L’ombra di Israele sui negoziati tra Stati Uniti e Iran

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Mentre proseguono i negoziati tra Stati Uniti e Iran, cresce la tensione all’interno dell’asse occidentale. A mostrare apertamente il proprio malcontento è soprattutto Benjamin Netanyahu, sempre più isolato rispetto al dialogo avviato tra Washington e Teheran. Secondo diverse fonti diplomatiche, il premier israeliano teme che un eventuale accordo possa ridimensionare drasticamente il peso strategico di Tel Aviv in Medio Oriente. Nelle ultime ore Netanyahu ha chiesto un’intensificazione degli attacchi contro Hezbollah in Libano e avrebbe avuto un duro confronto con Donald Trump. Dietro lo scontro emerge una divergenza sempre più evidente: da una parte chi punta a una stabilizzazione regionale attraverso il negoziato, dall’altra chi considera l’Iran il principale ostacolo all’egemonia israeliana nell’area.

Secondo diversi analisti, Israele non vedrebbe con favore una soluzione diplomatica. Lo storico Yakov Rabkin sostiene che Tel Aviv abbia interesse a mantenere alta la tensione regionale per impedire il rafforzamento dell’Iran, considerato il principale sostenitore della resistenza palestinese. Una normalizzazione tra Washington e Teheran rappresenterebbe quindi una sconfitta strategica per Israele. Anche Trita Parsi ritiene che un accordo duraturo comporterebbe inevitabilmente un alleggerimento delle sanzioni contro Teheran, rafforzando la posizione iraniana e riducendo l’influenza israeliana nella regione.

Sul piano interno, la guerra appare inoltre sempre più legata alla sopravvivenza politica dello stesso Netanyahu. Il premier israeliano continua infatti a essere contestato per le responsabilità legate agli eventi dell’ottobre 2023 e per il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati contro Hamas e Hezbollah. Secondo l’analista Murad Sadygzade, il conflitto ha consentito al governo israeliano di rinviare la resa dei conti politica interna, mantenendo il dibattito pubblico centrato sulla sicurezza nazionale. Tuttavia, le operazioni militari a Gaza, in Cisgiordania e contro l’Iran hanno anche provocato un forte deterioramento dell’immagine internazionale di Israele, soprattutto nei Paesi occidentali. Per Rabkin, Tel Aviv non è riuscita a ottenere i risultati strategici promessi, mentre il costo politico e diplomatico della guerra continua a crescere. In questo quadro, Israele potrebbe cercare di ostacolare l’intesa tra Stati Uniti e Iran non attraverso uno scontro diretto con Trump, ancora molto popolare in Israele, ma facendo leva sull’influente lobby filo-israeliana negli Stati Uniti.

Organizzazioni come AIPAC hanno già iniziato a sostenere apertamente i politici statunitensi contrari all’accordo con Teheran. Tra questi figurano i senatori repubblicani Ted Cruz e Lindsey Graham, che hanno espresso forte scetticismo verso qualsiasi apertura nei confronti dell’Iran. Il rischio, secondo diversi osservatori, è che nuove escalation militari in Libano o nella regione possano essere utilizzate per far deragliare definitivamente i negoziati ancora in corso.


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