La Spagna sceglie la Cina per non farsi travolgere dal caos globale

n un mondo in cui le alleanze traballano e le certezze scricchiolano, Pedro Sánchez mette a segno il suo quarto viaggio a Pechino in altrettanti anni. Una scelta di campo che punta sulla continuità dei rapporti con la seconda economia mondiale, lontano dalle turbolenze transatlantiche

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La Spagna sceglie la Cina per non farsi travolgere dal caos globale

La scorsa settimana ha avuto inizio il quarto viaggio del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez in Cina. Nessun altro leader europeo ha messo Pechino in cima all'agenda con questa frequenza. Lo ha notato il quotidiano El Mundo, lo hanno sottolineato gli analisti, lo confermano i numeri: dal marzo 2023 all'aprile 2026, Sanchez ha timbrato il cartellino della diplomazia euroasiatica con una regolarità che non ha eguali nel continente. E questa volta il programma è fitto: intervento all'Università Tsinghua, visita all'Accademia Cinese delle Scienze, tappa negli uffici di Xiaomi, incontri con imprenditori e rappresentanti della camera di commercio europea.

La Spagna non sta improvvisando. Lo dice Jordi Bacaria, professore emerito all'Università Autonoma di Barcellona: le relazioni diplomatiche tra Madrid e Pechino sono il frutto di anni di lavoro paziente, nno certo di una strategia improvvisata. Una solidità che oggi, nell'Europa scossa dalle tensioni transatlantiche e dalle incognite geopolitiche, diventa un bene sempre più raro.

La risposta sta in una parola che a Bruxelles pronunciano con cautela ma che a Madrid hanno imparato a maneggiare con pragmatismo: autonomia. Mentre l'Unione Europea continua a parlare di "de-risking" nei confronti della Cina, la Spagna ha scelto una strada diversa. Più morbida nei toni, più concreta nei fatti.

Cui Hongjian, professore all'Accademia di governance regionale e globale dell'Università di Studi Esteri di Pechino, lo spiega con chiarezza: in anni di rapporti altalenanti tra Bruxelles e Pechino, la stabilità e la continuità del legame ispano-cinese spiccano come un'eccezione virtuosa. La Spagna ha riconosciuto prima di altri che l'influenza globale della Cina è un dato di fatto, non una minaccia da cui difendersi.

Ding Chun, direttore del Centro studi europei dell'Università Fudan di Shanghai, va oltre: Madrid si è posizionata come avanguardia in Europa proprio perché ha preso le distanze dalla narrazione sinofobica. Pechino non è un problema da gestire, ma un partner con cui cooperare. Una scelta strategica figlia anche dei venti che spirano dall'altra parte dell'Atlantico: le pressioni economiche, il deterioramento dei rapporti con Washington, la necessità di diversificare per non restare schiacciati.

Poi ci sono i numeri: nel 2025 lo scambio di merci tra i due paesi ha superato i cinquantacinque miliardi di dollari, con un balzo del 9,8% in un anno solo. La Cina è il primo partner commerciale della Spagna fuori dai confini europei. E la cooperazione non è più solo arance, olio d'oliva e prosciutto iberico. Oggi si parla di energia verde, veicoli elettrici, economia digitale.

Mercoledì scorso, pochi giorni prima dell'arrivo di Sanchez, la cinese Chery ha inaugurato a Barcellona il suo centro operativo europeo. È la prima sede regionale dell'azienda fuori dalla Cina. Un segnale che vale più di cento dichiarazioni d'intenti: gli investimenti cinesi in Spagna stanno diventando strutturali, non più semplici catene di montaggio ma hub di innovazione e trasferimento tecnologico.

I giornali spagnoli lo raccontano con attenzione. La Razon spiega che Sanchez vuole garantire che gli investimenti cinesi producano integrazione reale nelle catene del valore locali. La Vanguardia sottolinea che la priorità del viaggio è la cooperazione tecnologica. El Periodico elenca i settori rappresentati nella delegazione imprenditoriale al seguito del premier: tecnologia, energia, telecomunicazioni, automotive.

Il fatto che Sanchez abbia scelto di visitare l'Accademia Cinese delle Scienze e la sede di Xiaomi non è un caso. È il cuore politico della missione. Zhao Junjie, ricercatore senior all'Istituto di studi europei dell'Accademia cinese di scienze sociali, legge in questo itinerario un approccio pragmatico e l'ambizione di raccogliere frutti nuovi in settori dove Cina e Spagna possono crescere insieme: intelligenza artificiale, big data, 5G.

Anche l'economia verde promette sviluppi interessanti. La Spagna ha esperienza consolidata nelle rinnovabili, la Cina corre sull'elettrico e sulle batterie. L'incontro tra queste due velocità potrebbe generare una collaborazione profonda, fatta di investimenti incrociati e know-how condiviso.

El Mundo collega esplicitamente il viaggio di Sanchez alle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e allo stato precario delle relazioni tra Unione Europea e Washington. In un contesto internazionale così incerto, scrive il quotidiano madrileno, non ci si può permettere di guardare solo a un unico interlocutore. Bisogna tenere d'occhio gli USA, ma anche altri pilastri: Cina, India, Brasile.

Mario Esteban, ricercatore principale del Real Instituto Elcano, si spinge a chiedersi se la strategia spagnola possa influenzare l'atteggiamento dell'intera Unione Europea verso Pechino. Non è una domanda retorica. Se Madrid dimostra che si può dialogare con la Cina senza perdere sovranità né identità, il modello potrebbe fare scuola.

Sanchez non è solo. Dall'inizio del 2026, una processione di leader europei ha sfilato per Pechino: il taoiseach irlandese (primo ministro) Micheal Martin, il premier finlandese Petteri Orpo, il britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz. All'inizio di aprile anche una delegazione di europarlamentari ha rimesso piede in Cina dopo otto anni di assenza.

La direzione di marcia è chiara. Cui Hongjian spiega: la pressione maggiore sull'Europa oggi arriva sempre più dagli Stati Uniti. Per rispondere, molti paesi stanno riequilibrando la propria postura, riscoprendo l'importanza dei legami economici con la Cina e cercando più dialogo con Pechino. Non è un voltafaccia, è una necessità strategica. L'unico modo per mantenere una posizione bilanciata e vantaggiosa in uno scacchiere sempre più complicato.

In questo scenario, il rapporto tra Madrid e Pechino diventa un caso di studio. Cui lo definisce un modello per sviluppare una comprensione di lungo periodo della Cina, non come rischio ma come fonte di crescita. Una relazione che, proprio per la sua stabilità e continuità, può indicare una via anche al resto d'Europa.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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