"Non abbiamo paura della guerra": Díaz-Canel sfida Trump e rivendica il sangue versato per Maduro
Il presidente cubano a RT: "Avevamo già un piano per il ritorno del repubblicano alla Casa Bianca"
Mentre nella capitale cubana L'Avana si chiude il V Coloquio Internazionale Patria, dedicato alla comunicazione digitale e al centenario della nascita di Fidel Castro, il presidente Miguel Díaz-Canel ai microfoni dell’emittente russa RT rilascia un'intervista che rivendica la volontà cubana di respingere ogni tipo di attacco statunitense e ribadisce una resistenza che dura da più di sessant'anni.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha colto il governo dell'isola impreparato. Anzi. Díaz-Canel rivela che i vertici cubani avevano già elaborato un piano dettagliato, anticipando le mosse di un'avversa amministrazione repubblicana. Non si tratta di semplice tattica politica, ma di un vero e proprio programma di governo pensato per scardinare i nodi strutturali di un'economia da troppo tempo asfittica. La ricetta, discussa e arricchita dal dibattito popolare alla fine dello scorso anno, mescola con cautela gli strumenti del socialismo classico con qualche apertura. Il presidente parla di un aggiornamento nella guida dell'economia, una ricerca di equilibrio complesso tra la necessaria centralizzazione della pianificazione e l'utilizzo più pragmatico dei segnali del mercato. L'obiettivo dichiarato è concedere più spazio alle imprese e ai municipi, snellire la legge sugli investimenti esteri e, soprattutto, conquistare quella sovranità energetica che il blocco statunitense tenta quotidianamente di strangolare.
E proprio sull'energia il discorso si fa concreto. Díaz-Canel indica la via dell'autosufficienza forzata: più esplorazione, più raffinazione del greggio nazionale. "Quello non possono bloccarcelo", ripete come un mantra, affiancandolo alla spinta verso le rinnovabili. È la fotografia di un paese che cerca di tappare le falle di una crisi profonda causata dal blocco guardando a ciò che ha in casa, mentre all'orizzonte si profila anche un robusto dimagrimento dello Stato. Entro la metà dell'anno, annuncia il presidente, l'apparato burocratico cubano subirà una scossa. Meno ministeri, strutture più piatte e dinamiche. L'idea è quella di alleggerire la macchina amministrativa per renderla capace di reagire con la velocità che l'emergenza continua richiede.
Ma è quando l'intervista tocca il paragone con il destino del Venezuela che la voce del presidente si fa più ferma. La domanda implicita è se L'Avana tema di subire la stessa sorte di Caracas, con il sequestro di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti ancora negli occhi di tutti. Díaz-Canel respinge l'accostamento con cortesia, riconoscendo il debito storico e affettivo verso Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana, ma traccia subito un solco invalicabile. "Cuba è un'altra cosa", lascia intendere. È una nazione forgiata da oltre sessant'anni di assedio, un luogo dove le istituzioni e il popolo hanno sviluppato anticorpi sociali che definisce "unici".
Poi arriva la cifra che pesa come un macigno e che serve a chiudere ogni tentazione di paragone: trentadue. Sono i combattenti cubani caduti in Venezuela per difendere il presidente Maduro. Un tributo di sangue che, nelle parole del presidente, diventa la prova provata che sull'isola la difesa della patria non è un esercizio retorico. "Se trentadue sono caduti lì per difendere il presidente di un'altra nazione, cosa non farebbero milioni di cubani per salvare la rivoluzione sul proprio suolo?". È un messaggio chiaro, privo di sbavature, che non lascia spazio a interpretazioni accomodanti. Díaz-Canel ci tiene a precisare che Cuba non invoca né promuove la guerra, ma allo stesso tempo non la teme se si tratta di difendere la propria terra dall’invasore imperialista. Una dottrina difensiva che affonda le radici nell'idea fidelista della "guerra di tutto il popolo", un meccanismo di resistenza capillare che coinvolge ogni cittadino.
In questo quadro di tensione permanente, il presidente trova spazio anche per la gratitudine geopolitica. Non è un caso che ricordi l'arrivo di una petroliera russa nel pieno della crisi energetica. Non è solo greggio, è un gesto politico e simbolico di un alleato storico che, nelle "situazioni difficili", continua a farsi sentire. È il riconoscimento di un'amicizia che, nel silenzio assordante del blocco, tiene accesa una luce sull'Avana.

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