"Il dialogo con la Russia va ripristinato": Radev dopo il trionfo in Bulgaria
Vince "Bulgaria Progressista" con quasi il quarantacinque per cento. L'Unione Europea osserva con preoccupazione il ritorno di una voce critica verso le politiche su Ucraina e sanzioni
Dopo cinque anni di instabilità cronica e sette elezioni consecutive incapaci di produrre un governo stabile, la Bulgaria ha scelto una strada netta. I risultati definitivi consegnano a "Bulgaria Progressista", la formazione guidata dall'ex presidente Rumen Radev, una vittoria che non ammette repliche: il quarantaquattro e mezzo per cento dei voti, una percentuale che mancava nel panorama politico bulgaro da quasi tre decenni e che, secondo le proiezioni, si traduce in una maggioranza assoluta di seggi all'Assemblea Nazionale. Sarebbe la prima volta in ventinove anni che un partito può governare senza dover ricorrere a coalizioni faticose, litigiose e spesso effimere.
È la chiusura di un'epoca segnata dalla paralisi, quella che si è consumata alle urne. E l'inizio di una fase che a Bruxelles e in diverse capitali occidentali viene osservata con malcelata apprensione.
Radev non è un volto nuovo per i bulgari. Per sette anni ha abitato la presidenza della Repubblica, costruendosi un profilo di uomo delle istituzioni distante dalle beghe di partito, salvo poi rassegnare le dimissioni lo scorso gennaio proprio per scendere nell'agone politico con l'ambizione dichiarata di prendere in mano il timone del governo. Una mossa azzardata, considerando che "Bulgaria Progressista" è stata fondata meno di due mesi prima del voto. Eppure, in un Paese stremato dall'incapacità della classe dirigente tradizionale di offrire una prospettiva, la scommessa è stata premiata. L'elettorato ha scelto di affidarsi a chi prometteva di rompere l'impasse, di affrontare la corruzione endemica che nel 2021 aveva travolto l'esecutivo di Boyko Borissov, e di restituire alla Bulgaria una voce autonoma sullo scacchiere internazionale.
Bulgaria, 96.4% of protocols processed:
— Europe Elects (@EuropeElects) April 20, 2026
National parliament election
PB-*: 44.7% (+0.2)
GERB-SDS-EPP: 13.4% (+0.1)
PP-DB-RE|EPP: 12.9% (-0.6)
DPS-NN-NI: 6.7% (+0.6)
V-ESN: 4.3% (-0.1)
MECh-*: 3.3%
Velichie-*: 3.1% (-0.1)
BSPOL-S&D: 3.0%
Siyanie-G/EFA: 2.9% (-0.1)
APS-RE: 1.5%… pic.twitter.com/vZ4QRUEgjO
Ed è proprio la postura in politica estera a rendere questa vittoria un evento di rilievo che valica i confini balcanici. Radev incarna un sentimento diffuso in ampi strati della società bulgara, storicamente legata alla Russia da vincoli culturali, religiosi ed energetici. Un sentimento che il nuovo corso a Sofia intende tradurre in azione politica concreta. Nelle sue prime dichiarazioni dopo la chiusura delle urne, l'ex presidente ha rivendicato la necessità di riaprire un dialogo con Mosca, non come atto di sudditanza ma come imperativo di realismo strategico per l'Europa intera.
La linea è chiara e si articola su due pilastri. Il primo riguarda la sicurezza energetica e la competitività industriale del continente. Radev non ha usato giri di parole quando ha evocato il rischio di de-industrializzazione che l'Europa corre nel perseguire una leadership morale in un mondo che, a suo dire, ha smarrito qualsiasi cornice di regole condivise. Il riferimento implicito è alla questione delle risorse: senza energia a costi sostenibili, sostiene, il Vecchio Continente perde la partita della crescita. Da qui la volontà, mai nascosta nemmeno negli anni alla presidenza, di rivedere l'embargo sulle forniture energetiche russe, una posizione che in passato lo aveva portato a bloccare l'invio di blindati al regime di Kiev e a dichiarare impraticabile una soluzione militare al conflitto ucraino.
Il secondo pilastro è quello dell'autonomia strategica europea, un concetto di cui Radev sposa dandogli un'accezione peculiare. Restare sul "sentiero europeo", ha assicurato, ma con una buona dose di pensiero critico in più. La citazione non è casuale. Quando i cronisti gli hanno chiesto conto delle sue aperture a Mosca, ha risposto chiamando in causa il Cremlino, ma figure di peso dell'establishment comunitario come il cancelliere tedesco Merz o lo stesso presidente francese Macron, i quali, a vario titolo, hanno evocato la necessità futura di un dialogo con la Russia per disegnare la nuova architettura di sicurezza europea.
A Bruxelles, però, la preoccupazione è palpabile. Già nei giorni scorsi la stampa britannica e statunitense aveva dipinto uno scenario da "incubo" per l'Unione, con un governo a Sofia definito da molti analisti come "filo-Cremlino" proprio nel momento in cui l'unità del fronte occidentale è messa alla prova dalla stanchezza per il conflitto in Ucraina.
Radev, dal canto suo, ha liquidato le etichette come un riflesso condizionato. La sua figura è quella di un leader che ha sconfitto l'astensionismo e la sfiducia, dichiarando di voler commentare la formazione del governo solo a risultati definitivi omologati. Tuttavia, i numeri parlano già da soli: con una forbice di seggi che oscilla tra 131 e 134 su 240, la maggioranza assoluta è blindata. Il fantasma dell'ennesimo governo tecnico o delle trattative estenuanti con GERB o con i liberali di PP-DB sembra essersi dissolto.
La Bulgaria si prepara dunque a un governo forte, guidato da un ex capo di Stato che ha saputo intercettare la stanchezza di un popolo e trasformarla in un mandato chiaro. Resta da vedere se la "vittoria della speranza sulla sfiducia", come l'ha definita Radev, si tradurrà in una nuova fase di stabilità interna o nell'innesco di una frizione diplomatica permanente con i partner occidentali.

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