Nuovi riservisti e mobilitazione d'autorità: come cambia l'Esercito italiano con il nuovo decreto
Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro Studi Politico-Sindacale
Il Governo prosegue l'opera di profonda revisione dell’ordinamento delle Forze Armate. L'anno in corso si era aperto con il D. Lgs. 58/2026 che, sbloccando l’assunzione di nuovi graduati nell’Esercito, rappresentava tuttavia un intervento circoscritto e apparentemente "disorganico" rispetto all’azione complessiva dell'esecutivo. Non è un caso, infatti, se in questi giorni ha iniziato a circolare una nuova bozza di Disegno di Legge (DdL) che introduce mutamenti strutturali ben più rilevanti nel comparto militare.
Il nuovo provvedimento punta a due obiettivi strategici:
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Costituire tre nuove forze operative di riserva per l'Esercito.
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Ottenere una delega parlamentare per ampliare massicciamente il numero di militari in servizio.
Rispetto alla versione circolata a inizio maggio, scompare la revisione ordinamentale immediata dei gradi e dei corpi (la proposta originaria prevedeva, ad esempio, l'istituzione di un “Comando interforze Cyber Intel” per la guerra cibernetica). Tuttavia, la delega richiesta permetterà comunque al Governo di legiferare su questi temi nel corso del prossimo anno.
Escono dal testo, fortunatamente, alcune prescrizioni critiche: dalla deroga alle norme sulla valutazione di impatto ambientale per i progetti militari, fino all'autorizzazione di una contabilità speciale per le forniture belliche agli Stati esteri. È probabile, però, che l'esecutivo deciderà di normare queste materie in successivi provvedimenti.
I. Le tre nuove forze operative di riserva
Il DdL delinea la creazione di tre nuovi corpi militari. I primi due, la «riserva operativa» e la «riserva volontaria specialistica», saranno composti prevalentemente da personale già formato in congedo (da non più di cinque anni): ufficiali di complemento e volontari in ferma per la prima; ufficiali marescialli, sergenti e graduati di complemento per la seconda. Per incentivare il distacco temporaneo dal posto di lavoro civile, il testo introduce l'esonero contributivo totale (100%), sia per il datore di lavoro che per il dipendente.
Entrambe le riserve saranno vincolate agli articoli 89 e 1929-bis del D. Lgs. 66/2010. Ciò significa che, oltre ai compiti ordinari (difesa dello Stato, calamità pubbliche, cooperazione internazionale), i riservisti potranno essere mobilitati «d’autorità e senza limiti temporali» in caso di stato di guerra o di grave crisi internazionale. Si tratta, a tutti gli effetti, dell'istituzione di due nuovi corpi militari pronti all'impiego.
La terza forza è la «riserva territoriale», che presenta caratteristiche parzialmente diverse. Pensata per strutturare «un bacino di personale radicato sul territorio nazionale» da impiegare nella gestione di emergenze, soccorso e assistenza, sarà composta da soldati semplici (o avieri). Si tratterà di volontari in ferma prefissata che, concluso il servizio, sono tornati alla vita civile. Sebbene il DdL non la vincoli direttamente agli obblighi di difesa dello Stato, ne prevede comunque un potenziale utilizzo militare, compreso lo schieramento e l'addestramento fuori dalla regione di assegnazione o in missioni all'estero.
Tutti e tre i corpi potranno essere richiamati in servizio direttamente dall'Esecutivo in «situazioni di grave crisi» per garantire la sicurezza nazionale e dei confini. In questo scenario, la mobilitazione verrebbe decretata dal Governo, mentre le Camere si limiterebbero a esprimere atti di indirizzo. Sebbene la Costituzione richieda l'approvazione del Parlamento per la dichiarazione di guerra formale, la legislazione vigente concede già ampi poteri all'esecutivo per mobilitare i riservisti in caso di crisi internazionale. Se il DdL venisse approvato, la forza operativa direttamente gestibile da Palazzo Chigi aumenterebbe in modo esponenziale. Ma di quali numeri parliamo?
II. La delega al Governo e l'aumento degli organici
Attraverso la delega parlamentare, il Governo punta a un «progressivo incremento dell’organico complessivo non superiore a 40.000 unità» entro il 31 dicembre 2033, a cui si aggiungeranno 2.600 nuovi Carabinieri. Parliamo di un aumento netto compreso tra il 20% e il 25% dell'intero personale militare attualmente impiegato in Esercito, Marina e Aeronautica.
Lo strumento della delega permetterà a Giorgia Meloni di emanare decreti legislativi che bypassano il voto finale del Parlamento, richiedendo soltanto il parere consultivo delle commissioni competenti. Resta da capire come verranno ripartiti questi 40.000 ingressi e quanti confluiranno nelle riserve.
La delega, inoltre, richiede — in modo sintetico e quasi "oscuro" — il «superamento dei limiti e meccanismi di cui alla legge 31 dicembre 2012, n. 244». Questa legge è nota per aver avviato la razionalizzazione dello strumento militare e la riduzione degli organici. Resta da vedere se l'esecutivo intenda smantellarla per accentrare ulteriori poteri di gestione nelle mani dei ministeri o se la modifica miri a stravolgere i vecchi vincoli di reclutamento, avanzamento di carriera e snellimento gerarchico.
Verso l'economia di guerra
L'obiettivo di fondo appare chiaro: potenziare e ampliare la struttura delle Forze Armate per costruire una macchina bellica capace di assorbire l'incremento di investimenti richiesto dalla NATO (il target del 2% del PIL). L’Italia ha storicamente faticato a raggiungere questo standard, frenata sia dal proprio tessuto economico-imprenditoriale, sia da carenze strutturali e di personale militare.
L'ampliamento degli organici è solo il tassello di un mosaico geopolitico e industriale molto più vasto. In questa stessa direzione vanno lette:
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La norma che consente la riconversione delle industrie civili a fini militari (L. 199/2025).
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L’accordo strategico tra Leonardo e Rete Ferroviaria Italiana (RFI) per la sicurezza e la logistica delle infrastrutture.
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I progetti per uno scudo missilistico europeo e la costellazione italiana di satelliti a orbita bassa per garantire la resilienza delle comunicazioni in caso di conflitto.
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Le sinergie e i protocolli tra la fondazione Med-Or (Leonardo) e le università italiane.
Persino l'insistenza retorica sulla centralità delle materie STEM nei percorsi scolastici sembra tradire una progressiva finalizzazione bellica della ricerca e delle competenze. Un quadro complessivo che spinge il Paese verso una transizione strutturale: la preparazione a uno scenario di guerra globale.


