Mentre gli USA bombardano l'Iran, la Cina conquista il futuro energetico del pianeta

L'Occidente collettivo scopre sulla propria pelle il costo della miopia strategica

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Mentre gli USA bombardano l'Iran, la Cina conquista il futuro energetico del pianeta

La guerra scatenata dalla cosiddetta coalizione Epstein (USA-Israele) contro l'Iran ha innescato una fiammata dei prezzi dell'energia che sta mettendo a nudo le contraddizioni dell'Occidente collettivo, come si evince da quanto riporta Politico. Mentre Washington persegue con ostinazione la sua agenda di dominio sui flussi di petrolio e gas, gli alleati storici degli Stati Uniti si trovano davanti a un bivio scomodo: continuare a subire gli scossoni di un mercato dei combustibili fossili reso sempre più instabile proprio dalle scelte USA, oppure virare verso una transizione verde accettando una verità che molti a Bruxelles e nelle capitali europee preferirebbero non guardare in faccia. Non hanno i mezzi adeguati per farlo e devono rivolgersi alla Cina.

Dall'Unione Europea al Regno Unito, dalla Corea del Sud alle Filippine, la risposta allo shock dei prezzi è stata un coro pressoché unanime: bisogna elettrificare, scommettere su rinnovabili e nucleare, rendersi finalmente indipendenti dalle fluttuazioni del greggio. Una ricetta che sulla carta appare sensata, se non fosse per un dettaglio non da poco. Più i Paesi occidentali spingono sull'acceleratore della decarbonizzazione, più devono bussare alla porta della Cina, che con anni di anticipo e una visione strategica che a Washington e Bruxelles è semplicemente mancata, ha costruito un vantaggio industriale e tecnologico ormai incolmabile nel settore delle tecnologie pulite e delle materie prime critiche.

La domanda che si pone Stéphane Séjourné, commissario europeo all'Industria, misura la distanza siderale che intercorre tra le ambizioni dichiarate e la realtà dei fatti: come possiamo spiegare ai nostri cittadini che la decarbonizzazione è un'opportunità, se poi le batterie le costruisce la Cina? La risposta che Bruxelles sta provando a darsi passa per nuove norme che obbligherebbero i governi a spendere più denaro pubblico in tecnologie verdi prodotte in casa, limitando al contempo gli investimenti stranieri dei soggetti dominanti. Una mossa che tutti leggono come un tentativo tardivo e probabilmente inutile di arginare un treno che è già passato da un pezzo.

Perché mentre l'Europa discuteva, legiferava e si perdeva in vertici inconcludenti, Pechino costruiva. Costruiva fabbriche, formava ingegneri, assicurava l'accesso alle materie prime in Africa e in America Latina, sviluppava tecnologie e le portava sul mercato a prezzi che oggi nessun produttore occidentale può anche solo lontanamente eguagliare. Il risultato è che la Cina produce quasi l'ottanta per cento dei pannelli solari del pianeta e una quota ancora maggiore dei loro componenti elettronici fondamentali. A marzo le esportazioni di veicoli elettrici e ibridi cinesi hanno toccato il record di trecentoquarantanovemila unità, più del doppio rispetto all'anno precedente. Sul fronte delle materie prime critiche il controllo è ancora più stringente: Pechino raffina circa il novanta per cento delle terre rare utilizzate per turbine eoliche e veicoli elettrici, oltre alla maggioranza del litio, del cobalto e degli altri metalli che finiscono nelle batterie.

Non si tratta di un complotto né di una prevaricazione. Si tratta di pianificazione economica di lungo periodo, quella che l'Occidente ha smarrito da decenni, sostituendola con la finanziarizzazione dell'economia, le delocalizzazioni selvagge e una fede incrollabile nei dogmi neoliberisti del libero mercato che si è rivelata un boomerang. La Cina ha semplicemente investito massicciamente nei settori che sapeva sarebbero diventati strategici, mentre gli Stati Uniti e l'Europa si illudevano che il petrolio sarebbe rimasto per sempre l'unica moneta di scambio del potere globale.

Oggi il conto di quella miopia strategica viene presentato in modo brutale. La guerra in Iran ha fatto schizzare il costo delle importazioni di combustibili fossili per l'Europa di oltre ventidue miliardi di euro in appena quarantaquattro giorni. In Asia la carenza di carburante ha già imposto settimane lavorative di quattro giorni nelle Filippine e in Bangladesh, limitazioni alla circolazione dei veicoli, razionamenti del gas per l'industria in India. La Cambogia ha tagliato le tasse sulle importazioni di beni verdi. Famiglie e imprese vedono lievitare le bollette, mentre i governi che sovvenzionano i carburanti assistono impotenti all'esplosione dei loro bilanci.

E mentre questo accade, la Cina rappresenta un fornitore indispensabile per uscire dalla crisi. Non con le cannoniere o con i diktat, ma con la semplice forza dei numeri e della capacità produttiva. I pannelli solari cinesi a basso costo hanno aiutato il Pakistan ad attutire la crisi energetica. La Spagna, che grazie al suo boom delle rinnovabili è stata relativamente al riparo dall'impennata dei prezzi dei combustibili fossili, si è assicurata massicci investimenti cinesi nel settore energetico. Il Canada, uno dei più fedeli alleati degli Stati Uniti, ha ridotto i dazi del cento per cento sulle auto elettriche cinesi e ha accettato di farne entrare un numero limitato in cambio della rimozione delle tariffe su miliardi di dollari di prodotti agricoli. Una mossa che il ministro dell'Energia canadese ha definito senza mezzi termini "un ottimo affare".

