Hormuz: l'illusione del "Project Freedom" e l'insidia asimmetrica dell'Iran

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Hormuz: l'illusione del "Project Freedom" e l'insidia asimmetrica dell'Iran

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di Giulio Pizzamei

 

L’agenzia stampa iraniana Fars riporta che nelle scorse ore la marina dell’IRGC ha lanciato due missili antinave a un vascello militare americano come avvertimento. La notizia arriva solo un giorno dopo l’annuncio di Trump dell’inizio dell’operazione “Project Freedom”, mirata a proteggere il passaggio di navi alleate nel contestato stretto di Hormuz. Le forze armate americane dichiarano che più di 100 velivoli e 15.000 soldati parteciperanno all’operazione ma, nonostante l’impressionante numero di forze dispiegate, è molto improbabile, come dimostrato dal recente attacco, che ciò si trasformi in un drastico aumento della sicurezza nello stretto.

Il blocco navale iraniano dello stretto di Hormuz non è mai stato veramente basato sul totale controllo militare e sulla certezza di attacco in caso di breccia del blocco, quanto piuttosto sull’incertezza di incolumità imposta alle navi grazie alla sola intenzione di attaccare. Più volte delle navi sono riuscite a sfuggire alla rappresaglia iraniana ma per rendere il passaggio non sicuro bastano le volte in cui non ci sono riuscite e, per capire perché le capacità offensive iraniane in quest’ambito sono quasi impossibili da neutralizzare completamente, bisogna guardare le armi che minacciano il passaggio delle navi non autorizzate dall’IRGC; droni e missili. Queste due tipologie di armi sono diventate il “marchio di fabbrica” delle operazioni iraniane degli ultimi anni, in un conflitto caratterizzato da equilibri di forza messi costantemente in dubbio dal potenziale militare non convenzionale offerto dall’uso diffuso di queste munizioni. Soprattutto in uno spazio relativamente piccolo come lo stretto di Hormuz la minaccia di sciami di droni e missili, la cui intercettazione è probabile ma mai certa, rappresenta un rischio troppo grande per la maggior parte dei vascelli civili.

La dottrina statunitense è quella della totale neutralizzazione delle capacità offensive avversarie ma, anche dopo un mese di bombardamenti incessanti, la marina militare iraniana è ancora capace di porre un concreto rischio a qualsiasi nave essa consideri nemica. Ciò è dovuto al fatto che le piattaforme di lancio dei missili da crociera e soprattutto dei droni sono relativamente facili da occultare e rivelare solo nel momento dell’utilizzo. Più volte nel corso della guerra le forze armate iraniane e gruppi paramilitari affiliati hanno condiviso video di droni lanciati da basi sotterranee estremamente difficili da individuare dall’esterno. In più le poche risorse richieste dall’ assemblamento, in particolare, di alcuni tipi di droni e missili rendono possibile la produzione decentralizzata degli stessi, donando la possibilità a gruppi isolati di portare avanti attacchi a sorpresa anche senza un'efficiente rete logistica alle spalle. Dati tutti questi fattori è improbabile che le forze armate statunitensi riescano a garantire il passaggio sicuro nello stretto di Hormuz, soprattutto visti i recenti eventi. Anzi, in caso la scorta di vascelli e la presenza continua nello stretto di navi statunitensi vengano viste come provocazioni dall’IRGC l’operazione “Project Freedom” potrebbe rivelarsi controproducente, aumentando il rischio di attacchi da parte iraniana.

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