Perché difendere la scuola e la istruzione pubblica significa tutelare anche i borghi
Secondo Demoskopika nel 2026 sono previsti oltre 21,3 milioni di arrivi (+5,3% rispetto al 2025), 79,9 milioni di presenze (+6,9%) con la spesa turistica generata stimata in 16,2 miliardi di euro.
Nel 2024 i piccoli comuni italiani a vocazione turistica sono stati particolarmente richiesti dalla domanda turistica con milioni di arrivi e presenze ancor maggiori. E non rappresenta una novità il fatto che lavorare per costruire una rete turistica attorno ai piccoli comuni sia un interesse economico tanto dell'Anci quanto delle Regioni e del Governo centrale.
Poi possiamo entrare nel merito di questa modalità turistica, dell'impatto ambientale che genera e di come i piccoli centri si stiano trasformando per diventare poli attrattivi.
Ci soffermeremo solo su un fatto incontrovertibile: se vogliamo alimentare il turismo attorno ai piccoli borghi, queste realtà devono vivere una esistenza reale e non solo esperienze da cartolina per i soggiorni turistici.
In questi giorni abbiamo immaginato un futuro dispotico nel quale non ci sia spazio per la istruzione pubblica e più in generale per i servizi pubblici, abbiamo riflettuto sulle falle educative o meglio sul dimensionamento del sistema scolastico, termine alquanto discutibile con cui si descrive l'accorpamento delle scuole. E con la denatalità in corso il personale docente vive l'accorpamento di classi e scuole come un autentico dramma, da un anno all'altro potrebbe scomparire il loro posto di lavoro iniziando un lungo tour lontano da casa per avere ore per la loro classe di insegnamento.
Nell'arco di pochi anni, sentir parlare di istruzione e sanità pubblica suonerà strano e una sorta di lontano ricordo avulso dalle nostre esperienze quotidiane, ci sembreranno storie lontane al pari di quelle del Risorgimento.
Ce lo chiede la Europa? Risposta negativa, la Ue invoca riforme ma tra le indicazioni fornite non sono, o sarebbero, esplicitamente indicati i tagli alle scuole, eppure superare le classi pollaio, con un'equa e salutare ridistribuzione degli alunni, sarebbe un fattore di oggettivo miglioramento della scuola pubblica, se diminuissimo il rapporto tra educatore e alunni le opportunità di apprendimento andrebbero aumentando sotto il profilo quantitativo e qualitativo.
Le piccole scuole, in alcune nazioni non sono sinonimo di sprechi ma di qualità della didattica e dei processi educativi, nei piccoli enti locali la qualità della vita è in tanti casi migliore sempre che non si proceda con lo smantellamento dei presidi sanitari, degli uffici postali, con la deindustrializzazione che spingono la popolazione a migrare verso altre aree. Le classi pollaio non aiutano a crescere anzi sono per alunni con disturbi dell'apprendimento un ulteriore handicap, per gli altri una occasione perduta per accrescere il loro livello di istruzione.
Ma qualche speranza esiste all'orizzonte se Regioni come Toscana ed Emilia si sono rifiutate di aderire al progetto Valditara prima attraverso l'accorpamento delle dirigenze prima e poi delle scuole stesse, ad essere colpiti sono gli istituti di montagna, delle isole, dei piccoli borghi ontani dalle città, quelli per altro che hanno già subito i tagli della spending review sanitaria.
Parliamo di processi lunghi che hanno attraversato gli ultimi decenni di storia italica, una lenta e inesorabile corsa agli accorpamenti dei servizi pubblici.
Prima la desertificazione produttiva, poi la riduzione dei servizi, la chiusura degli uffici postali e dei piccoli presidi ospedalieri e ora infine il colpo finale assestato con la riduzione delle scuole e il loro accorpamento che costringerebbe giovani alunni a spostamenti onerosi. In una regione come la Toscana sappiamo che il tempo per raggiungere un istituto secondario nelle aree di montagna può superare una ora e mezzo di viaggio in corriera, una ora e mezzo all'andata e altrettanto al ritorno. Pensiamo a tre ore di corriera ogni giorno, alla sveglia che suona prima delle sei, ai libri aperti sulle corriere cariche di umanità, chiudere le scuole esistenti significherebbe percorrere ancor più strada per garantirsi il diritto alla istruzione, da qui la decisione di abbandonare i borghi e trasferirsi altrove. Ma le cause della migrazione interna sono ben comprensibili e gli interventi atti a prevenire questi fenomeni sono sotto i nostri occhi.
Quando si parla di scuola e di sanità i calcoli non siano solo economici, un Governo dovrebbe considerare innumerevoli fattori a partire dalla necessità di salvaguardare i piccoli paesi salvandoli dalla morte visto che già da tempo subiscono un ineluttabile declino. e qualche considerazione non guasterebbe sul calo nascite, sulla presenza di migranti, sugli investimenti pubblici per la salvaguardia delle aree di montagna a partire dall'assunzione di forestali che sarebbe di aiuto anche per evitare dissesti idrogeologici.
Quando si parla di messa in sicurezza dei territori non intendiamo solo opere infrastrutturali ma ogni intervento atto alla salvaguardia dei centri urbani che corrono innumerevoli rischi: dalla desertificazione alla mancanza di lavoro, dalla natalità al dissesto idrogeologico, dalla chiusura degli ospedali e delle scuole a una qualità della vita deteriorata per assenza di servizi.
E la vita nei centri urbani aiuterebbe anche insegnanti e personale sanitario ad ambientarsi non vivendo questa esperienza come una sorta di ineludibile privazione in vista del posto fisso, potremmo inventarci, in classi piccole, perfino modalità didattiche differenti partendo dal presupposto che non si applicano degli algoritmi per ridurre i costi in campi delicati come sanità ed istruzione. E c'è intanto chi parla di pluriclassi come opportunità di apprendimento.
In tutte queste considerazioni non abbiamo tenuto conto di un fatto: fino a che punto il Governo è disposto a investire nella salvaguardia dei territori, nella istruzione e nella sanità pubblica? Ben poco stando a vedere le indicazioni del Ministro Valditara. E in futuro gli stessi coccodrilli racconteranno delle identità perdute, della desertificazione dei borghi e dei territori abbandonati al loro destino dall'austerità di Bruxelles, eppure sarebbe servito ben poco a evitare un futuro dispotico.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.


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