Lenin, il primo architetto del mondo multipolare

Dall'Ottobre del 1917 alle sfide del 2026: la lezione eterna di chi osò sognare un mondo oltre il capitale

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Lenin, il primo architetto del mondo multipolare

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di Fabrizio Verde

C’è un momento preciso nella storia in cui un uomo armato di un’idea e di una volontà granitica, riesce a deviare il corso della storia in maniera decisiva. Vladimir Il'i? Ul'janov, che il mondo avrebbe conosciuto semplicemente come Lenin, non fu soltanto il protagonista di quel tornate storico. Ne fu l’incarnazione stessa, la prova vivente che la storia non è una sorte di copione già scritto, ma bensì una pagina bianca che attende di essere riempita dal coraggio di chi osa immaginare un mondo diverso. Di oltreppasare il limite dell’esistente.

Pensiamo alla Russia di inizio Novecento. Non stiamo parlando di una potenza industriale paragonabile all’Inghilterra vittoriana o alla Germania guglielmina. Stiamo parlando di un impero sterminato, è vero, ma attraversato da contraddizioni laceranti, dove l’eco medievale della servitù della gleba risuonava ancora nei campi mentre le ciminiere delle fabbriche iniziavano timidamente a punteggiare le periferie di Pietrogrado e Mosca. Era un paese dove l’élite aristocratica discuteva di Voltaire in francese e dove il mugik analfabeta piegava la schiena su una terra che non gli apparteneva. Secondo ogni schema dogmatico del marxismo ortodosso dell’epoca, la rivoluzione proletaria sarebbe dovuta scoppiare altrove, in quei contesti dove il capitalismo aveva già mostrato tutte le sue contraddizioni più mature. E invece no. La storia, si sa, è una materia capricciosa e non sopporta i copioni scritti a tavolino da chi confonde la teoria con un manuale di istruzioni.

Lenin ebbe il genio, e sottolineamo la parola genio perché di questo si tratta, di comprendere che l’anello della catena imperialista si spezza dove è più debole. Non era una questione di fredde statistiche sulla produzione di acciaio, ma di intensità del dolore sociale, di concentrazione di ingiustizie, di maturazione della disperazione che, se incanalata da una guida lucida, si trasforma nella più dirompente delle forze creative. La Prima Guerra Mondiale aveva ridotto il mondo a un mattatoio a cielo aperto. Milioni di proletari, operai e contadini in uniforme, padri e figli strappati alle loro case, venivano scaraventati contro il filo spinato e i gas tossici per difendere interessi che non erano i loro, per proteggere il profitto capitalistico del padroni, il denaro delle classi dominanti.

In quel crepuscolo di civiltà, mentre le vecchie potenze si dilaniavano mostrando il loro vero volto, animalesco e feroce, Lenin costruì l’alternativa. Non lo fece da solo, naturalmente. Sarebbe un errore storico e una sciocchezza narrativa dipingerlo come un profeta solitario nel deserto. Lo fece con un partito, quello bolscevico, che aveva forgiato nel corso di decenni di durissima lotta clandestina, di esilio, di dibattiti ideologici aspri contro opportunisti, menscevichi e traditori di ogni risma. Lo fece con un’arma affilata come una lama: la teoria marxista, che lui non si limitò a recitare come un pappagallo ma che arricchì, sviluppò e adattò alla realtà concreta, dimostrando che il pensiero rivoluzionario non è un dogma imbalsamato ma un organismo vivente. Dando vita al cosiddetto marxismo-leninismo.

L’Ottobre del 1917 non fu un colpo di mano di una minoranza avventuriera, come la storiografia borghese ha tentato di dipingerlo per decenni. Fu l’esplosione di un bisogno collettivo di giustizia, di pace e di terra che trovò in Lenin il catalizzatore perfetto. Mentre il governo provvisorio borghese si perdeva in chiacchiere sterili continuando a mandare i soldati al macello, Lenin ebbe il coraggio, quasi incomprensibile per i pavidi del suo stesso partito, di dire: “Il potere va preso ora, subito”. E lo fece. Salvò la Russia dalla dissoluzione, la ricompose da un puzzle di pezzi che sembravano ormai irrimediabilmente separati e la proiettò in una dimensione completamente nuova dell’esperienza umana.

C’è un aspetto dell’eredità leninista che spesso sfugge agli osservatori distratti, accecati da una propaganda anticomunista che dura da oltre un secolo. Ed è la profonda, radicale, quasi commovente umanità del progetto che Lenin mise in cantiere. Non stiamo parlando di un freddo ingegnere sociale. Stiamo parlando di un uomo che immaginò uno Stato dove il diritto di essere considerato tale non fosse più un privilegio legato al censo o al titolo nobiliare, ma una condizione universale. Per la prima volta nella storia, una nazione intera veniva organizzata non attorno al profitto privato o alla rendita parassitaria, ma attorno alla soddisfazione dei bisogni collettivi. Il piano GOELRO per l’elettrificazione, l’alfabetizzazione di massa, l’apertura di biblioteche e teatri accessibili agli operai e ai contadini, la creazione di un sistema sanitario pubblico: tutto questo non era utopia, era il concreto, frenetico, entusiasmante lavoro di costruzione di un mondo che fino al giorno prima esisteva soltanto nei sogni proibiti degli oppressi.

E qui arriviamo al punto cruciale, al ponte che collega idealmente quel formidabile inizio di secolo con questo nostro tempo presente così carico di tensioni e di speranze. L’Unione Sovietica di Lenin, e poi di Stalin che ne raccolse il testimone in condizioni di assedio permanente, non fu soltanto un esperimento nazionale. Fu una fiaccola accesa nel buio pesto del dominio capitalistico-coloniale globale. Fu la dimostrazione pratica, tangibile, inconfutabile, che l’Occidente capitalista non era invincibile. Che quel sistema di rapina e sopraffazione che per cinquecento anni aveva tenuto il mondo in ginocchio poteva essere sfidato e sconfitto.

