Manovra, la Commissione Europea vuole il suicidio dell'Italia

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Manovra, la Commissione Europea vuole il suicidio dell'Italia

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Marx XXI
 

Non c’è peggior cieco di chi tiene apposta gli occhi ben chiusi, per scommessa, solo per dar prova di conoscere la strada da percorrere, senza mai guardarsi intorno: non solo va a sbattere lui, ma fa cadere anche chi vorrebbe condurre per mano.


La Commissione europea non vuole prendere atto della realtà: l’Italia si trova ancora oggi, a dieci anni dall’inizio della crisi del 2008, nelle circostanze contrarie di carattere eccezionale, che sono previste dal Fiscal Compact per derogare all’obiettivo di raggiungere l’equilibrio strutturale del bilancio secondo il calendario previsto e di ridurre di 1/20 l’anno la percentuale del debito pubblico eccedente il 60% del pil.


Basta guardare alla situazione del pil reale italiano di quest’anno, rispetto a quella del 2007: siamo l’unico Paese dell’Eurozona, insieme alla Grecia che è stata massacrata dalla Troika, ad essere ancora ad un livello più basso di quello di partenza. Nel 2007, il pil reale italiano era di 1.687 miliardi di euro. Alla fine di quest’anno, se tutto andrà bene, sarà ancora di 1.613 miliardi. Le previsione del Fmi ci accreditano nel 2019 di 1.630 miliardi. Siamo sotto di 5 punti di pil reale quest’anno, e lo saremo ancora di 4 punti percentuali il prossimo. E’ una situazione di drammatica avversità, non riscontrata neppure dopo le due Guerre mondiali. Basta vedere il confronto con i nostri concorrenti: Francia +10%, Germania +15%, Belgio +11%, Spagna +6%. Financo il Portogallo ci ha superato con il +1%.


Tutti hanno fatto deficit in questi anni, ma nessuno ha fatto avanzo primario ad eccezione dell’Italia e della Germania. Ma quest’ultima ha beneficiato di tassi di interesse da sempre più bassi sul debito e soprattutto del crollo del rapporto euro/dollaro indotto dal Qe: è una economia dopata, cresciuta attraverso l’avanzo strutturale del commercio con l’estero. Quello italiano, molto più recente, si è basato sulla deflazione salariale indotta dalle manovre pesantemente recessive adottate dal 2012 in avanti.


L’Italia si è distinta per rigore, adottando una politica del risanamento fondata sulla adozione di un saldo primario positivo, e tendenzialmente crescente, del bilancio pubblico: questo ha frenato la crescita dell’economia reale, impedendo di conseguenza anche la riduzione del rapporto debito/pil. Si è imposta una costante emorragia di risorse dall’economia reale: una quota consistente delle entrate fiscali viene utilizzata per pagare gli interessi sul debito, mentre il deficit serve solo a pagarne la quota che residua.


Siamo afflitti da bassa crescita per unico questo motivo: il drenaggio continuo di risorse fiscali che dura pressoché ininterrottamente dal 1992. Il Paese è ormai stremato.  


Il Fiscal Compact, per quanto improntato ad una logica di ferreo rigore e certamente lontanissimo da una impostazione keynesiana, non ha potuto evitare di accogliere le regole elementari del buon senso: non si possono adottare politiche fiscali deflattive in un contesto economico già di per sé negativo. Ha introdotto il concetto di “circostanze eccezionali”, che consentono una deroga alla applicazione delle regole su deficit e debito, in particolare nel caso di “periodi di grave recessione economica”. Sulla base di questo principio sono state previste in sede applicativa le cosiddette clausole di flessibilità per condizioni macroeconomiche avverse.


Sostenere, come ha fatto la Commissione, che nel 2019 le condizioni macroeconomiche dell’Italia non presentano alcuna criticità in quanto comunque l’economia tenderebbe comunque a crescere, e che per questo motivo l’Italia non ha diritto a vedersi applicate le deroghe previste dal Fiscal Compact, significa negare la realtà oggettiva della situazione.


Il Ministro italiano dell’economia Giovanni Tria ha più volte respinto la richiesta della Commissione di riformulare il bilancio, affermando che l’economia italiana è già in forte rallentamento: la manovra richiesta dalla Commissione, che consiste in una correzione strutturale dello 0,8% del pil, rappresenterebbe una sorta di suicidio per l’economia italiana.


L’operatore pubblico fornirebbe all’economia un impulso recessivo che si aggiungerebbe a quello già subito dall’economia mondiale per via della politica monetaria sempre più restrittiva in corso. La Fed, ormai da mesi. ritira mensilmente liquidità in dollari dalla circolazione, vendendo titoli del Tesoro statunitense, mentre la Bce si appresta a concludere nel prossimo novembre gli interventi del Qe.


L’Unione è un apparato robotizzato che va avanti a prescindere, senza neppure guardare alla realtà.

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