Pepe Escobar - La guerra contro l'Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

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Pepe Escobar - La guerra contro l'Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

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di Pepe Escobar The Cradle

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

La guerra contro l'Iran sta compromettendo i corridoi commerciali, dei trasporti e energetici che sono al centro dell'integrazione eurasiatica.

La guerra di scelta degli Stati Uniti contro l'Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La Guerra dei Corridoi di Connettività Economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell'integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi intrecciano praticamente tutti i principali attori in tutta l'Eurasia.

Scaviamo più a fondo in quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest delle Nuove Vie della Seta/Belt and Road Initiative (BRI) guidato dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud Russia-Iran-India (INSTC); l'IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegano la Turchia con Qatar, Siria e Iraq.

Le Nuove Vie della Seta/BRI della Cina avanzano attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all'Eurasia occidentale, incluso il Corridoio Settentrionale (attraverso il Transiberiano in Russia) e il Corridoio Centrale (passando per il Kazakistan e attraverso il Caspio fino al Caucaso e alla Turchia).

 

 

 

L'Iran al centro dell'integrazione eurasiatica

Ma è la geografia ultra-strategica dell'Iran che lo ha posizionato, fin dalle Antiche Vie della Seta, come il crocevia definitivo tra est e ovest; un ruolo riacceso dalle Nuove Vie della Seta/BRI lanciate dal Presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell'accordo Cina-Iran di 25 anni e 400 miliardi di dollari firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato dalla BRI. È essenziale per bypassare il dominio marittimo americano, il bombardamento di sanzioni durato decenni sulla Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci da Xian, l'ex capitale imperiale cinese, arrivò al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Questo segnò l'inizio ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente su strada o ferrovia ai porti marittimi, nel Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che enormi spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang tramite l'Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all'Iran, alla Turchia e più avanti al Golfo Persico, all'Africa e persino all'Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre profitto dal corridoio ferroviario per ricevere petrolio iraniano, invece di affidarsi alla flotta fantasma iraniana, anche se le sfide logistiche restano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ricalibrando l'importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta BRI che collega lo Xinjiang, tramite l'autostrada del Karakoram, al nord del Pakistan e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla guerra di scelta dal presidente USA Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando la situazione politica instabile del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’intricatissimo gioco di relazioni tra Cina e India. Dopotutto, entrambi i membri del BRICS nutrono un profondo interesse strategico per i porti iraniani – considerati vie d’accesso fondamentali verso l’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, parte di ciò che poteva essere considerato, almeno prima della guerra, come la Via della Seta Indiana, nel Sistan-Baluchistan, è in diretta competizione con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, a soli circa 80 chilometri di distanza.

Questo ci porta ancora una volta al ruolo senza pari dell'Iran nella connettività eurasiatica. L'Iran si trova all'incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l'INSTC, che collega tre membri BRICS – Russia, Iran e India.

Quello che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era allineare abilmente la sua politica multivettore con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l'allineamento dell'India con Israele subito prima dell'attacco di decapitazione contro l'Iran il 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

INSTC entra in collisione con IMEC

L'INSTC può essere descritto in modo conciso come il vettore nord-sud dell'integrazione eurasiatica, collegando Russia, Iran e India, e attraversando le Nuove Vie della Seta cinesi, che si muovono da est a ovest attraverso l'Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l'INSTC si sviluppa all'interno dell'Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un focus particolare su Chabahar.

Fino alla guerra, l'India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, considerata dagli strateghi indiani come il loro fiore all'occhiello in Iran: di fatto l'unica via praticabile per l'India verso l'Eurasia, raggiungendo i mercati dell'Asia centrale, della Russia e infine europei.

Non c'è da stupirsi se gli indiani temevano la possibilità che la Cina potesse assicurarsi una presenza navale nell'Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora sospesi. Erano già bloccati a causa della pressione degli Stati Uniti. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa del Makran, nel Sistan-Baluchistan, che prevede un massiccio intervento di aziende cinesi volte a collegare i porti iraniani alla BRI.

L'Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l'India di fatto ha abbandonato la sua non allineamento e autonomia quando si è trovata di fronte agli Stati Uniti: tutto questo a causa di calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. Quindi l'India affronta una lotta in salita se non vuole perdere il suo "fiore all'occhiello" persiano.

Qui, ancora una volta, la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia Centrale-Turchia-Europa, si collega all'INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente all’IMEC, il maldestramente denominato “corridoio India-Medio Oriente-Europa”, che in realtà è il “corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa”. L'obiettivo chiave di IMEC, derivato della spinta degli Accordi di Abramo di Trump 2.0, è trasformare Israele in un centro strategico per i flussi commerciali ed energetici in Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, IMEC finora è stata poco più di una grande operazione di PR lanciata durante un vertice del G20 a Nuova Delhi. Va interpretato come la risposta tardiva dell'Occidente collettivo alla BRI: un altro progetto americano per "contenere" la Cina e, più recentemente, l'Iran come membro dell'INSTC.

