Quando è cominciato il delirio del cosmopolitismo nella sinistra italiana?

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Quando è cominciato il delirio del cosmopolitismo nella sinistra italiana?

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di Gianpasquale Santomassimo


Quando è cominciato il delirio del cosmopolitismo nella sinistra italiana? Da quando questa penosa caricatura delle vecchie fantasie ottocentesche dell’anarchismo per cui nostra patria dovrebbe essere il mondo intero è divenuta l’ideologia ufficiale dominante nel piccolo mondo, sempre più ristretto, della sinistra moderata e radicale? Probabilmente si sarebbe tentati di rispondere che nasce con la seconda repubblica e col trattato di Maastricht, in stretta connessione con l’accettazione dell’europeismo quale orizzonte obbligato, di natura politica economica e finanche religiosa (di religiosità laica al principio, poi religione vera e propria, con i suoi misteri, i suoi officianti, i dogmi, il senso di terrore e tremore che deve incutere ai reprobi).


Ma in realtà non è proprio così. Per una prima fase apparve importante, quasi centrale, riaffermare l’identità italiana. Rispondendo all’affermazione leghista nel Nord, nelle forme secessioniste che allora connotavano la Lega di Bossi, si aprì un dibattito lungo e impegnativo, che coinvolse anche e soprattutto la sinistra. Cosa poteva accadere “Se cessiamo di essere una nazione”? Era il titolo del libro di Gian Enrico Rusconi del 1993 che inaugurò la discussione, che fu lunga e a tratti intensa, e che vide emergere anche elaborazioni di portata non trascurabile. Ricorderei soprattutto “Patria. Circumnavigazione di una idea controversa” di Silvio Lanaro del 1996, che giungeva a un punto di vista a mio avviso di grande chiarezza storica, largamente condivisibile e di grande attualità, non solo legata a quel dibattito. Allora l’Europa aveva ancora le fattezze di un Babbo Natale benevolo, che ci avrebbe portato una giornata di guadagno in più e una di lavoro in meno, e altri infiniti doni, se avessimo fatto con disciplina i nostri compiti a casa. Cosa che facevamo, con zelo acritico, svendendo le nostre industrie e smantellando il nostro stato sociale, ma sentendoci italiani oltre che europei.





Anche nella fase immediatamente successiva non si può scorgere l’affiorare del cosmopolitismo. La presidenza di Carlo Azeglio Ciampi fu segnata dal massimo di zelo europeista e dal peggiore rigurgito di paccottiglia risorgimentale, fino a tornare a considerare la nostra partecipazione alla prima guerra mondiale come “quarta guerra d’indipendenza”, come avevamo letto in un tempo ormai lontano nei nostri libri scolastici degli anni Cinquanta. Eravamo i più disciplinati soldatini dell’Europa unita, che grazie a Prodi si allargava sconsideratamente ad Est, disposti a qualunque sacrificio perché ce lo chiedeva l’Europa, ma grazie alle campagne di Ciampi e Biscardi dovevamo finalmente cantare a squarciagola il testo, un po’ delirante, della mediocre marcetta militare che ci ritroviamo come inno nazionale. Tutta la vicenda evidenziava come il massimo del servilismo verso l’esterno potesse coniugarsi benissimo col massimo di eccitazione patriottarda, dove il patriottismo tornava ad essere rifugio delle canaglie che stavano rinunciando all’esercizio della nostra sovranità costituzionale.


A ben guardare il cosmopolitismo, nelle sue forme più ingenue e acritiche, si afferma proprio nell’ultimo decennio, sotto i colpi della crisi che devasta l’Europa e affossa ancor più il nostro paese stagnante. Gli Stati Uniti, dove la crisi era nata, ne escono con la leva dell’intervento statale nell’economia, e in ogni paese si seguono le ricette classiche e naturali, che l’esperienza delle crisi novecentesche aveva consegnato in eredità. Tranne che in Europa, dove le “regole” impediscono di attingere a questa risorsa. Ci sarebbe materia a sufficienza per ridiscutere il dogma della fine dello Stato-nazione, ma qui scatta una sorta di sindrome di Stoccolma, che porta ad assolutizzare e rilanciare il quadro concettuale in cui ci si era adagiati, trovando conferme anziché smentite nella realtà confusamente percepita. E’ anche il trionfo del TINA, non ci sono alternative e comunque non vogliamo vederle. L’Europa non è più Babbo Natale, è una prigione di popoli che si è data il compito di “sorvegliare e punire”, ma è ormai la nostra realtà, dove andiamo fuori di essa?


L’Europa non si può cambiare, è stata costruita perché fosse immodificabile nell’ottusa perentorietà dei suoi trattati, ma vogliamo cambiarla dall’interno, senza fretta, tra qualche decennio forse ci riusciamo. Il mondo è dominato dalle multinazionali, abbiamo bisogno di una risposta europea, ma forse non basta neppure quella, ci vuole una risposta planetaria. Intanto abbiamo un due per cento scarso, ma in cuor nostro sentiamo di rappresentare il 99% della popolazione mondiale, come ai bei tempi del Social Forum. Se il popolo ci schifa è perché è razzista, fascista e disumano. Presidiamo la ZTL assieme al PD, nel quale infine confluiremo (se ci vuole). Ripartiamo da Riace, siamo già in 21.
 

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