Podemos, alla scoperta delle sue radici latino-americane

L’esperienza dell’America Latina smonta l’assunto occidentale che “non c’è alternativa” al neoliberismo

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Podemos, alla scoperta delle sue radici latino-americane

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“La nostra gente sta vincendo qui”, scriveva Pablo Iglesias a Iñigo Errejòn agli inizi di dicembre 2005 dalla Bolivia, dove si era recato per scrivere del Movimiento al Socialismo (MAS) con un candidato presidenziale indigeno, Evo Morales, in una nazione le cui organizzazioni politiche ed economiche erano state dominate da élite creole dai tempi di Simon Bolivar. Lo ricorda Bécquer Seguìn che su Jacobin Magazin analizza i legami tra Podemos e l'America Latina.
 
Iglesias era là per capire come il MAS era riuscito a mobilitare la popolazione indigena e i lavoratori della Bolivia. Voleva, scrive Seguin, “sostituire gli occhiali eurocentrici” della sinistra spagnola e rendere intelligibile il movimento sociale boliviano a chi voleva combattere il neoliberismo in Europa. Nove anni e una rielezione di Morales dopo, Iglesias è tornato in Bolivia per assistere a un’altra elezione presidenziale. Questa volta, tuttavia, non stava cercando di scrivere un articolo accademico. Era invece andato in Bolivia con Errejòn per dire ai boliviani quanto l’Europa avesse imparato da loro. “Oggi volevo condividere con voi alcune intimità politiche, che hanno molto a che fare con la genealogia – il DNA – di Podemos e che sono direttamente collegate alla Bolivia in un modo che più stretto di quanto molti immaginino”, ha detto Iglesias in un discorso tenuto affianco dell’attuale presidente boliviano Garcìa Linera.
 
Non dovrebbe sorprendere, allora, che Podemos attinga largamente la sua ispirazione politica e il suo acume organizzativo dalla “marea rosa”, i movimenti popolari poi trasformatisi in governi, a partire dalla vittoria elettorale di Hugo Chàvez nel 1999. Il Processo Costituente di Podemos, prosegue Seguin, ha reso omaggio a Venezuela, Ecuador e Bolivia. Come dice il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos: “Podemos è il risultato finale di un processo di apprendimento originato nel Sud”.

Molte figure di Podemos, tra cui Iglesias, hanno vissuto le vittorie elettorali in America Latina sia personalmente sia professionalmente. Juan Carlos Monedero, un politologo dell’Università Complutense di Madrid e segretario del partito del processo e programma costituente, è stato consigliere del governo Chàvez. E Errejòn, segretario politico di Podemos, ha studiato i movimenti popolari in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. “In America Latina sono riuscito a vedere esperienze reali di trasformazione politica in cui sono stati protagonisti i settori subalterni”, dice Errejòn a Luis Giménez in un’intervista per il libro di recente pubblicazione Claro que Podemos. “Ogni contesto è diverso ma questa è una lezione che ‘sì, può essere fatto’”. 
 
Un’importante lezione che Podemos ha appreso dall’America Latina, prosegue Seguin, consiste nel mobilitare la gente mediante gruppi locali di tipo assembleare. In Venezuela sono chiamati colectivos, in Bolivia ayllus. Oggi in Spagna sono chiamati “circoli”. I circoli in Spagna sono emersi meno dalle associazioni esistenti che da esperimenti di autogestione durante le proteste degli indignados, o 15-M, nell’estate del 2011. L’idea è che le persone – che in Venezuela e in Bolivia sono rappresentate prevalentemente da gruppi indigeni – hanno già ideato come organizzarsi; è compito dei partiti includere queste forme organizzative nei loro processi costituenti. In Podemos i circoli sono il motore politico del partito; presentano le proposte e dibattono le politiche. Il Comitato dei Cittadini, composto da sessantadue persone, ha il compito di sostenere le loro tesi presso i media nazionali spagnoli e, sinora, nel Parlamento Europeo e nel parlamento regionale andaluso. 
 
L’esperienza dell’America Latina smonta l’assunto occidentale che “non c’è alternativa” al neoliberismo. Lo ha dichiarato German Cano. “L’America Latina è stata un laboratorio che ci ha mostrato che è possibile costruire una volontà politica maggioritaria senza aderire all’orizzonte che ci raccontano essere inevitabile”, afferma. “E’ impossibile trapiantare esattamente quello che succedi in America Latina in una realtà così diversa come quella europea o spagnola”, dice. “E’ una cosa di cui siamo consapevoli. Queste società sono diverse.” Ma se c’è un punto teorico più profondo che Podemos ha appreso dai governi della marea rosa latinoamericana, è “come articolare rivendicazioni che a prima vista non sembrano adatte a identità già costituite”, dice. In Spagna si potrebbero sostituire ai “contadini” le centinaia di migliaia di giovani frustrati il cui tasso di disoccupazione viaggia attorno al 51 per cento. Le categorie marxiste classiche hanno storicamente ignorato tali persone, tuttavia lo sviluppo di un’interpretazione più flessibile del proletariato ha introdotto un pensiero politico nuovo sia in America Latina sia in Spagna. 
 
Nell'ultimo periodo, tuttavia, conclude Seguin, il partito ha silenziosamente abbandonato i suoi riferimenti entusiastici ai governi di sinistra dell’America Latina. Ad esempio, invece di definire l’Argentina un “esempio di democrazia”, Iglesias ha affermato recentemente: “Il peronismo sembra estraneo a noi in Europa”. I motivi del cambiamento sono abbastanza chiari. In Spagna i media hanno una storia di demonizzazione di paesi come il Venezuela, che si tratti di El Pais o di pubblicazioni conservatrici, come El Mundo, ABC, e dell’emittente televisiva nazionale gestita dal Partito Popolare TVE. E l’opinione pubblica spagnola spesso si adegua alle coordinate politiche dei propri media. 

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