Pentagono e Automotive: Ford e GM verso la riconversione militare per Ucraina e Iran
di Gentili, F. Giusti – Centro Studi Politico Sindacale
Secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali statunitensi – come il Wall Street Journal,[1] Reuters e il New York Times – e provenienti da fonti anonime, il Pentagono starebbe avviando colloqui preliminari con i vertici di alcune case automobilistiche per la riconversione di alcuni stabilimenti produttivi a fini militari. Tra le aziende coinvolte ci sarebbero General Motors e Ford. La mossa dei vertici militari coinvolgerebbe anche imprese importanti già attive nel settore militare, come Oshkosh e GE Aerospace, nel tentativo di creare una sinergia industriale che vada oltre il settore dell’automotive.
La causa principale di questa mossa politico-economica starebbe nel rapido deterioramento delle scorte militari dovuto alla guerra in Ucraina e a quella in Iran, a cui le aziende automobilistiche potrebbero porre rimedio con relativa – sottolineiamo: “relativa” – facilità, vista la possibilità di integrare alcuni dei tradizionali processi produttivi delle automobili nella filiera militare: stampaggio, fusione, lavorazioni meccaniche, produzione e assemblaggio di componenti digitali. È inoltre noto che il settore dei veicoli civili non sia in grado di generare un tasso di innovazione tecnologica che stia al passo con quello dell’automotive cinese, campione dell’auto elettrica e di quella a guida autonoma: si tratta dunque di importare innovazione tecnologica dal settore della difesa per incrementare la competitività. Ne gioverebbero sia la filiera militare che quella automobilistica.[2]
Certo, la notizia non farà piacere agli amanti della pace: il precedente storico, difatti, sta nella riconversione a fini militari – per la produzione di camion, jeep e velivoli – di molti stabilimenti di Detroit, avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale. Tutto ciò mentre negli USA la disoccupazione (tradizionalmente contenuta) è in aumento, passando dal 3,8% del 2023 al 4,5% del 2025, e il poco stato sociale ivi esistente viene progressivamente demolito. Dei 1.500 miliardi di Dollari destinati alla difesa per il 2027 – «il budget più alto dalla Seconda guerra mondiale»[3] –, dunque, almeno una parte avrebbe dovuto essere stata investita nelle politiche sociali, ma così non è stato.
- La situazione italiana
Anche in Italia si parla di riconversione militare dell’automotive, attualmente portata avanti da aziende come Berco e, in futuro, Stellantis. Il Governo Meloni ha inserito nel maxi-emendamento alla Finanziaria 2026 un comma dedicato alla riconversione dell’industria, laddove si parla di «progetti infrastrutturali, finalizzati alla realizzazione, all'ampliamento, alla conversione, alla gestione e allo sviluppo delle capacità industriali della difesa».[4]
Il tentativo è quello di sfruttare la capacità produttiva delle case automobilistiche per commercializzare le innovazioni produttive di tipo militare, potendo così accorciare i cicli temporali della ricerca e dello sviluppo delle innovazioni belliche. La guerra in Ucraina, infatti, ha dimostrato che per conseguire obiettivi di prontezza militare sia fondamentale riuscire a innovare più rapidamente del nemico i sistemi d’arma. Per fare ciò sarà necessario favorire l’orientamento strategico dei finanziamenti militari, che dovrebbero essere diretti maggiormente verso l’innovazione produttiva e sulle esigenze di lungo termine: «difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, munizioni e missili, droni e sistemi anti-droni, mobilità militare, tecnologie emergenti quali intelligenza artificiale, quantum, guerra cibernetica ed elettronica e, infine, infrastrutture strategiche abilitanti, inclusi sistemi di trasporto aereo strategico».[5] A tal fine risulteranno essenziali «la promozione di partenariati pubblico privati su progetti strategici nazionali ed europei»[6] e l’incremento dei finanziamenti pubblici. Questi, per la verità, in Italia sono ancora prevalentemente impiegati per la spesa per il personale, mentre solo il 6% va alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti.
Siffatti obiettivi di pianificazione economica strutturale non sono conseguibili con un tessuto industriale così frammentato dalla corposa presenza di piccole e medie imprese – condizione, questa, particolarmente vera per l’Italia ma in buona parte anche per gli altri paesi europei –, che limitano le capacità di coordinamento degli attori imprenditoriali e l’accesso ai fondi europei, inficiando la visione strategica del Governo e delle Forze Armate, le quali ultime sempre più spesso esprimono pareri sulla politica industriale nazionale. Pertanto il tentativo del legislatore sarà quello di creare una base industriale dual-use, in cui «non è il prodotto a essere “a duplice uso” ma lo stesso sito produttivo, che quindi sarebbe in grado di produrre beni diversi sia per uso civile che militare, sia contemporaneamente che in alternanza, attraverso una rapida transizione da una funzione di produzione di beni commerciali a beni militari senza necessità di continui investimenti».[7]
Un altro tassello importante è costituito dalla politica per l’approvvigionamento costante e sicuro di input produttivi, che parte dalle catene di fornitura delle materie prime critiche (come i metalli semiconduttori). Ciò potrà essere conseguito, nei piani di Meloni e Crosetto – supportati dai loro centri studi e uffici tecnici –, tramite «una migliore promozione dell’internazionalizzazione, che punti a facilitare l’accesso ai mercati esteri»[8] e, soprattutto, attraverso l’acquisizione di un ruolo maggiormente centrale del Governo. Questo al momento non può costituirsi parte negoziale nelle trattative[9] – e noi speriamo che non possa mai farlo. In questo senso un cavallo di Troia in grado di scardinare o forzare la legislazione attuale potrebbe essere costituito da trattative fra governi (accordi Government-to-Government), auspicata sia dal Governo che dalle Forze Armate.
