Daniele Luttazzi - Stratfor, società privata di intelligence e che dice della politica trumpiana

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Pubblichiamo due approfondimenti di Daniele Luttazzi sulla società privata di intelligence Stratfor e su come funzionano le agenzie governative Usa apparsi sul Fatto Quotidiano la scorsa settimana. 


di Daniele Luttazzi - Non c'è di che, Fatto Quotidiano

15 gennaio 2026

Stratfor (Strategic Forecasting Inc.) è una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. William Marquez (Bbc) la definisce una “Cia ombra” per via delle analisi che conduce, del modo in cui ottiene le informazioni, di chi le commissiona e perché. La sua attività principale è la valutazione dei rischi geopolitici mondiali. Richard Weitz, esperto di sicurezza e di intelligence presso l’Hudson Institute, spiega: “Essendo un’azienda privata, non devono giustificare la provenienza dei fondi o a cosa servono. Potrebbero ricevere denaro da una compagnia petrolifera per condurre un’indagine o, come a Bhopal, in India, per osservare e analizzare i movimenti degli attivisti in seguito al disastro dell’impianto tossico della Dow Chemical/Union Carbide del 1984, che colpì più di mezzo milione di persone. Se la Cia ha bisogno di informazioni, ma non può intervenire a causa della situazione delicata, come nel caso dello spionaggio su Israele o sui paesi della Nato, si avvale di personale Stratfor. Sono come un’agenzia investigativa privata, solo più grande”. Stefania Maurizi, che 15 anni fa con WikiLeaks rivelò le mail interne della Stratfor, una settimana fa ha scritto su X: “Migliaia di giornalisti, aziende, servizi segreti si informano su #Stratfor, nel tentativo di stare un passo avanti agli altri e saperne di più”. Anche per questo diventa molto interessante leggere cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana.

La mano visibile: l’interventismo di Trump rimodella il capitalismo americano (Matthew Bey, Stratfor) Nei primi mesi di mandato l’amministrazione Trump ha avviato la più profonda trasformazione del capitalismo statunitense dai tempi di Reagan. Attraverso una combinazione di dazi record, pressioni sulle istituzioni indipendenti e un coinvolgimento diretto dello Stato nelle imprese private, la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato l’ortodossia liberista che aveva guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo. Il risultato è un modello di capitalismo centralizzato, in cui il presidente aspira a controllare i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Il mercato (la “mano invisibile” di Adam Smith) non è più l’arbitro principale dell’efficienza economica, sostituito da una “mano visibile” statale, che decide quali settori sostenere, quali imprese favorire e quali strategie industriali incentivare o punire, com’è evidente dal crescente ruolo della Casa Bianca nel determinare il successo o il fallimento di aziende e di interi comparti produttivi. Il protezionismo è uno degli strumenti centrali di questa svolta. I dazi imposti dall’amministrazione sono i più elevati dagli anni Trenta e vengono utilizzati non solo per riequilibrare il commercio internazionale, ma per costringere le imprese a investire nella manifattura statunitense. Parallelamente, Trump ha messo in discussione l’indipendenza della Federal Reserve, esercitando pressioni affinché i tassi di interesse venissero ridotti anche a costo di alimentare l’inflazione. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, riguarda l’ingresso diretto dello Stato nel capitale e nella governance delle imprese. L’accordo del 22 agosto con Intel, che ha trasformato 8,9 miliardi di dollari di sovvenzioni federali in una partecipazione pubblica del 9,9 per cento, ha reso il governo il maggiore azionista dell’azienda. Questo modello è stato affiancato da altri interventi simili: la golden share in U.S. Steel, la partecipazione del Dipartimento della Difesa in MP Materials e gli accordi di condivisione dei ricavi con Amd e Nvidia.


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16 gennaio 2026

Riassunto della puntata precedente: per saperne di più sulla geopolitica, giornalisti, aziende e servizi segreti si informano da Stratfor, una società privata di intelligence al servizio di multinazionali e agenzie governative Usa. Cosa pensa Stratfor della politica economica trumpiana? Matthew Bey, analista senior, spiega che la Casa Bianca ha abbandonato l’ortodossia liberista che ha guidato l’economia americana per quasi mezzo secolo, e la sta sostituendo con un capitalismo centralizzato in cui il presidente controlla i nodi chiave della pianificazione economica nazionale. Ne sono un esempio gli accordi con Intel, U.S. Steel, MP Materials, Amd e Nvidia, che hanno reso il governo un azionista di quelle aziende. Il modello, sostengono funzionari del governo, è replicabile in altri settori strategici.

Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha persino suggerito che soluzioni analoghe potrebbero essere estese al comparto della Difesa, definendone alcune grandi aziende come estensioni operative dello Stato. Inoltre, con dichiarazioni pubbliche, pressioni mediatiche e minacce di misure punitive, Trump cerca di orientare direttamente le scelte aziendali in materia di prezzi, investimenti e localizzazione produttiva. I dazi vengono spesso usati come strumento coercitivo contro le imprese considerate non allineate agli obiettivi economici della Casa Bianca. Trump ha diffidato Walmart dall’aumentare i prezzi a seguito dei dazi e ha attaccato Goldman Sachs per aver pubblicato analisi secondo cui i consumatori Usa avrebbero sostenuto la maggior parte dei costi delle tariffe.

Questo clima ha spinto molte grandi aziende a cercare patti col presidente, promettendogli investimenti e offrendogli impegni simbolici di lealtà. I sostenitori del trumpismo economico sostengono che il modello liberista sia ormai inadatto in un contesto di competizione strategica con la Cina. Tuttavia i rischi sistemici sono considerevoli, spiega Bey. Le aziende sostenute direttamente dal governo ottengono vantaggi politici che alterano la concorrenza, mentre altre risultano penalizzate. Sul piano internazionale, questi interventi aumentano il rischio di ritorsioni commerciali, accuse di sussidi illegali e tensioni geopolitiche, in particolare con la Cina e con l’Unione europea.

Il caso Intel rappresenta il banco di prova più significativo del nuovo corso. L’azienda è in difficoltà da un decennio, superata dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company nella produzione di chip all’avanguardia. L’ingresso dello Stato in Intel porta nuovo capitale, però non sufficiente a risolvere la crisi strutturale dell’azienda, mentre la conversione delle sovvenzioni in partecipazione azionaria lega il destino di Intel a quello politico dell’amministrazione. L’esperienza storica mostra che dazi e sussidi mirati raramente producono benefici duraturi in termini di competitività e innovazione: i casi di successo sono legati a investimenti neutrali in ricerca e sviluppo o a partenariati pubblico-privati nelle fasi iniziali delle tecnologie emergenti. Il piano di Trump, invece, riduce i finanziamenti alla ricerca di base e privilegia misure coercitive. Infine, centralizzare la pianificazione economica si scontra con la complessità dell’economia americana. Le piccole e medie imprese, che rappresentano circa il 44 per cento del Pil, restano escluse da questo sistema e rischiano di essere penalizzate a vantaggio dei grandi gruppi capaci di negoziare direttamente col potere politico. Il capitalismo trumpiano, un sistema centralizzato, è insomma meno prevedibile del capitalismo classico e potenzialmente più instabile.

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