Il cavallo di Troia del "riconoscimento" e la Palestina come bussola morale

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Il cavallo di Troia del "riconoscimento" e la Palestina come bussola morale

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di Mjriam Abu Samra*

Non è una novità. È l'ennesimo stratagemma di distrazione di massa, che però stavolta si manifesta in piena luce, palese e riconoscibile a tutti per quello che è realmente: un disperato tentativo di esorcizzare il terrore di un sistema che, seppur tra difficoltà e contraddizioni, vacilla alle sue stesse fondamenta.
Arrivano i riconoscimenti dello Stato di Palestina insieme alle tardive "definizioni ufficiali" di genocidio da parte di agenzie delle Nazioni Unite. Questo assomiglia a una resa, ma è la resa di un sistema troppo arrogante per arrendersi davvero. Tenta quindi la strategia del Cavallo di Troia: si camuffa. Utilizza quel linguaggio che ha sdoganato e che credeva ormai spudoratamente e indiscutibilmente egemonico – il gergo del negoziato neoliberale e politically correct, intriso di una narrativa perbenista che promuove un pacifismo funzionale solo alla supremazia del Nord Globale. Con questo stesso linguaggio, il sistema ripropone le sue visioni di dominio coloniale e rilegittima le sue asimmetrie di potere attraverso la riaffermazione dei due stati, che non è altro che la neutralizzazione e l'occultamento dei rapporti oppressivi coloniali, nonché il tentativo di rafforzare subdolamente le stesse strutture internazionali di radice coloniale che li sostengono.

Alcuni tentano addirittura di forzare ulteriormente la mano, di imporre una loro "vittoria" presentando questa strategia come una concessione, condizionata alla necessità di un'abdicazione strategica e morale dei Palestinesi. Si sentono forti della complicità dei loro vassalli: una classe politica palestinese che ancora spudoratamente parla al plurale ma che non rappresenta nessuno. Provano a legittimare la dinamica coloniale con l’approvazione dei colonizzati, lasciando fare a loro il lavoro sporco, quello di screditare, di trasformare, di demonizzare la loro stessa causa, quella di liberazione. Ma non sanno che le manette d’oro che hanno promesso loro sono disprezzate dalle masse, da quelle masse che loro tentano di controllare e che arrogantemente dicono di rappresentare. Non sanno che non c’e’ piu’ nessuno che crede a questa retorica, che non la riconosce per quello che e’: violenza politica, carattistica fondante della storia Europea e occidentale.

Se non fosse una dinamica indicativa dell'arroganza strafottente e, oserei dire, anacronistica del sistema di dominio occidentale, ci sarebbe solo da ridere.
La verità, nuda e cruda, è che nonostante la tragedia si addentri nelle fasi più cruente e inimmaginabili di un genocidio coloniale perpetrato da decenni e sostenuto da un intero sistema che sembrava intoccabile, la Resistenza Palestinese continua a dimostrare che la lotta popolare non è addomesticabile. Dimostra che sul territorio, le dichiarazioni strategiche e la volgarità del dominio militare ed economico che impongono con prepotenza, non si traducono in vittorie e conquiste indiscutibili. Dimostra che nonostante la convinzione di poter devastare e "ricostruire" a loro piacimento la Palestina, per marchiare sulla sua terra la prepotenza coloniale cancellando la storia intera di un popolo indigeno, il sistema non è in grado di imporsi. la Resistenza Palestinese incarna un principio universale: l’ambizione  alla liberta’ non si negozia. E questa verità non rimane confinata. Si propaga. È un'onda che nasce dalle macerie di Gaza e si infrange contro le fortezze del potere globale.

È il mondo intero che ora tiene la Palestina come bussola morale e si rivolta. È la dignità e l'ineluttabile fiducia nella giustizia che verrà, da Gaza a Tulkarem, a Gerusalemme a Haifa, che impone al sistema di riciclarsi per cercare di proteggersi. È questa forza che non permette un avanzamento spavaldo, così come vorrebbero farci credere. L'immenso e devastante, ma dignitoso ed eroico sacrificio del popolo palestinese rimane una verità indiscutibile che ha scosso le radici di questo sistema marcio. E ha favorito una mobilitazione popolare,  tenace nella sua spontaneita’, che sorge dalle aule universitarie occupate, dalla presa di coscienza dei lavoratori in ogni settore, dalle piazze che si indegnano . È la coscienza di milioni di persone che, riconoscendo nella Palestina l'epicentro della giustizia negata, fanno propria quella lotta.

Ma proprio qui, nel momento del suo massimo slancio, il movimento deve organizzarsi con ferrea disciplina. Questo risveglio di coscienze non deve, non può, trasformarsi in un facile entusiasmo da salotto o in una bandiera da sventolare per sentirsi moralmente a posto. Il sistema, esperto nel neutralizzare le rivolte, tenterà di cooptare, di ammorbidire, di canalizzare questa energia travolgente dentro i binari morti del dibattito istituzionale, del riconoscimento formale svuotato di sostanza, dell'umanitarismo che cura le ferite senza mai combattere chi le infligge.

E’ nostro preciso dovere, ora, non rendere vano il sacrificio palestinese. È nostro dovere onorare la resistenza e contribuire con una costruzione capillare di azioni e visioni politiche capaci di portare avanti i primi passi che già si stanno compiendo. Dobbiamo farlo con lucidità, con una visione strategica di lungo periodo, con disciplina organizzativa e consistenza teorica. Ricordando che la liberazione palestinese e’ la liberazione delle nostre societa’. Non siamo solo solidarieta’, possiamo essere, dobbiamo essere, fautori del cambiamento sistemico che serve a portare giustizia. 

Senza retrocedere.

Senza farci abbagliare e distrarre da facili luccichii e dichiarazioni autoreferenziali.

Senza farci mettere i cappelli.

Mantenendo chiara e netta la consapevolezza che la Palestina indica la strada: che la lotta si combatte sui nostri territori, non solo con l'emotività solidale, ma con una coscienza rivoluzionaria.

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CONSIGLIO DI LETTURA:

L'autrice ha curato la stesura di una pubblicazione tutta al femminile che attraverso la riflessione personale delle palestinesi in Italia propone una disamina culturale e politica della violenza genocidaria sionista e della storica resistenza palestinese al progetto coloniale.

Con i contributi di Mjriam Abu Samra (curatrice), Shaden Ghazal, Rania Hammad, Sabrin Hasbun, Laila Hassan, Samira jarrar, Sara Rawash, Noor Shihade, Tamara Taher, Widad Tamimi.





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Ricercatrice post-doc Marie Curie presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell'Università Ca' Foscari di Venezia e il Dipartimento di Antropologia dell'Università della California, Davis, USA. È stata coordinatrice del Renaissance Strategic Center ad Amman, in Giordania, e ha insegnato all'Università di Giordania e in istituti universitari americani ad Amman. Mjriam ha un dottorato in Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford, nel Regno Unito, la sua ricerca si concentra sulla politica studentesca transnazionale palestinese e anticolonialismo. È stata tra i fondatori del movimento giovanile palestinese transnazionale (PYM).

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