Sciopero 28 novembre. Una manovra inadeguata, iniqua per depotenziare contratto nazionale e welfare universale
di Federico Giusti
La manovra di Bilancio leggera del 2026 rinvia all’anno successivo, quello che precede le elezioni, interventi maggiori.
Scelta elettorale ma adeguata allo stato dell’economia e del welfare? Il futuro offrirà la risposta giusta, intanto è bene continuare ad analizzare questa Manovra senza accontentarsi di slogan e di rivendicazioni da ascrivere al libro dei sogni.
La manovra è pari a 18.7 miliardi, oltre 7 miliardi derivano da tagli alla spesa pubblica nel prossimo triennio, sia sufficiente questo dato per confutare una delle prime dichiarazioni del Governo, i tagli ci sono e verranno definiti nei prossimi mesi. Poi abbiamo all’incirca 4 miliardi derivanti dalle misure fiscali e dall’ anticipo delle richieste al mondo bancario, assicurativo e finanziario, è bene sapere che non si tratta di prelievi forzosi ma solo di anticipi. Poi abbiamo l’aumento delle accise sui carburanti e sui tabacchi per ricordare a Giorgia Meloni quando strillava dai banchi dell’opposizione verso analoghi provvedimenti dell’allora Maggioranza
Fin qui le entrate, ben poca cosa, non si aggredisce la evasione fiscale, si evita una Patrimoniale che per altro scontenterebbe anche parte del campo largo nel centro sinistra, si annunciano tagli ai ministeri che poi potrebbero tradursi in sforbiciate al welfare.
Quanto poi ai contratti nazionali nella PA il loro rinnovo (con l’aiuto della Uil fulminata sulla via di Damasco nel sapere che la mancata sottoscrizione avrebbe impedito la presenza ai tavoli negoziali aziendali e del secondo livello di contrattazione) quelli del triennio 20214 e quelli futuri saranno al di sotto del costo della vita, ai 9 anni di blocco della contrattazione di inizio secolo si aggiungeranno ulteriori erosioni del potere di acquisto.
E’ forse questa l’attenzione promessa ai lavoratori della PA?
Veniamo alle uscite, anche qui i numeri in apparenza sono contenuti ma il loro impatto sociale resta comunque elevato perché riducendo le tasse lo Stato deve coprire il mancato gettito e la coperta diverrà troppo corta per andare verso un ampliamento delle misure di welfare.
A quanti criticano lo stato sociale costruito sui pensionati ricordiamo che sarebbe sufficiente non sostituirsi alle imprese, far loro pagare, visti i profitti accumulati, un po’ di tasse per avere le risorse necessarie ad ampliare il welfare a beneficio dei più giovani.
Fatti due conti si parla di 3 miliardi per la riduzione dell’aliquota IRPEF, 2 per la detassazione dei rinnovi contrattuali e dei premi di produttività, circa 500 milioni per ampliare la platea degli esclusi dal calcolo ISEE sulla prima casa. Poi ci hanno raccontato una lieta novella, quella dei fondi destinati alla sanità in aumento, in teoria questo è vero parlando di 2.4 miliardi aggiuntivi per il 2026 ma i finanziamenti nei prossimi anni andranno a decrescere senza dimenticare che stiamo parlando solo di parte dei soldi sottratti al settore a colpi di riduzione di spesa.
La sanità avrebbe bisogno di cifre assai maggiori se l’Italia, in rapporto al Pil, continua a spendere meno di altri paesi UE.
Se poi volessimo azzardare con confronto le misure a favore delle imprese sono assai maggiore, all’incirca 8 miliardi alle quali sommare il miliardo della difesa per la quale sono previsti stanziamenti che superano 23 miliardi di euro nel triennio 20268.
Entrate poche, spese già indirizzate ad alcuni capitoli di bilancio frutto di scelte politiche in subordine ai voleri Usa e Nato o per non urtare le suscettibilità di Bruxelles in materia di spesa.
