Geopolitica dell'austerità: dall'Argentina all'Europa, la crisi come norma del sistema

Salari erosi, consumi in crollo, aziende che chiudono: il "modello Milei" non è un'anomalia ma la logica estrema di un sistema che in Europa e nel mondo produce crisi permanente. E mentre i media celebrano le "riforme coraggiose", le persone comuni pagano il conto salato dell'austerità

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Geopolitica dell'austerità: dall'Argentina all'Europa, la crisi come norma del sistema


di Fabrizio Verde

L’ultimo bollettino dall’Argentina suona come una sentenza. Nel gennaio 2026, i salari hanno perso quasi un punto percentuale di fronte a un’inflazione che continua a galoppare al 2,9 per cento. Il consumo di massa è crollato del 3,4 per cento a febbraio. E intanto il governo del fanatico neoliberista Javier Milei insiste per blindare aumenti contrattuali che restano ben al di sotto dell’aumento reale del costo della vita. Non si tratta di numeri freddi: dietro c’è la chiusura di aziende, la precarietà che diventa strutturale, la morsa che si stringe attorno a chi ogni giorno prova ad arrivare a fine mese con enormi difficoltà.

I dati parlano chiaro. L’Istituto nazionale di statistica argentino (Indec) ha certificato un arretramento della capacità d’acquisto che in un solo mese ha eroso quasi un punto di salario reale. Ma il colpo più duro arriva dal carrello della spesa: alimentari e bevande sono volati del 4,7 per cento, spinti dal prezzo della carne. Per i settori a reddito più basso, che dedicano la maggior parte del proprio stipendio al cibo, questo significa una perdita doppiamente pesante. In mezzo, un mercato del lavoro che fa paura: le fabbriche chiudono, l’edilizia si ferma, il commercio al dettaglio segna il passo. E il governo preme affinché i rinnovi contrattuali restino al di sotto dell’inflazione, in un contesto in cui la paura di perdere il posto diventa essa stessa strumento per abbassare le richieste.

Non stupisce, allora, che il consumo stia crollando a livelli mai visti. La società consulenza Scentia ha rilevato a febbraio un calo del 3,4 per cento su base annua, con un’impennata negativa del 4,8 per cento se si guarda ai soli ipermercati e negozi di prossimità. Un tracollo che supera persino i momenti più bui dell’era segnata da un altro presidente neoliberista, Mauricio Macri: tra il 2016 e il 2019, il consumo non registrò un solo anno di crescita. Con Milei, la situazione è precipitata ulteriormente: nel 2024 il crollo è stato del 13,9 per cento, e le stime per il 2025 parlano di un’ulteriore flessione del 2,6 per cento.

Eppure, c’è chi dal governo racconta una storia diversa. Il segretario alle Finanze, Federico Furiase, in una recente intervista televisiva ha sostenuto che “non c’è molta gente che stia peggio”, anzi, ci sarebbero famiglie a cui “sta andando molto meglio in poco tempo”. Ha parlato di “economia stabile”, di accesso al credito, di “migliori prezzi e più abbondanza di prodotti”. Ha liquidato le difficoltà quotidiane come “storie particolari” di cui non si vede “l’altra faccia della medaglia”. La realtà, però, è che marzo si appresta a essere un altro mese difficile, con rincari stagionali, tariffe in aumento e il prezzo della carne ancora alle stelle. L’agognata “inflazione zero” promessa dal presidente Milei e dal ministro Caputo resta un miraggio, mentre la gente comune si confronta ogni giorno con la difficoltà di riempire il carrello.

Il quadro si complica ulteriormente per il governo argentino, che nelle ultime settimane ha incassato una serie di colpi durissimi. Lo scandalo corruzione che ha coinvolto la cerchia ristretta del presidente, con registrazioni che accusano la sorella e capo di gabinetto Karina Milei di aver accettato tangenti per appalti pubblici, ha minato il mito del “politico antisistema” e della lotta alla “casta”. A questo si aggiunge una pesante sconfitta legislativa: il Senato ha annullato il veto presidenziale su un disegno di legge che avrebbe aumentato le pensioni di invalidità, segnando la prima volta in cui un veto di Milei viene ribaltato. Un segnale che la sua maggioranza, di fatto inesistente, fatica a tenere insieme anche le alleanze più scontate.

Ma il punto centrale resta un altro. Il neoliberismo, sia nella versione radicale di Milei sia in quelle più “moderate” che hanno caratterizzato le politiche europee degli ultimi decenni, produce invariabilmente gli stessi effetti: crisi economica, impoverimento delle fasce più deboli, distruzione del tessuto produttivo e sociale. L’Argentina ne è la cartina di tornasole più evidente di questi mesi, ma basta guardare ai tagli alla spesa sociale imposti in vari paesi europei, alla precarizzazione del lavoro, alla lenta erosione dei servizi pubblici, per capire che il cosiddetto vecchio continente non è da meno. Ovunque il neoliberismo ha governato, ha lasciato dietro di sé un sentiero di disuguaglianza e instabilità.

Il resto, la retorica della stabilità, del pareggio di bilancio, del “sacrificio necessario”, è solo becera propaganda. Perché la realtà - fatta di salari che non tengono il passo dei prezzi, di imprese che chiudono, di consumi che crollano - parla un linguaggio molto più crudo. E mentre in Argentina il malcontento cresce, resta una lezione valida a tutte le latitudini: il neoliberismo non è sinonimo di crescita, ma di crisi permanente. E il suo racconto trionfalistico finisce sempre per scontrarsi con il conto salato che pagano le persone comuni.

E qui sta il paradosso che la narrazione mainstream non racconta mai. Quando il socialismo si trova in difficoltà - pensiamo a Cuba o al Venezuela post sanzioni - la propaganda liberale lo addita come la prova provata che qualsiasi alternativa al mercato è destinata al fallimento. Ma lo fa omettendo un dettaglio non secondario: quei paesi vengono sottoposti da decenni a sanzioni brutali, blocchi economici e guerre ibride che ne soffocano ogni possibilità di sviluppo. Dall’altra parte, i regimi neoliberisti - dall’Argentina di Milei a tante esperienze europee - godono del sostegno aperto di Washington, di finanziamenti internazionali, di una stampa che ne celebra le “riforme coraggiose”. Eppure, pur potendo agire in piena libertà e con ogni aiuto possibile, producono invariabilmente crisi, disoccupazione e impoverimento. Il racconto per cui il liberismo porterebbe prosperità mentre il socialismo porterebbe miseria è esattamente l’inverso della realtà.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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