Soprattutto, IMEC è un corridoio di trasporto progettato per bypassare i tre principali vettori della vera integrazione eurasiatica: i membri dei BRICS Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l'Iran, tuttavia, sta infliggendo un serio colpo di realtà a IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riad e Abu Dhabi sono in diretto conflitto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l'Iran sarà la potenza dominante.

Al momento, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), pur essendo sempre in difficoltà, sembra incline a trovare un accomodamento. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è per tutti gli effetti pratici in guerra con Teheran.

L'Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l'India si trova alle prese con un vero e proprio rompicapo: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell'anno pur mantenendo un allineamento con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, IMEC è ora in coma profondo.

Guardiamo alcuni risultati provvisori della guerra. “Mancano” circa 1.100 km di binari sulla linea ferroviaria che va da Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a Haifa; “mancano” 745 km sulla linea che va da Jebel Ali, a Dubai, a Haifa; e “mancano” 630 km sulla linea ferroviaria che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l'IMEC ancora più vulnerabile all'indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E la situazione potrebbe non essere ancora giunta al termine.

Le ambizioni della Turchia per il Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee in materia di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo intende posizionare Ankara come attore in grado di rivaleggiare con la Russia e l’Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare sul Pipelineistan nella sua accezione più completa, così come l’ho definito vent’anni fa: quel labirinto ultrapoliticizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Pipelineistan comprende tutto, quindi tutto, dall’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC), reso possibile dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “Il Grande Scacchiere”, fino ai gasdotti South Stream e Turk Stream costruiti dalla Russia, oltre alle interminabili telenovele sul gas come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) e l’IPI (Iran-Pakistan-India), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni degli Stati Uniti è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto tra Iran e Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l'Asia occidentale all'Asia meridionale.

Il ministro turco dell'Energia Alparslan Bayraktar – sì, vi ricordate i droni? – è in grande forma. La sua idea preferita è collegare Basra – la capitale petrolifera del sud dell'Iraq – al gasdotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (anche terminal per BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l'assenza di consenso politico in Iraq lo rende, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta persino considerando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – una produzione tutt'altro che sfarzosa, con un massimo di 300.000 barili al giorno – al gasdotto Iraq-Turchia. È un terreno complicato, considerando che nessuno sa davvero chi governi la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Sacro Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia passando per Arabia Saudita, Giordania e Siria.

Questa è una versione stravagante della storia che si ripete. Un gasdotto si trovava al centro della guerra in Siria: originariamente sarebbe stato Iran-Iraq-Siria, prima che il Qatar nel 2009 spinse per un percorso dal North Field attraverso l'Arabia Saudita e la Giordania verso la Siria – un progetto posto il veto da Damasco.

La guerra contro l'Iran ha nuovamente sconvolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, influenzando sia l'Europa che l'Asia.

Il Qatar privilegia ancora il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in Turchia, con il concetto di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l'Europa, presentato da Bayraktar come una "rotta alternativa all'esportazione". Questo costerebbe almeno ben 15 miliardi di dollari: un oleodotto di 1.500 km che attraversa fino a cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, oltre che costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto Trans-Caspio, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Caspio all'Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente parallelamente al gasdotto BTC e poi verso l'Europa.

Ancora una volta, questo deve essere costruito. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un oleodotto subacqueo di oltre 300 km attraverso il Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su un carico azero negli anni 2000, e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, il gasdotto ancora inesistente si collegava con altri due, il Caucaso meridionale e il Trans-Anatoliano.

Costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: nello sviluppo a monte, nella capacità di compressione e nell'espansione a valle.

E anche se tutto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di scorta: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang, in Cina, tramite un gasdotto costruito e finanziato dalla Cina. Al massimo la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l'Iran, su base di scambio; Anche l'Iran utilizza questo gas.

Fate i corridoi di connettività, non la guerra

È evidente che la Guerra dei Corridoi di Connettività continuerà a rappresentare il principale vettore geoeconomico dall'Asia occidentale all'Asia centrale e meridionale, con molteplici percorsi verso l'integrazione eurasiatica.

La guerra contro l'Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per stimolare il commercio con l'Iran e soprattutto con l'Uzbekistan in Asia Centrale, tramite il sistema TIR (International Road Transport), bypassando l'Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente diversi corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e contribuendo al contempo a rafforzare il settore commerciale e finanziario iraniano, duramente colpito dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell'altro importante corridoio di connettività del futuro: la Rotta del Mare del Nord lungo la costa russa nell'Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi definiscono poeticamente la Via della Seta Artica.

Cina, India e Corea del Sud sono molto concentrate sulla Rotta del Mare del Nord, discussa ogni anno nei minimi dettagli nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell'INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziato dalla Cina.

Questa è una guerra contro l'Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l'integrazione eurasiatica. Eppure l'integrazione eurasiatica semplicemente si rifiuta di essere deragliata.

Fate i corridoi di connettività, non la guerra.

 

 

 

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