E nel frattempo viene portato un duro attacco al CCNL, che da strumento di redistribuzione della ricchezza a tutela del potere di acquisto è diventato invece uno strumento sempre meno utile a combattere il costo della vita. Per quanto se ne dica, un Contratto nazionale va difeso quando restituisce potere di acquisto e di contrattazione ai lavoratori, da lustri accade invece l’esatto contrario, da pilastro è divenuto un’arma spuntata, uno strumento inefficace e reso tale per favorire il secondo livello di contrattazione ove sono applicabili le innumerevoli deroghe agli stessi contratti
Il Governo non si distingue dagli Esecutivi precedenti sottoscrivendo intese contrattuali a perdere e individuando nel sistema delle deroghe la via di uscita per aggirare il CCNL restituendo ai datori maggiore potere contrattuale, lo fa sapendo che certe scelte indeboliranno ruolo e funzione del contratto nazionale a favore di intese aziendali che poi sono gli accordi di produttività oggetto di sistemi fiscali agevolati.
Sta proprio qui la principale contraddizione di numerosi sindacati che ritengono invece rafforzato il ruolo del contratto nazionale quando invece avviene l’esatto contrario
Quanto alle politiche fiscali le misure proposte sono insufficienti ad esempio la riduzione dell’aliquota IRPEF al 33% non comporta alcun aumento di reddito per le fasce medio basse fino a 28.000 ammesso poi che il ruolo dello Stato si possa ridurre a sostituirsi alle imprese nelle misure di sostegno al reddito.
E sulle politiche previdenziali le misure a favore delle pensioni basse sono del tutto trascurabili, non esiste, come sul fisco, una idea e un progetto di riforma strutturale, si cerca solo di scaricare sullo Stato alcune spese eccezion fatta per favorire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro come dimostra il mancato finanziamento per Quota 103 e Opzione Donna nonostante si siano dimostrate svantaggiose per la forza lavoro che con queste scelte andava a perdere con forte contrazione del futuro assegno previdenziale. Ma anche sul versante previdenziale la critica di alcuni sindacati, vicini e lontani dal Governo, è quella che poco si fa per favorire la previdenza complementare come se l’obiettivo non fosse la tutela del welfare state ma dei fondi pensioni.
Si continua or dunque a puntare sulla razionalizzazione della spesa corrente che poi è una versione edulcorata della famigerata spending review, a detta di alcuni sindacati il Governo non pensa al potenziamento dei sistemi di welfare locali che a nostro avviso restano parziali e di difficile realizzazione se pensiamo alle risorse mancanti nei Bilanci degli enti locali e derivanti dal mancato finanziamento statale. Per un Governo andato al potere promettendo fuoco e fiamme contro le regole di Bruxelles risvegliarsi con posizioni in palese continuità con gli Esecutivi del passato dovrebbe essere il primo motivo di riflessione. Regioni e Comuni, gravati dai vincoli di bilancio e dalla impossibilità di accrescere le spese, si troveranno davanti allo spettro di ridurre i servizi socioassistenziali territoriali, a farne le spese saranno le famiglie a basso reddito, persone con disabilità, anziani non autosufficienti, le classi sociali meno abbienti.
Nessuna volontà redistributiva delle ricchezze, nessun indirizzo dell’attività economica anche a fini sociali, addio a una riforma organica del welfare, la Legge di Bilancio del Governo Meloni accontenta solo le imprese e una nuova fase concertativa che magari dovremo definire in altri termini parlando, magari, di luna di miele con i sindacati che hanno a cuore il sistema delle deroghe, la contrazione del potere di acquisto ma sono disposti a barricate per salvaguardare previdenza e sanità integrativa. E non una parola viene spesa invece sulla urgenza di un piano casa che restituisca alle famiglie bisognose una locazione dignitosa, non si tassano le seconde e terze case deliberatamente tenute sfitte, non ci sono percorsi credibili per assumere migliaia di precari nella ricerca, nel mondo della istruzione e nella sanità.
Da qui scaturisce la convocazione dello sciopero generale contro la Legge di Bilancio ,una risposta più che giusta iniziando con il 28 Novembre insieme al sindacalismo di base per proseguire a dicembre con la Cgil.

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