze legate alle ripercussioni geopolitiche.
Ovviamente non esiste nessuna certezza che scatenare il caos non si riveli controproducente. Erode il soft power americano, accelera la de-dollarizzazione e nessuno può garantire che altre potenze non riescano a trarre più vantaggio di Washington dalla demolizione di quello che gli USA sbandieravano come “ordine-basato-sulle-regole”. Se i suoi sostenitori difendono tale distruzione come una sorta di "distruzione creatrice", è perché non esistono più risorse sufficienti per imporre l'ordine.
Minacce, ricatti, aggressioni e caos sono diventati l'unico modus operandi che resta in un contesto segnato da problemi sistemici profondi e irrisolvibili, frutto del declino strutturale degli Stati Uniti.
Per decenni, Washington ha imposto un ordine internazionale plasmato sui propri interessi, presentandosi al contempo come garante della democrazia, della sicurezza e dello stato di diritto. Oggi non è più così. L'architettura disegnata dopo il 1945 – Bretton Woods, Nazioni Unite, Nato, la rete di alleanze bilaterali in Asia e Medio Oriente – era stata concepita per blindare il primato americano sotto una patina di norme universali. Gli Stati Uniti scrivevano le regole, ne controllavano l'applicazione e si riservavano il diritto di derogarvi ogni volta che faceva comodo. E finché quel sistema ha garantito stabilità e relativa prevedibilità, la maggior parte dei paesi ne ha tollerato l'ipocrisia.
Quell'epoca è finita. L'erosione della potenza economica americana, l'ascesa di centri rivali – in primis la Cina – e il risentimento accumulato in decenni di interventi unilaterali hanno minato il vecchio ordine. Washington non è più in grado di sostenere la costosa infrastruttura su cui si fondava la sua egemonia globale: basi militari, alleanze, pacchetti di aiuti esteri, guerre senza fine. Ma non ha ancora accettato l'idea di una transizione verso un mondo realmente multipolare. Tra accettazione del declino della propria supremazia e negazione della realtà, gli USA hanno giocato la carta del caos.
Sia chiaro, Trump non è certo l’unico responsabile del declino della reputazione degli Stati Uniti e del crollo della fiducia internazionale; il suo deterioramento era già in atto da tempo. Ciò che sorprende, semmai, è la velocità e la portata del crollo.
Amitav Acharya, noto studioso di relazioni internazionali, sostiene che il mondo non si sta dirigendo verso un classico sistema multipolare, ma verso una dimensione "multiplex" (quella della multisala).
Si tratta di un sistema più complesso in cui si muovono molteplici attori: grandi potenze, organizzazioni regionali, multinazionali e attori non statali. In questo nuovo scenario, Washington è ancora capace di distruggere (attraverso azioni militari o sanzioni), ma non può più costruire o sostenere un ordine internazionale stabile.
Poiché l'attuale guerra contro l'Iran sta ulteriormente danneggiando la fiducia nella leadership americana anche tra i cosiddetti alleati, non sorprende che molti paesi, soprattutto quelli del Sud del mondo, si stiano adattando riducendo la loro dipendenza da Washington.
Ciò che stiamo osservando nello stile di gestione caotico dell'amministrazione Trump è la cifra di un sistema il cui unico modello di business rimasto è vendere biglietti per le sdraio sul Titanic.
Il capitalismo finanziario, nella sua fase terminale, non risolve più le contraddizioni, bensì le moltiplica, le interiorizza e infine le mette in scena come un teatro dell’orrore.
Il disordine non è una disfunzione temporanea e accidentale, ma la modalità operativa del sistema.
A livello personale, questo squilibrio si manifesta in un leader che non può permettersi la coerenza.
Le contraddizioni che paralizzerebbero un qualsiasi statista si trasformano, per lui, in opportunità di improvvisazione transazionale.
Prendiamo ad esempio il noto dilemma di Triffin. Un giorno Trump esalta i pregi del dollaro forte, come simbolo della potenza americana. Il giorno dopo attacca il dollaro forte perché frena le esportazioni e conduce alla perdita di posti di lavoro. Incoerente? Contraddittorio? Certo. Ma accusarlo di incoerenza non serve a capire. La contraddizione non è un difetto della comunicazione di Trump. Questa è la logica degli hedge fund, non la logica della pianificazione economica. La politica economica tradizionale presuppone un insieme coerente di obiettivi da perseguire con strumenti altrettanto coerenti. La logica della finanza diverge da quella del piano, fa propria la volatilità dei mercati e ne trae profitto. Un hedge fund non ha bisogno che il mercato salga o scenda; ha bisogno che il mercato si muova, e in modo imprevedibile, così che il suo portafoglio di posizioni lunghe e corte possa estrarre valore dall'incertezza. Trump governa allo stesso modo. Non risolve le tensioni dell'economia americana. Le amplifica. Dollaro forte un giorno, dollaro debole quello dopo. Dazi sulla Cina, poi un accordo con la Cina. Caos dei prezzi del petrolio. Minacce agli alleati, poi abbracci.
Quella che appare come incoerenza dal punto di vista della tradizionale arte di governo è, dal punto di vista del potere finanziarizzato, una strategia per estrarre valore dalle diverse opzioni. Se il dollaro si rafforza, Trump può rivendicare il merito di aver proiettato la potenza americana. Se si indebolisce, può cantare vittoria per i lavoratori statunitensi.
