Dalla difesa all’attacco: la svolta strategica dell’Iran
L’Iran alza il livello della risposta all’aggresione bellica israelo-statunitense e imprime un’accelerazione decisiva al conflitto in Medio Oriente. Con il lancio della 74ª ondata dell’operazione “True Promise 4”, Teheran ha colpito simultaneamente basi militari statunitensi e obiettivi nei territori palestinesi occupati, segnando un salto qualitativo nelle capacità operative e nella strategia militare. L’operazione, simbolicamente legata alla memoria dell’offensiva “Fath al-Mobin” del 1982, ha impiegato missili balistici avanzati - tra cui Emad, Fateh e Qiam - insieme a droni d’attacco, colpendo installazioni chiave come la Prince Sultan Air Base in Arabia Saudita e la Quinta Flotta USA in Bahrain. Parallelamente, attacchi pesanti hanno interessato centri militari e di sicurezza in diverse città israeliane.
Secondo fonti iraniane, questi raid riflettono un cambiamento strutturale: da una dottrina difensiva a una postura apertamente offensiva. Il generale Ali Abdollahi ha parlato di una trasformazione profonda, basata su nuove tecnologie e sull’impiego di sistemi avanzati sviluppati anche grazie al contributo di giovani scienziati. Sul piano politico, il presidente Masoud Pezeshkian ha risposto duramente alle minacce statunitensi, respingendo l’ultimatum di Washington sullo Stretto di Hormuz e definendo “illusorie” le dichiarazioni di Donald Trump. Teheran ha chiarito che qualsiasi attacco alle proprie infrastrutture energetiche provocherà una risposta “irreversibile” su scala regionale.
Il controllo dello Stretto di Hormuz emerge come nodo cruciale del confronto. Il blocco imposto dall’Iran alle petroliere legate agli Stati Uniti e ai loro alleati ha già provocato un’impennata dei prezzi energetici e forti tensioni nei mercati globali. Washington, priva di una strategia efficace, valuta scorte navali e una coalizione internazionale che però fatica a concretizzarsi. Analisti e media israeliani riconoscono che è oggi l’Iran a dettare il ritmo del conflitto, costringendo Stati Uniti e Israele a inseguire gli sviluppi sul campo. Il rischio, sempre più concreto, è quello di un’escalation prolungata e di un conflitto regionale difficilmente contenibile.
In questo scenario, Teheran punta a consolidare deterrenza e coesione interna, mentre segnala che le operazioni in corso rappresentano solo l’inizio di una fase ancora più intensa. Il Medio Oriente entra così in una nuova era di instabilità, in cui gli equilibri strategici appaiono sempre più incerti e in rapido mutamento.
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