'Sanctions war': la Cina costruisce le sue regole e il petroyuan avanza

Dai decreti 834 e 835 allo yuan petrolifero: Pechino risponde alle pressioni USA con un'architettura legale ed economica alternativa

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'Sanctions war': la Cina costruisce le sue regole e il petroyuan avanza

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La visita del presidente statunitense Donald Trump a Pechino lo scorso 14 maggio, accompagnato da una delegazione di oligarchi USA, ha offerto uno spaccato rivelatore delle contraddizioni che attraversano i rapporti tra le due superpotenze. Washington è arrivata armata di dazi, sanzioni secondarie, tariffe portuali e minacce sui corridoi marittimi strategici. Eppure, la presenza degli stessi dirigenti d'impresa al fianco di Trump raccontava un'altra verità: gli Stati Uniti non possono escludere la Cina dall'economia globale senza colpire se stessi.

È proprio in questo contesto - scrive The Cradle - che va letta la nuova architettura legale varata da Pechino. Il 7 aprile 2026 il Consiglio di Stato cinese ha promulgato il Decreto n. 834, Regolamento sulla sicurezza delle catene industriali e di approvvigionamento, seguito pochi giorni dopo dal Decreto n. 835, Regolamento per contrastare la giurisdizione extraterritoriale straniera indebita. Entrambi sono entrati in vigore immediatamente, segnando un passaggio decisivo: dalla protesta reattiva alle ingerenze statunitensi a un quadro formale di contromisure, capace di rispondere a condotte commerciali, scelte di compliance normativa, conflitti legali transfrontalieri e tentativi stranieri di imporre regole unilaterali a soggetti cinesi.

In pratica, Pechino ha trasformato il regime sanzionatorio di Washington in un terreno di confronto giuridico, dotandosi di strumenti per rispondere a governi, imprese e istituzioni che applicano pressioni extraterritoriali. Una mossa che assume un significato particolare alla luce delle tensioni legate all'Iran e al ruolo del dollaro nel commercio energetico globale. Mentre Teheran mantiene la propria posizione sullo Stretto di Hormuz, prendono forma negoziati per scambi di petrolio regolati in yuan, in cambio di un transito sicuro attraverso lo stretto. Lo stesso parlamento iraniano ha approvato l'applicazione di pedaggi fino a 2 milioni di dollari per le navi petrolifere che transitano nello stretto, con ogni probabilità regolabili in yuan.

Secondo analisti di Deutsche Bank, il conflitto con l'Iran potrebbe rappresentare il momento di svolta per il petroyuan, segnalando un progressivo ridimensionamento del dominio finanziario statunitense e del ruolo di Washington come "poliziotto globale". Il petrodollaro resta infatti il fondamento del dollaro come valuta di riserva mondiale e lo strumento che consente agli Stati Uniti di trasformare le sanzioni in un'arma strategica. Di fronte a questa dinamica, il Tesoro americano ha rinnovato gli avvertimenti: qualsiasi istituzione finanziaria sorpresa a sostenere l'Iran rischia sanzioni secondarie. Una politica che, nelle parole di molti osservatori, assume i contorni di un vero e proprio bombardamento economico.

La risposta cinese non si limita alla retorica. Pechino non riconosce giuridicamente le sanzioni unilaterali, come stabilito dalla Legge anti-sanzioni straniere del giugno 2021, e i nuovi decreti consolidano questa posizione in un quadro normativo multilivello. Le imprese e gli individui cinesi possono ancora essere esclusi dai circuiti finanziari occidentali, ma lo Stato cinese non considera legittime tali misure e si rifiuta di applicarle. Se le istituzioni cinesi individuano modalità alternative per commerciare con soggetti sanzionati, il governo di Pechino non tratterà tali condotte come violazioni.

Da questa impostazione è nata una rete complessa, sviluppata insieme all'Iran, per regolare i pagamenti petroliferi al di fuori del sistema bancario internazionale. Si tratta di un meccanismo che combina baratto economico e investimenti strategici: in cambio di petrolio iraniano, imprese statali cinesi sostengono i settori dei trasporti, dell'energia e delle infrastrutture in Iran. Stime di intelligence indicano che in un solo anno sarebbero transitati circa 8,4 miliardi di dollari attraverso questo canale. Due pilastri sostengono questa architettura: Sinosure, l'agenzia statale di credito all'esportazione, e Chuxin, un'entità finanziaria semi-riservata che gestisce i flussi tra appaltatori cinesi e soggetti petroliferi iraniani, bypassando i circuiti monitorati dall'Occidente.

