Pino Arlacchi a l'AD: "La Cina ha aspettato il cadavere di Trump e degli Stati Uniti sulla riva del fiume"
Storia in diretta, Pino Arlacchi - 14 maggio 2026
Pino Arlacchi - ex vicesegretario delle Nazioni Unite - in una nuova intervista a Loretta Napoleoni per l'AntiDiplomatico ha delineato una profonda analisi dell'attuale assetto geopolitico, partendo dalla sua candidatura alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite avanzata dall'associazione internazionale di giuristi CRED. "Questa candidatura si fonda sulla necessità di una radicale "rifondazione" dell'ONU, ritenuta ormai indispensabile per rispondere alle esigenze di un mondo multipolare e post-americano", ha dichiarato Arlacchi. Al centro della proposta, prosegue Arlacchi, vi è il ripristino dell'effettiva sovranità dell'Assemblea Generale e la sostituzione dell'attuale Consiglio di Sicurezza con un nuovo Consiglio della Pace, eletto su basi democratiche.
L'obiettivo istituzionale, secondo Arlacchi, dovrebbe abbandonare le velleitarie ambizioni di un "governo mondiale" per concentrarsi in modo rigoroso e pragmatico sulla prevenzione e risoluzione dei conflitti, supportata da una forza di peacekeeping permanente e dotata di reale capacità di reazione rapida.
Spostando l'attenzione sullo scacchiere mediorientale, Arlacchi si è concentrato sulle evidenti difficoltà degli Stati Uniti nella gestione della crisi con l'Iran. "Le perdite materiali subite dalle infrastrutture militari americane siano state ampiamente taciute al pubblico e come i costi dell'intero conflitto stiano raggiungendo livelli insostenibili. Questa dinamica pone l'amministrazione Trump sotto una forte pressione interna, esercitata in primo luogo dai vertici del Pentagono, per individuare una rapida via d'uscita strategica".
In quest'ottica, il previsto incontro con il leader cinese Xi Jinping appare come un tentativo di Washington di salvare il proprio prestigio diplomatico. Tuttavia, Pechino — alleata storica di Teheran e da sempre ancorata al principio di non ingerenza — non ha alcun reale interesse ad agevolare gli Stati Uniti, con i quali restano aperti nodi strutturali profondi, come l'incolmabile deficit commerciale americano e la dipendenza dalle terre rare. Infine, l'analisi ha offerto una prospettiva decisamente eterodossa sulle possibili ripercussioni macroeconomiche della crisi mediorientale. Contrariamente alla vulgata comune, Arlacchi ipotizza che un'eventuale impennata dei costi energetici e la conseguente fiammata inflazionistica non genererebbero un collasso globale, ma colpirebbero in modo asimmetrico, penalizzando quasi esclusivamente il blocco occidentale. Questa resilienza asiatica si fonda su due pilastri: da un lato l'elevata indipendenza energetica di Pechino, dall'altro la peculiare architettura del suo sistema economico. Essendo un'economia di mercato a forte pianificazione statale, la Cina dispone infatti di un "firewall" istituzionale capace di arginare il contagio speculativo tipico dei mercati finanziari occidentali. Il baricentro economico mondiale, ormai stabilmente spostato verso la Cina e i paesi BRICS, disporrebbe quindi degli anticorpi necessari per assorbire lo shock, confinando i danni peggiori alle sole economie euro-atlantiche.
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