L'impatto di una lunga depressione per la zona euro

E' tempo per la Bce di considerare il quantitative easing (QE)

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L'impatto di una lunga depressione per la zona euro

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Rileggendo i dati molto preoccupanti della scorsa settimana  - con la Francia ad un passo dalla recessione, i segni di ripresa per l'Italia già spariti e la Germnia che ha perso il suo ruolo da locomotiva -  Wolfgang Munchau sostiene come alla zona euro attenda un lungo periodo di bassa crescita ed inflazione eccessivamente bassa.
 
In questo quadro la Banca centrale Europea dovrebbe e potrebbe tagliare nuovamente i stassi d'interesse. La zona euro ha bisogno di nuova linfa, ma l'azione della Bce non è sufficiente: in una situazione di “ritorni marginali” con i mercati che ragionano ad una settimana, tassi più bassi oggi non hanno impatto sui tassi di lungo periodo. E se Mario Draghi vuole compiere un passo davvero utile, sostiene il Columnsit del Fiancial Times deve contemplare il Quantitative easing - l'alleggerimento quantitativo, vale a dire una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta attraverso operazioni di mercato aperto nel sistema finanziario ed economico. 
 
Ci sono tre ragioni per cui la Bce deve agire in modo non convenzionale: in primo luogo, la previsione economica ed i rischi di deflazione. Il punto di riferimento deve essere il target da rispettare del 2% e con una percentuale attuale oggi allo 0.7 non c'è più tempo da perdere. In secondo luogo, la ancanza di ulteriori strumenti politici a disposizione.  Con un tasso dello 0,25%, il tasso di deposito delle banche commerciali nella Bce è praticamente zero. La Bce potrebbe tagliare il suo tasso principale ancora ed imporre tassi di deposito negativi. A quel punto non avrebbe altri strumenti da attuare e sarebbe nello stallo più totale. In terzo luogo, la promessa di Draghi di prestatore di ultima istanza fatta lo scorso anno. L'OMT ha certamente calmato i mercati nell'ultimo anno, ma non è, prosegue Munchau, uno strumento di politica monetaria, è piuttosto una rassicurazione verso gli investitori che ha ridotto la possibilità che un paese fosse costretto ad uscire dalla zona euro. Lo scopo non è quello di salvare il paese ma ridurre il tasso di medio lungo periodo in settori specifici dell'economia.
 
Anche se il QE e l'OMT differiscono, prevedono entrambi programmi di acquisti di asset: se l'OMT dovesse perdere di credibilità – ad esempio per una sentenza della Corte costituzionale tedesca prevista a breve che dovesse certificare la violazione delle norme tedesche - la Bce ha bisogno di un piano B in mano. Ed il Qe è proprio quel piano B, perchè ha il vantaggio di non essere legalmente attaccabile:  a differenza dell'OMT, infatti, non può essere frainteso per una monetizzazione illegale dei debiti sovrani, in quanto fissa specifici target di securities senza il pregiudizio delle loro origini nazionali.
 
Sicuramente un QE è difficile da attuare in un'unione monetaria con mercati frammentati, ma la Bce potrebbe acquisire i bond sovrani e delle aziende o potrebbe utilizzare uno schema, simile al Funding for Lending programme della Banca d'Inghilterra, per assistere il prestito delle banche. Una volta che i tassi arrivano vicini allo zero, il QE è lo strumento più efficace. Non è certo la cura di tutti i mali ed il caso degli Stati Uniti lo dimostra ampiamente. Ma l'alternativa è peggiore: senza un tale programma, conclude il Columnsit del Financial Times, l'economia della zona euro rischia di assestarsi per un periodo prolungato in una fase di assenza di crescita e bassissima inflazione, o anche deflazione. E se uno si preoccupa dell'impatto del QE sulla stabilità finanziaria, dovrebbe prima considerare l'impatto di una lunga depressione.

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