Giappone, cresce il neomilitarismo: la Cina denuncia una deriva pericolosa

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Giappone, cresce il neomilitarismo: la Cina denuncia una deriva pericolosa

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Le tensioni nell’Asia-Pacifico tornano a salire e questa volta al centro delle preoccupazioni c’è il Giappone. Da Pechino arrivano accuse ben precise: la diffusione di un “neomilitarismo” ormai fuori controllo che rappresenta una minaccia concreta per l’intera regione.

A lanciare l’allarme è stato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, nel corso di una conferenza stampa a Pechino. Secondo la diplomazia cinese, una serie di sviluppi recenti rende evidente come Tokyo stia progressivamente abbandonando la sua tradizionale postura difensiva, aprendo la strada a una nuova fase di riarmo.

Tra gli episodi citati figurano la partecipazione attiva delle Forze di autodifesa giapponesi a esercitazioni militari con Stati Uniti e Filippine, il passaggio di un cacciatorpediniere giapponese nello Stretto di Taiwan e la decisione del governo di allentare significativamente i vincoli sull’export di armi. A questi elementi si aggiungono gesti simbolici ma fortemente controversi, come le offerte rituali al Santuario Yasukuni, luogo che per Pechino resta indissolubilmente legato al passato imperialista e militare del Giappone.

Secondo Guo, il quadro è chiaro: il neomilitarismo giapponese non è più un’ipotesi, ma una realtà in espansione. Un fenomeno che, come denuncia, affonda le radici in una mancata elaborazione storica. “Le forze di destra non hanno mai riflettuto davvero sulle aggressioni del passato”, ha dichiarato, accusando Tokyo di spingere verso una politica di sicurezza sempre più offensiva ed espansionista, anche attraverso il rilancio del suo complesso militare-industriale.

Nel mirino della Cina finisce anche il tentativo giapponese di mantenere l’immagine di “Paese pacifista”, costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Un’immagine che, secondo Pechino, risulta essere ormai “in rovina”. L’aumento della spesa militare, il dispiegamento di missili offensivi e il dibattito sulla revisione della costituzione pacifista vengono interpretati come segnali inequivocabili di un cambio di rotta strategico.

Non meno rilevante è l’intensificarsi dei rapporti tra Tokyo e la NATO. L’ipotesi di un maggiore coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica nell’Asia-Pacifico viene letta da Pechino come un tentativo di estendere dinamiche militari al di fuori del loro ambito originario, con possibili ricadute sull’equilibrio regionale.

Il richiamo alla storia resta centrale nella posizione cinese. Le tragedie del passato, ha sottolineato Guo, non possono essere dimenticate né archiviate. Il riferimento è alle guerre di aggressione condotte dal Giappone nel XX secolo, che provocarono devastazioni e sofferenze in tutta l’Asia.

Per questo, l’appello rivolto ai Paesi della regione è netto: mantenere alta la vigilanza e difendere i risultati della vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Non si tratta solo di memoria storica, ma di una questione di sicurezza concreta e attuale.

Il ritorno, anche solo parziale, di logiche militariste in un’area già strategicamente delicata rappresenta un rischio estremamente serio. La storia del Novecento dimostra con chiarezza quanto rapidamente il militarismo possa trasformarsi in aggressione, instabilità e conflitto su larga scala. Ignorare questi segnali significherebbe sottovalutare una minaccia reale: il neomilitarismo - come avverte la Cina - se lasciato sviluppare senza controllo, non è un fenomeno astratto, ma un pericolo concreto capace di compromettere la pace e trascinare intere regioni verso nuove tragedie.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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