Il circo elettorale del Perù: schede chilometriche e un paese alla deriva

Tra comici in lista e vecchie glorie riciclate, il voto peruviano si trasforma nell'ennesimo specchio di un sistema al collasso

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Il circo elettorale del Perù: schede chilometriche e un paese alla deriva

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Oltre 27 milioni di peruviani sono chiamati a rinnovare completamente la rappresentanza politica del paese andino. Si eleggono: presidente, vicepresidente, 130 deputati, 60 senatori e i rappresentanti al Parlamento Andino. È la prima elezione generale dal 2021, quando Pedro Castillo conquistò la presidenza al ballottaggio per poi essere destituito con manovre di palazzo e un golpe istituzionale che ha fatto crollare il paese in un vortice di instabilità che ha visto avvicendarsi alla guida del paese Dina Boluarte, José Jerí e infine José María Balcázar.

La fotografia che emerge da queste urne è quella di un Perù frammentato come mai prima d'ora. Trentacinque coppie presidenziali aspirano alla presidenza, il doppio rispetto alla tornata precedente, un primato assoluto tra i paesi sudamericani. Per dare un'idea della portata del fenomeno, l'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali ha dovuto progettare e stampare quella che il Tribunale Elettorale ha definito senza mezzi termini "la scheda più grande nella storia elettorale del Perù", un lenzuolo di carta organizzato su cinque colonne che è costato alle casse pubbliche oltre dodici milioni di soles, più del triplo di quanto speso nelle ultime tre elezioni generali messe insieme.

In un paese che da un decennio non conosce vera stabilità istituzionale, la proliferazione di candidature racconta la crisi di rappresentanza molto più di quanto non facciano le analisi degli esperti. Ci sono i volti noti della politica che si ripropongono con tenacia quasi ossessiva: Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore condannato per crimini contro l'umanità, guida ancora una volta Fuerza Popular dal fronte conservatore, affiancata sulla stessa sponda ideologica dall'ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga e da César Acuña, ex governatore di La Libertad.

Sull'altro versante, la sinistra si presenta altrettanto frastagliata. Perú Libre, il partito che portò Castillo al potere, candida Vladimir Cerrón, leader della formazione attualmente perseguitato dalla giustizia peruviana. Roberto Sánchez, con Juntos por el Perú, prova a intercettare l'elettorato che fu del presidente destituito, mentre l'alleanza Venceremos punta su Ronald Atencio.

Ma è nella lista completa dei trentacinque nomi che si coglie la vera anomalia peruviana. Accanto a politici di lungo corso compaiono figure che sembrano uscite da un copione surreale: c'è un comico che ha costruito la propria carriera imitando Dina Boluarte e i suoi avversari, un ex calciatore diventato sindaco di un distretto della capitale Lima, imprenditori che si dichiarano umanisti senza collocazione politica definita, militari in pensione e personaggi con trascorsi giudiziari tutt'altro che immacolati. Ciascuno convinto di poter essere la soluzione a una crisi che proprio questa atomizzazione contribuisce ad alimentare.

Per vincere al primo turno servirà più della metà dei voti validi. Uno scenario che nessun analista prende seriamente in considerazione. Il ballottaggio del 7 giugno appare scontato, ma con trentacinque pretendenti qualsiasi previsione su chi vi arriverà somiglia più a un azzardo che a un calcolo politico.

A garantire che tutto si svolga senza incidenti, il governo ha schierato un imponente dispositivo di sicurezza: oltre centomila uomini tra polizia e forze armate, con più di diecimila pattugliamenti distribuiti su tutto il territorio nazionale per vigilare sugli oltre diecimila seggi allestiti. L'attenzione è massima in un paese dove la tensione sociale non ha mai smesso di covare sotto la cenere.

La novità istituzionale di queste elezioni è il ritorno al bicameralismo. Dopo trent'anni di parlamento unicamerale, il Perù torna ad avere un Senato di sessanta membri accanto alla Camera dei deputati. Una riforma che dovrebbe, nelle intenzioni, restituire maggior peso ai territori e riequilibrare un sistema che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue fragilità.

Le urne si chiuderanno alle cinque del pomeriggio ora locale. Il capo dell'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali, Piero Corvetto, ha spiegato che il conteggio dovrebbe raggiungere circa il sessanta per cento entro la mezzanotte, ma ha anche invitato alla massima prudenza nell'interpretare i primi dati. La ragione è tecnica e insieme profondamente politica: a Lima e Callao, dove si concentra quasi un terzo dell'elettorato, lo scrutinio procederà con maggiore lentezza perché i centri di trasmissione dati sono pochi e molto affollati. Nel resto del paese, dove la tecnologia brilla per assenza, le informazioni arriveranno prima ma rappresenteranno porzioni di elettorato più piccole. Il rischio concreto, come ha sottolineato Corvetto, è che le tendenze cambino radicalmente quando inizieranno a entrare i dati della capitale.

Intanto il voto è già cominciato all'estero, dove risiedono un milione e duecentomila peruviani. I primi a recarsi alle urne sono stati quelli della Nuova Zelanda, seguiti a ruota da Australia e Giappone. A Madrid, che con oltre centomila aventi diritto è il più grande collegio elettorale peruviano fuori dai confini nazionali, sono stati allestiti duecentododici seggi. Il ministero degli Esteri ha attivato un centro di monitoraggio con venticinque postazioni collegate ai centoquattordici consolati nel mondo, pronti a gestire qualsiasi inconveniente.

Sarà una lunga notte di conteggi e attese, in un Perù che cerca disperatamente una via d'uscita da un tunnel politico che sembra non avere fine dopo la destituzione e l'arresto arbitrario dell'ex presidente Castillo.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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