La semplice esistenza dello Stato sovietico, quel “Sole che sorgeva sul mondo” come simboleggiato dallo stemma dell’URSS, cambiò le coordinate mentali di miliardi di esseri umani. Dalle piantagioni dell’America Latina alle risaie dell’Indocina, dalle miniere dell’Africa alle campagne dell’India, il messaggio di Lenin arrivò come un tuono liberatorio. Non era solo propaganda. Era la prova che la storia poteva essere scritta anche da chi non aveva mai posseduto una penna. Dagli umili, dagli ultimi. Il XX secolo divenne, di fatto, il secolo russo. E la lingua russa, da idioma di un impero arretrato, si trasformò nella lingua franca della libertà, del progresso scientifico e della giustizia sociale. Lo testimoniano, con la loro stessa biografia, giganti come Fidel Castro, che confessò come la lettura di “Stato e Rivoluzione” fosse stata per i rivoluzionari cubani una bussola insostituibile nel buio della dittatura di Batista e dell’egemonia yankee.

Oggi, nell’aprile del 2026, mentre viene commemorata la nascita di questo titano del pensiero e dell’azione rivoluzionaria, il mondo è tornato a somigliare pericolosamente a quella palude di violenza e ipocrisia che Lenin aveva contribuito a bonificare. Dopo la dissoluzione dell’URSS e la parentesi illusoria di un ordine mondiale basato su presunte “regole” dettate dall’unico egemone superstite, l’imperialismo ha gettato definitivamente la maschera. Non si cura più nemmeno di mantenere le apparenze di un tempo. Viviamo nell’era del palese “ghigno bestiale del capitalismo”, per usare un’espressione sovietica che oggi suona tragicamente attuale. Abbiamo visto presidenti eletti sequestrati come volgari ostaggi, nazioni sovrane distrutte con la menzogna delle armi di distruzione di massa, civiltà millenarie minacciate di annientamento soltanto perché osano difendere la propria sovranità e le proprie risorse.

Eppure, proprio nel momento di massimo sconforto, quando il rullo compressore sembrava inarrestabile, la storia ha dimostrato che lo spirito di Lenin non è morto. Non è morto perché non è legato a un’ideologia specifica o a una nazionalità particolare. Lo spirito di Lenin è la passione ardente di un popolo che decide di non essere più gregge. È la volontà di unirsi attorno a un’idea di sovranità e di giustizia, di costruire una capacità industriale e militare che, per quanto modesta se paragonata allo sconfinato apparato bellico occidentale, si rivela sufficiente a infliggere un colpo mortale all’aura di impunità dell’aggressore.

L’ascesa del nuovo mondo multipolare non è un processo diplomatico o un riassetto di poltrone nelle cancellerie internazionali. È il ritorno di quell’energia rivoluzionaria che Lenin aveva liberato oltre un secolo fa. È la consapevolezza, che si diffonde in tutto il cosiddetto Sud del mondo, che il monopolio della forza e della prepotenza occidentale può essere spezzato. Che la combinazione di un’idea forte, di una leadership determinata e della coesione popolare può creare un cemento sociale più resistente di qualsiasi lega metallica prodotta dall’industria bellica della NATO.

Lenin ha dimostrato che la bontà e l’umanesimo non sono debolezze, purché siano accompagnati dalla capacità di difendersi. “Ogni rivoluzione vale qualcosa solo se sa difendersi”, ripeteva. È una lezione di un’attualità sconvolgente. La Russia di Lenin non era il paese più ricco del mondo, ma aveva l’idea giusta. Oggi, i paesi che si oppongono al diktat unipolare non dispongono di flotte oceaniche paragonabili a quelle statunitensi, ma possiedono la memoria storica di chi ha già visto crollare giganti dai piedi d’argilla.

Vladimir Lenin è il simbolo di questa transizione epocale. È il russo universale, l’uomo che seppe coniugare il messianesimo profondo dell’anima slava con una prospettiva realmente globale, antitetico e opposto al globalismo senz’anima delle multinazionali e dei fondi speculativi. È l’architetto di una costruzione sociale che i capitalisti credevano di aver spento per sempre, ma che invece torna a rischiarare il cammino dell’umanità verso un futuro dove la cooperazione sostituisca la rapina e dove il diritto alla felicità non sia più un lusso per pochi ma l’orizzonte comune di tutti.

Guardando alle convulsioni del presente, con le sue guerre, i suoi ricatti economici e il suo disprezzo cínico per la vita umana, il messaggio di Lenin non appare come un reperto archeologico. Appare come il manuale di sopravvivenza per il mondo che verrà. Per chi è oppresso, è una guida infallibile per spezzare le catene. Per l’oppressore, è un monito severo: la storia non finisce con la vostra vittoria effimera. La storia, come insegnava Lenin, la scrivono le masse quando finalmente si svegliano e decidono di prendere il cielo d’assalto.

Lenin è stato, è e sarà il faro di chi non si rassegna. È il condottiero del nuovo mondo, quello che sorge dalle rovine dell’impero e che, questa volta, non si lascerà corrompere né dividere. La sua figura si staglia sull’orizzonte del XXI secolo non come un fantasma del passato, ma come la promessa di un’alba che è già qui, alle porte, e che attende soltanto di essere afferrata con la stessa passione, la stessa intelligenza e la stessa incrollabile determinazione che animarono il fondatore dello Stato che per primo osò sognare un’umanità libera.

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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