Il petrolio iraniano raggiunge la Cina attraverso rotte marittime articolate, con trasferimenti nave-nave e miscelazioni con altri greggi asiatici, rendendo complessa la tracciabilità dell'origine. In cambio, la Cina paga finanziando progetti di costruzione a lungo termine in Iran: aeroporti, raffinerie, autostrade. In sostanza, le infrastrutture diventano pagamento indiretto per le forniture energetiche. Questa cooperazione riflette un'alleanza economica mirata a ridisegnare il sistema finanziario globale, riducendo la dipendenza dall'Occidente e generando un ordine economico parallelo basato su beni, progetti e finanziamenti alternativi.

Un altro tassello di questo sistema è rappresentato da una sorta di sistema bancario ombra. Un'analisi del Tesoro statunitense ha rilevato che entità con sede a Hong Kong - in gran parte probabilmente società di comodo - hanno gestito nel 2024 attività finanziarie per 4,8 miliardi di dollari potenzialmente riconducibili a meccanismi di shadow banking iraniano. Anche diverse banche cinesi di minori dimensioni, con limitata esposizione globale, sono diventate canali privilegiati per queste operazioni. La Bank of Kunlun, sanzionata da Washington nel 2012 per servizi finanziari a istituti iraniani, è diventata proprio per questo un riferimento per gli scambi in yuan con Teheran.

Il trasporto di questo petrolio avviene attraverso la cosiddetta "flotta ombra": navi che cambiano nome, bandiera, segnali GPS, o che spengono i trasponditori per rendersi invisibili ai monitoraggi. Secondo TankerTrackers.com, oltre 1.470 petroliere rientrano oggi in questa categoria, rappresentando tra il 16 e il 20 per cento della flotta mondiale dedicata al trasporto di idrocarburi. Anche la flotta ombra russa opera sempre più in rubli o yuan, contribuendo al ridimensionamento del petrodollaro.

In questo scenario, Panama è emerso come punto di pressione strategico. La campagna statunitense per indurre il governo panamense a estromettere CK Hutchison, gruppo con sede a Hong Kong, dalla gestione di due porti sul Canale, va letta anche alla luce del ruolo che la bandiera panamense gioca tra le navi della shadow fleet. Se Washington controlla i principali chokepoint marittimi, può imporre sanzioni unilaterali con la forza, riservandosi la facoltà di applicare tariffe selettive. Trump ha già annunciato piani per introdurre "tariffe portuali" sulle navi costruite in Cina che transitano in porti sotto giurisdizione statunitense, con importi che potrebbero raggiungere 1,5 milioni di dollari per imbarcazione.

È in questo contesto che i decreti cinesi di aprile assumono il massimo rilievo. Nel caso panamense, la rivendicazione di motivi costituzionali per il sequestro dei porti rende più complessa una contestazione diretta da parte di Pechino. Tuttavia, Panama si espone ora a possibili conseguenze economiche previste dalla legge cinese: Pechino si riserva il diritto di rispondere con sanzioni proprie. L'avvertimento è rivolto anche a Washington: se gli Stati Uniti dovessero intensificare la pressione dopo le recenti azioni in Venezuela, Cuba, Iraq e Iran, la Cina dispone ora di un arsenale legale per replicare.

Parallelamente, il sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinese (CIPS), operativo al di fuori di SWIFT, consolida l'alternativa finanziaria che consente agli Stati di commerciare liberamente, sottraendosi al diktat finanziario occidentale. La guerra all'Iran ha portato alla luce un sistema finanziario parallelo, un'architettura costruita negli anni sotto la pressione delle sanzioni e ora spinta allo scoperto da ogni nuova minaccia statunitense. La direzione è chiara: verso un ordine economico multipolare, dove la sovranità delle scelte commerciali non dipenda più da un'unica valuta o da un unico centro di potere.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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