L'Egitto al bivio

Il futuro dell'Egitto è al momento la questione più importante per il Medio Oriente

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L'Egitto al bivio

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In ogni guerra civile, prima della totale discesa nel baratro, c'è un momento in cui esiste la possibilità di evitare il peggio. Per Thomas Friedman, in Egypt at the Edge, l'Egitto sta vivendo quel momento
Il mese sacro del Ramadan inizia questa settimana e non può che arrivare nel momento migliore, sperando che sia l’occasione per tutti gli attori egiziani per riflettere su quanto successo e optare per l'unica via possibile: la riconciliazione nazionale. Friedman ha viaggiato spesso in Egitto e racconta di non aver mai assistito all’odio che sta caratterizzando l' Egitto in questi ultimi mesi. Sulla scia di questo violento tumulto, il problema non è tanto chi governa l’Egitto, ma l’Egitto stesso. 
Che l’Egitto vada avanti come un paese unificato o vanga fatto a pezzi dal suo stesso popolo, come la Siria, è al momento la questione più importante nel Medio Oriente di oggi, perché quando la stabilità dell'Egitto moderno è in pericolo è la stabilità dell'intera regione a risentirne.
Friedman apprezza la rabbia degli egiziani non-islamisti, laici e liberali nei confronti del Presidente Mohamed Morsi. Morsi non sarebbe mai diventato presidente senza i loro voti, e una volta al potere, invece di essere il presidente di tutti, ha rafforzato la sua posizione e quella della Fratellanza Musulmana. Tuttavia, per il Columnist del New York Times, nella lunga transizione del mondo arabo verso la democrazia è stato perso qualcosa di prezioso quando i militari hanno rovesciato il governo di Morsi e non hanno atteso che a farlo fosse il popolo egiziano attraverso le elezioni parlamentari o le elezioni presidenziali. La rimozione di Morsi concede ai Fratelli Musulmani la scusa perfetta per non riflettere sui propri errori e il cambiamento, che è un ingrediente essenziale per fare dell'Egitto un centro politico stabile.
 L'opposizione egiziana è stata abile a mobilitare milioni di egiziani ma incapace di offrire un’alternativa di governo credibile; la Fratellanza è stata abile nel vincere le elezioni ma incapace di governare.
Così ora c'è un solo modo per l'Egitto per evitare il baratro: i militari, l'unica autorità nell’Egitto di oggi, devono chiarire di aver spodestato i Fratelli Musulmani al fine di ricominciare con la transizione e non al fine di eliminare la Fratellanza dalla politica. L’Egitto non sarà stabile se la Fratellanza sarà esclusa dalla vita politica del paese.
Dalia Mogahed, CEO di Consulting Mogahed e sondaggista di lungo corso nel Medio Oriente, fa notare che la rivoluzione che nel 2011 ha deposto Mubarak è stata opera di “giovani, di sinistra, liberali, islamisti, uniti per un futuro migliore. La divisione era tra quei rivoluzionari e lo status quo. La rivoluzione non era di proprietà dei laicisti o dei liberali o degli islamisti. Ecco perché ha funzionato. "La democrazia in Egitto" ha  una possibilità solo se i rivoluzionari percepiscono lo status quo come il loro nemico " 
Per Friedman, con l'assenza di un vero partito di riforma - che unisca il rispetto per la religione con una strategia di modernizzazione, come hanno fatto i grandi riformatori egiziani del 19 ° secolo – gli Egiziani sono costretti a scegliere tra cattive idee.
Mente la Fratellanza postula che "l'Islam è la risposta", l'esercito favorisce un ritorno al passato. Ma la religione da sola non è la risposta per l'Egitto di oggi così come uno Stato dominato dai militari può fornire legge e ordine ma non è in grado di partorire riforme scolastiche, imprenditoriali, sociali e legali necessarie per potenziare e sfruttare l’immenso potenziale umano dell’Egitto. 
La risposta è, per Friedman, invece contenuta nel Rapporto sullo Sviluppo Umano nei Paesi Arabi che nel 2002 ha invitato gli egiziani a concentrarsi sulla costruzione di una politica in grado di superare i loro deficit di libertà, educazione e emancipazione femminile. Questa è la via che l’Egitto deve seguire.

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