Ma c'è una logica più profonda all'opera, che va oltre lo stile personale di Trump. L'economia americana è così profondamente finanziarizzata, dominata dall'estrazione di rendita, dall'inflazione dei prezzi degli asset e dai flussi speculativi piuttosto che dall'investimento produttivo, che le vecchie certezze dell'era industriale non valgono più. La tragedia è che questo approccio preclude qualsiasi possibilità di una politica industriale coerente, di un regime commerciale stabile e di una postura internazionale prevedibile. E mentre l'élite finanziarizzata estrae valore, l'economia produttiva, quella che produce beni reali e dà lavoro alle persone, lentamente si atrofizza.
La coalizione di interessi politici, economici e finanziari che sostiene Trump è un portafoglio di scommesse diverse e contraddittorie. Quella che appare come incoerenza personale è un riflesso di ciò.
Questa coalizione non può arginare l'ondata che sta rimodellando l'ordine globale. Ciò che può fare è sfruttare e monetizzare i residui del vecchio ordine attraverso uno stile di politica estera ancora più utilitarista, aggressivo e unilaterale. Un simile approccio riflette la consapevolezza che il quadro istituzionale del dopoguerra non offre più gli stessi vantaggi agli Stati Uniti, poiché altre potenze – la Cina soprattutto – hanno in mano carte vincenti.
Gli interessi economici e il fan club che stanno dietro a Trump compongono una formazione decisamente ibrida. Sebbene il suo carattere ibrido in precedenza si sia dimostrato forte a livello elettorale, manca la coerenza interna necessaria per generare un progetto egemonico stabile e duraturo. È costellata di profonde e irrisolvibili contraddizioni che la rendono intrinsecamente sterile, come tendono ad essere la maggior parte delle formazioni ibride.
La sua caratteristica principale è l'opportunismo: un'alleanza tattica formatasi attorno a obiettivi comuni a breve termine come tagli alle tasse, deregolamentazione, appalti governativi vantaggiosi, dazi a tutela dell'industria nazionale, riduzione dei vincoli normativi (soprattutto nei settori dell'IA, delle criptovalute e dell'energia), ostilità verso le istituzioni "woke" e opposizione al vecchio ordine liberale. Tuttavia, le visioni strategiche di queste lobby sono fondamentalmente incompatibili. E questo ancor prima di considerare l'influenza tossica della potente lobby sionista per la quale "Make Israel Great Again" ha la precedenza su “Make America Great Again”.
Trump ha sfruttato e strumentalizzato i profondi malcontenti interni causati dalla globalizzazione, dalla disuguaglianza socioeconomica e dai fallimenti delle istituzioni liberali. Già negli anni 2010 il capitalismo americano si trovava in una profonda crisi. Decenni di globalizzazione neoliberista avevano prodotto una massiccia deindustrializzazione, un'estrema disuguaglianza, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, l'epidemia di oppioidi, la stagnazione dei salari reali per la maggioranza della popolazione e una profonda perdita di fiducia.
Ampi segmenti della popolazione hanno vissuto tutto ciò come un tradimento da parte dell'élite liberale. Il malcontento era diffuso, reale e potenzialmente esplosivo. Trump, il demagogo, ha affermato di parlare a nome degli "uomini e delle donne dimenticati", ha attaccato l'"élite corrotta", ha denunciato la globalizzazione e gli accordi di libero scambio e ha promesso di riportare l'America alla “grandezza” del passato. Ha incanalato l'energia sovversiva del malcontento popolare nel suo progetto politico, assicurandosi che non mettesse in discussione gli interessi e il potere dei suoi principali finanziatori.
I conservatori sociali hanno ottenuto vittorie nella guerra culturale; gli elettori bianchi della classe operaia hanno trovato dei capri espiatori (immigrati, Cina); le multinazionali e Wall Street hanno ottenuto tagli alle tasse e deregolamentazione; il settore dell'IA e dell'alta tecnologia ha ricevuto un pacchetto di politiche estremamente favorevoli (deregolamentazione aggressiva, incentivi finanziari e una partnership strategica con il governo); la lobby sionista ha ricevuto carta bianca per permettere a Israele di portare avanti impunemente il genocidio dei palestinesi e attaccare l'Asse della Resistenza; e il complesso militare-industriale ha ricevuto il più grande budget militare del dopoguerra.
La narrazione basata su fantasie compensatorie che ha garantito la rielezione di Trump, assicurandogli milioni di voti dalla base conservatrice, ruota attorno a un insieme di segni potenti: la nazione, l'uomo forte, la famiglia e il confine. Rifacendoci alla schizoanalisi di Deleuze e Guattari, si potrebbe sostenere che Trump assommi in sé sia l’elemento schizo (destruttura, confonde codici, libera flussi e pulsioni) che quello paranoico (ricodifica flussi e pulsioni sotto il significante dispotico di "America").
I movimenti che si oppongono o lo sostengono sono intrappolati in un circolo vizioso. Finché le persone non si libereranno da questa reazione speculare e non inizieranno a organizzarsi attorno alle condizioni materiali che hanno generato il Trumpismo, rimarranno intrappolate nella stessa macchina paranoica e schizoide su una falsa pista mentre il vero lavoro di costruzione di un sistema equo rimane incompiuto.
A differenza delle élite che traggono profitto dalla volatilità, la gente comune non possiede un hedge fund. Sia che viva alla periferia dell'impero o nel suo cuore marcio, subisce le conseguenze del caos generato dalla ricerca impossibile dell'egemonia da parte di Washington.
* Laura Ruggeri è autrice di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata" appena edito da LAD Edizioni e acquistabile a questo link: https://www.ladedizioni.it/prodotto/hong-kong-a-fuoco/


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