Dal punto di vista commerciale il tentativo italiano sembra definirsi attorno a una politica attenta, sì, a consolidare e sviluppare i legami con le aziende e i paesi della Comunità Europea e del Regno Unito, «favorendo la creazione di alleanze industriali e di veri e propri campioni europei in grado di competere a livello globale»[10], ma orientata anche alla tutela degli specifici interessi nazionali, in particolar modo per quanto concerne i legami commerciali con i paesi del Golfo e del Sud-Est asiatico.
Per realizzare il piano industriale su esposto il Governo punterà a rimuovere i vincoli per gli investimenti bancari del settore, ad armonizzare la legislazione esistente con quella degli altri paesi europei – allentando molteplici vincoli normativi – e a meglio coordinare la logistica militare. Hanno fatto scalpore, in tal senso, il recente accordo tra Leonardo e RFI, stipulato nel febbraio del 2024, volto al monitoraggio e alla protezione degli snodi ferroviari strategici, così come lo sviluppo delle banchine portuali elettrificate, previsto dal PNRR,[11] che consentirà alle navi militari ormeggiate di prendere elettricità da terra per poter soddisfare il fabbisogno energetico delle proprie tecnologie avanzate, riducendo i tempi di stazionamento dei porti e incrementando il traffico militare.
A chiudere il cerchio di questa disastrosa politica bellicista troviamo l’esistenza di una considerevole pressione sul sistema scolastico e universitario: le materie STEM come priorità d’insegnamento, considerate «essenziali per garantire una forza lavoro qualificata e capace di sostenere l’innovazione tecnologica richiesta dal comparto»;[12] il «rafforzamento della collaborazione tra imprese, università e istituti di ricerca» e la «creazione di spin-off universitari»[13] (imprese – di solito start-up – che nascono all’interno o a partire da università e centri di ricerca). Nel merito vogliamo ricordare l’intervento di inizio febbraio dell’ex Amministratore Delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, fatto davanti agli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma proprio per magnificare l’importanza delle discipline STEM, e nel quale ha dichiarato: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20mila persone, oggi siamo 63mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica».[14] Del resto, attraverso la Fondazione Leonardo ETS la nota azienda produttrice di armi sta progressivamente penetrando nel mondo dell’istruzione pubblica, attraverso progetti come “STEMLab”, “A Scuola di STEM” e “Civiltà dei Dati”, che mirano a collegare il mondo aziendale dell’innovazione tecnologica (con un marcato outlook sul militare e la Difesa) con quello della formazione.
Si tratta di un tassello di una più articolata politica degli industriali e delle istituzioni europee per l’aziendalizzazione della scuola pubblica, che a dire la verità parte da lontano: la potente lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), creata nel 1983, già da tempo sosteneva «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea», criticando gli insegnanti per «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto»;[15] la Commissione Europea, dal canto proprio, afferma da oltre quarant’anni che «Gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università dovrebbero essere aperti sul mondo: è opportuno assicurare i loro legami con l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi».[16]
Siamo nelle mani sbagliate e ci troviamo nel bel mezzo di veri e propri piani di guerra, dunque. Speriamo che a combatterla ci vadano Meloni e compagnia, anziché i lavoratori d’Italia, e che ci lascino – è proprio il caso di dirlo – in pace.
[1][1] Cfr. S. Terlep, Pentagon Approaches Automakers, Manufacturers to Boost Weapons Production, 15th April 2026, https://www.wsj.com/politics/national-security/pentagon-approaches-automakers-manufacturers-to-boost-weapons-production-19538557?.
[2] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Dove ci porta la riconversione bellica dell’automotive, 30 Marzo 2026, https://diogenenotizie.com/dove-ci-porta-la-riconversione-bellica-dellautomotive/.
[3] Redazione Eurofocus, Riconversione militare delle case automobilistiche: dopo la Germania, tocca agli Usa, 17 Aprile 2026, https://eurofocus.adnkronos.com/imprese/produzione-armi-aziende-auto-trattative-pentagono-confronto-germania/.
[4] L. 199/2025, art. 1, c. 280.
[5] MIMIT, Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale, Gennaio 2026, p. 140.
[6] Ivi, p. 137.
[7] Ivi, p. 141.
[8] Ivi, p. 139.
[9] Cfr. D.P.R. 104/2015, art. 3.
[10] MIMIT, op. cit., p. 140.
[11] Pnrr #NEXTGENERATIONITALIA, M3C2. 1, Riforma 1.3, p. 169.
[12] MIMIT, op. cit., p. 139.
[13] Ivi, p. 141.
[14] Cfr. https://www.fondazioneleonardo.com/stories/stem-tecnologie-futuro-evento-leonardo-roma.
[15] ERT, Education et compétence en Europe, Etude de la Table Ronde Européenne sur l'Education et la Formation en Europe, Bruxelles, Février 1989.
[16] Commissione della Comunità Europea, Les objectifs concrets futurs des systèmes d'éducation, Rapport de la commission, COM(2001) 59 final , Bruxelles, 31 Janvier 2001.

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