Oltre il populismo di Bruxelles, ecco cosa significherà discutere il nuovo budget UE senza il Regno Unito

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Oltre il populismo di Bruxelles, ecco cosa significherà discutere il nuovo budget UE senza il Regno Unito

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di Federico Nero 
 
 
Nonostante le chiacchiere e le divisioni, i britannici sembrano più che determinati a portare avanti il percorso che porterà il Regno Unito fuori dalla Unione Europea. Spesso si sente parlare delle perdite che affliggeranno il Regno Unito, meno spesso si sente parlare di quelle che colpiranno l’Unione Europea. L’addio di Londra causerà un grosso buco nel bilancio della futura Ue a 27 stati membri, un vuoto di circa 12-13 miliardi di euro all’anno a partire dai budget dal 2020 (per i precedenti Londra verserà comunque la quota pattuita negli accordi stabiliti prima della Brexit).

 
Per rendersi conto dell’entità della perdita, niente è più chiaro di questo grafico.




 
Discutere il budget della Ue senza la quota del Regno Unito non sarà semplice. La Commissione europea vuole iniziare a parlarne a marzo e raggiungere un accordo entro 12 mesi al massimo, un orizzonte temporale molto ambizioso visto che l’ultimo budget pluriennale venne discusso per 2 anni. Alcuni aspetti del Multiannual Financial Framework (MFF) sono molto delicati e saranno motivo di scontro trai i paesi forti e i paesi deboli e soprattutto tra la vecchia Europa Occidentale e la nuova Europa dei paesi dell’est, che per la maggior parte sono fuori dall’area euro.
 

Il buco nero post-Brexit è stimato intorno ai 12-13 miliardi di euro e Bruxelles vuole coprire metà dell’ammanco con nuovi fondi e l’altra metà con tagli di bilancio. Chiedere ai contribuenti più “generosi” come Germania e Francia di aumentare ulteriormente il loro contributo significa stracciare al rialzo i precedenti parametri che limitano il bilancio da destinare alla Ue, limiti molto apprezzati soprattutto a Berlino. È difficile credere che Francia e Germania siano disposte ad aumentare la già cospicua quota di denaro destinata all’Unione Europea senza chiedere molto – ma davvero molto – in cambio. Discutere il MFF porterà inevitabilmente a un conflitto tra i ricchi stati membri contributori netti e i poveri stati membri che ne sono beneficiari. Con meno denaro da mettere sul tavolo, i politici potrebbero diventare più velenosi se si dovesse entrare in un’ottica in cui gli stati “che danno” usano il denaro per ricattare gli stati “che ricevono” ma si ribellanno alla bisogna come fanno la Polonia e l’Ungheria. I presupposti per queste dinamiche di ricatti e intimidazioni ci sono tutti. I paesi più deboli dal punto di vista dei fondi da cui dipendono sono la Polonia (il più grande beneficiario ma anche paria dell’unione), la Romania, la Grecia, la Rep. Ceca, la Spagna, la Slovacchia e la Bulgaria.
 

I critici del MFF hanno sempre sottolineato la scarsa ambizione del programma, ma un’area dove potrebbe essere trovata concordia è la necessità di destinare una grossa quota del budget alla protezione dell’euro dagli shock economici. La Commissione vuole che il nuovo MFF abbia un ruolo speciale nella stabilizzazione dei governi dell’Eurozona in caso di bisogno. Juncker ha già messo in guardia i paesi che non sono nell’euro: dal punto di vista finanziario si troveranno a perdere qualcosa se resteranno fuori dal perimetro della moneta unica. Anche Mario Centeno – nuovo presidente dell’Eurogruppo – è d’accordo con l’idea di istituire nuovi strumenti per affrontare le recessioni e gli imprevisti dell’area euro. La particolare attenzione che sarà rivolta all’euro rischia quindi di diminuire ulteriormente la fetta di torta destinata ai nove paesi non appartenenti all’Eurozona, e questi nove paesi sono soprattutto paesi dell’est: Polonia, Rep. Ceca, Ungheria, Croazia, Romania e Bulgaria (oltre a Danimarca, Svezia e l’uscente Regno Unito).
 

Quando si parla di paesi dell’est bisogna sempre ricordare che la loro adesione al progetto europeo si è sviluppata su presupposti completamente diversi da quelli dell’Europa Occidentale, per loro la Ue viene dopo l’appartenenza all’Occidente e alla NATO, se la Ue dovesse diventare sconveniente economicamente oltre che invadente politicamente – con tanto di pressioni sempre più forti per essere annessi all’Eurozona – l’opzione di lasciare l’Unione Europea seguendo il percorso aperto dal Regno Unito diventerebbe la scelta da realizzare rapidamente.

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