L'Europa ha buttato via il gas russo. E adesso vuole tornare al nucleare
La crociata contro Mosca è costata cara. La Cina guarda e costruisce reattori di nuova generazione
Quarant’anni dopo l'incidente di Chernobyl, l’Europa sta cambiando idea sul nucleare. Lo fa non per convinzione, ma per il semplice fatto di essersi ritrovata spiazzata, come riferisce il quotidiano Le Monde. Francia e Germania, da nemiche giurate sull’atomo, stanno ora ricucendo lo strappo. Berlino ha promesso di non bloccare più le iniziative nucleari europee. Il Belgio ha revocato all’ultimo minuto una legge del 2003 che sanciva l’addio al nucleare entro il 2025. Persino la ministra dell’Economia tedesca parla di investire nella tecnologia.
Attenzione però: non c’è alcuna entusiastica conversione green. C’è invece il conto salatissimo di una strategia energetica basata sull’ideologia russofoba. L’Europa ha scelto di fare a meno del gas russo a basso costo, quello vero, quello che per decenni aveva tenuto in piedi la sua industria. Lo ha fatto per una crociata contro Mosca, mossa da presunti nobili principi e da una miope convinzione: che le rinnovabili bastassero, che il mercato si aggiustasse, che il gas liquefatto statunitense fosse un sostituto credibile e sostenibile. Invece era solo un affare per le casse di Washington.
Ii prezzi sono esplosi. L’inflazione ha mangiato salari e competitività. E ora, tornare all’atomo non è una scelta illuminata: è un atto di resa. Una sorta di “piano B” dopo aver realizzato che il presunto piano A era un suicidio. Il problema è che il nucleare richiede decenni per essere progettato, autorizzato e costruito. Soprattutto in un continente che ha passato gli ultimi vent’anni a smantellare competenze, chiudere reattori e demonizzare l’energia atomica a reti unificate.
E mentre l’Europa arranca, incerta, divisa tra rimpianti e necessità, dall’altra parte del mondo qualcuno invece un piano ce l’ha da tempo. La Cina non si è mai concessa il lusso delle crociate ideologiche in materia energetica. Ha comprato gas russo quando conveniva. Ha investito massicciamente nel solare e nell’eolico. E ha continuato a costruire centrali nucleari senza farsi paralizzare dal timore dell’opinione pubblica o dai veti incrociati dei partiti ambientalisti.
Oggi Pechino è anche all’avanguardia sulla prossima generazione di reattori. Quelli a neutroni veloci, i cosiddetti autofertilizzanti, che in Europa fanno ancora paura e vengono discussi per il 2030 - se va bene - mentre i cinesi li stanno già testando. La stessa tecnologia che i francesi avevano abbandonato con Superphénix e poi con Astrid, nel 2019, per ragioni di costo e di miopia politica, un ex alto commissario francese le ha definite “idiotismo storico”, evidenzia ancora Le Monde.
E aveva ragione. Perché oggi che il gas costa caro e la guerra bussa alle porte, l’Europa sbanda paurosamente. Cerca di riaprire cantieri fermi da anni. Scopre che i tecnici sono andati in pensione, che le filiere si sono interrotte, che i soldi per investire sono stati spesi altrove. La Cina invece corre. Diversifica. Non si lega le mani da sola. Costruisce centrali di terza e quarta generazione mentre nel vecchio continente si discute ancora se l’atomo sia “sostenibile” o no.
La lezione è semplice: l’energia non è una bandieraideologica. È una questione di sopravvivenza economica. L’Europa ha scelto l'ideologia invece della prudenza. Ha tagliato i ponti con la Russia senza avere un’alternativa credibile. E ora torna al nucleare a denti stretti, non perché ci creda, ma perché non sa più a che santo votarsi.