E qui sta il paradosso più doloroso per l'Occidente. Mentre i governi europei e asiatici fanno a gara per accaparrarsi le tecnologie cinesi, l'amministrazione statunitense continua a predicare il vangelo del dominio energetico basato sui combustibili fossili. La portavoce della Casa Bianca ha dichiarato che il conflitto in Iran ha semmai dimostrato l'importanza di avere accesso all'energia prodotta in casa o fornita da un alleato come gli Stati Uniti. L'amministrazione Trump sta lavorando con diversi Paesi a nuovi accordi su petrolio e gas. La realtà, ha aggiunto, è che i Paesi che hanno provato a passare alle rinnovabili non sono riusciti a spezzare la dipendenza dal petrolio e dal gas che transitano per punti di strozzatura come lo Stretto di Hormuz.

Un'affermazione che suona come la rivendicazione orgogliosa di un vicolo cieco. Perché se è vero che oggi le rinnovabili non hanno ancora soppiantato i combustibili fossili, è altrettanto vero che la direzione di marcia è segnata. Le esportazioni cinesi di tecnologie pulite stanno già superando le vendite USA di petrolio e gas, e il trend non mostra segni di rallentamento. Mentre Washington si impantana in conflitti mediorientali per il controllo delle rotte energetiche, Pechino costruisce silenziosamente l'infrastruttura del futuro, lasciando che siano gli altri a bussare alla sua porta.

E a bussare, va detto, sono in tanti. Il ministro dell'Economia tedesco volerà a Pechino il mese prossimo, subito dopo le visite del cancelliere e del ministro dell'Ambiente, tutti impegnati a corteggiare investitori e a studiare il boom delle tecnologie pulite cinesi. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ci è andato la scorsa settimana per la quarta volta in quattro anni, con l'obiettivo dichiarato di mettere le mani sulle materie prime critiche. E prima di lui si sono mossi i leader di Regno Unito, Finlandia e Irlanda. Anche una delegazione di imprenditori indiani ha esplorato partnership nel settore dell'energia verde con aziende cinesi. Il principe ereditario di Abu Dhabi ha discusso di cooperazione energetica con Pechino. Cuba, strangolata dal blocco petrolifero imposto da Washington, si è appoggiata ai pannelli solari cinesi per sopravvivere.

Lo stesso Séjourné, che pure propone barriere agli investimenti cinesi, ha dovuto ammettere che l'Unione Europea ha bisogno degli investimenti di Pechino e che non seguirà l'approccio isolazionista di Washington. Un'ammissione che fotografa perfettamente la condizione di debolezza negoziale in cui versa Bruxelles: a parole si vorrebbe limitare l'influenza cinese - su indicazione di Washington - nei fatti non si può fare a meno dei suoi prodotti e dei suoi capitali.

Il ministro delle Finanze thailandese lo ha detto con una franchezza che in Europa sarebbe impensabile: non ci interessa quanto importiamo dalla Cina o da altri Paesi, purché sia efficiente per la nostra transizione energetica. È la logica del pragmatismo, quella che ha permesso alla Cina di diventare il motore globale della decarbonizzazione mentre l'Occidente si perdeva in dibattiti ideologici e guerre che non ha né vinto né saputo evitare.

André Corrêa do Lago, il diplomatico brasiliano che ha presieduto i colloqui sul clima delle Nazioni Unite, ha sintetizzato il concetto con efficacia: se crediamo nell'urgenza della transizione, dobbiamo lavorare il più possibile con le rinnovabili, accettando la realtà di chi produce e di chi possiede la tecnologia, e al tempo stesso continuare a provare a sviluppare alternative. Parole di buonsenso che a Bruxelles e Washington faticano a trovare ascolto, soffocate dall'orgoglio ferito di chi si è fatto superare senza nemmeno accorgersene.

La realtà, come osserva l'analista Vicky Janita di Rystad Energy, è che la Cina si è presentata con capitali, rapidità e una disponibilità a costruire in mercati che le imprese occidentali consideravano troppo rischiosi o troppo piccoli. Mentre l'Occidente collettivo brandiva la clava delle sanzioni e delle guerre per il controllo delle rotte petrolifere, Pechino tesseva con pazienza una rete di interdipendenze economiche che oggi la rendono il partner inevitabile di qualsiasi Paese voglia seriamente intraprendere la strada della decarbonizzazione.

Non è una conquista ottenuta con la forza delle armi, ma con la forza della pianificazione. Ed è forse questo il dato più amaro per Washington e Bruxelles: non sono stati sconfitti da un avversario sleale, ma dalla propria incapacità di guardare oltre la prossima trimestrale, oltre il prossimo ciclo elettorale, oltre assurdi e ottusi dogmi neoliberisti. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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