Può il Venezuela costituire un’emergenza nazionale per gli USA?

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Può il Venezuela costituire un’emergenza nazionale per gli USA?

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In un articolo su Le Monde Diplomatique di marzo, Ignacio Ramonet, giornalista di tutto rispetto, ma colpevole di essersi lasciato irretire dalle sirene di Fidel Castro e di Hugo Chávez, ci racconta i particolari dell’ultimo piano per cacciare il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, dal suo scranno guadagnato attraverso elezioni vinte di misura nel delicato e difficile periodo appena successivo alla morte di Hugo Chávez.
 
Ramonet ci racconta del Tucano, l’aereo artigliato in dotazione delle Forze Aeree venezuelane, che avrebbe dovuto bombardare il Palazzo di Miraflores, il Ministero della Difesa e gli studi di TeleSUR, il 12 febbraio scorso. Un anno fa, fra febbraio e maggio, un altro tentativo, denominato Golpe azul, ha messo a ferro e a fuoco il paese con lo scopo dichiarato e frustrato di cacciare Maduro all’interno del progetto chiamato “La Salida”, l’uscita (si intende del Presidente eletto dal suo seggio). Un video del generale Oswaldo Hernández Sánchez, soprannominato L’Orso, in carcere per sedizione e la pubblicazione del manifesto delle intenzioni dei pushisti avrebbe dovuto accompagnare il volo del Tucano in questa “Operazione Gerico”. Sono accusati di essere i registi di questo progetto, il sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, già in carcere, e il deputato dell’opposizione Julio Borges con la consulenza di funzionari dell’ambasciata statunitense in Venezuela. Tutto questo è stato spiegato nei dettagli dallo stesso Maduro e dal ministro Diosdato Cabello ma, scrive Ramonet, “i mezzi di comunicazione internazionale hanno dato poco credito a questo annuncio di tentativo di colpo di Stato. Questa ‘incredulità’ fa parte – da quindici anni – della strategia dei grandi mezzi di comunicazione dominanti in guerra contro la rivoluzione bolivariana, per screditarne le autorità.
 
Indifferente a questo atteggiamento ostile, il presidente Maduro ha continuato a spiegare, con perseveranza pedagogica e con ogni genere di prova, come, dalla morte di Hugo Chávez (esattamente due anni fa) e dall’elezione (il 14 aprile 2014), è in atto un ‘golpe lento’, per cacciarlo”.
 
A riprova della validità dell’amaro commento di Ramonet rispetto alla posizione dei grandi mezzi di comunicazione internazionale, sul quotidiano di Madrid – in particolare sull’edizione per le Americhe – l’8 marzo scorso, il Premio Nobel per la Letteratura, il peruviano Mario Vargas Llosa, si scatena in un editoriale contro i governi dell’America Latina che puzzano di sinistra. Dopo aver affermato che “A Nicolás Maduro non trema la mano quando deve far scorrere il sangue dei suoi compatrioti”, il prestigioso scrittore annota: “Benché molte cose siano cambiate in meglio in America Latina negli ultimi decenni – ci sono meno dittature che nel passato, una politica economica più libera e moderna, una riduzione notevole dell’estrema povertà e una crescita notevole della classe media -, il suo sottosviluppo culturale e civile è ancora molto profondo e si rende evidente nel caso del Venezuela: piuttosto che essere accusati di essere reazionari e ‘fascisti’, i governanti latinoamericani che sono arrivati al potere grazie alla democrazia, sono disposti ad incrociare le braccia e a guardare dall’altra parte mentre una banda di demagoghi consigliati da Cuba nell’arte della repressione, spingono il Venezuela verso il totalitarismo. Non si rendono conto che il loro tradimento agli ideali democratici apre le porte a un domani dove anche i loro paesi saranno vittime di questo processo di distruzione delle istituzioni e delle leggi che sta portando il Venezuela all’orlo del precipizio, cioè a diventare un’altra Cuba e a sopportare, come l’isola del Caribe, una lunga notte di più di mezzo secolo di ignominia”.
 
Gli fa eco, qualche giorno dopo, sullo stesso quotidiano campione della crociata contro i presidenti disobbedienti al consenso di Washington, il cubano Antonio José Ponte che accusa l’imperialismo cubano di tutti i mali del subcontinente e approfitta per imputare a Raúl Castro l’intenzione perfida di “rallentare” i negoziati per porre fine all’embargo per la trita ragione che sarebbe un alibi perfetto dei fratelli Castro per mantenere il paese sprofondato nella miseria e per esercitare il loro “imperialismo”.
 
Ma nella stessa giornata, 10 marzo, il Presidente Barak Obama, lancia l’allarme al paese “per un’emergenza nazionale rispetto alla minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti prodotta dalla situazione in Venezuela”. Il governo venezuelano viene accusato di violare i diritti umani nel reprimere i movimenti di piazza dallo scorso anno ad oggi, quando un giovane minorenne è stato ucciso da un poliziotto, già condannato per questo. Obama sembra non prestare troppa attenzione a quanto sta accadendo nelle strade del suo paese, dove nelle ultime settimane non pochi cittadini di colore sono stati brutalmente uccisi da poliziotti armati.
 
Il Granma, il quotidiano del partito Comunista cubano che non gode di alcun prestigio fra i grandi media, pone sommessamente questa domanda: “In che modo il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi strategiche e senza impiegare risorse né funzionari per cospirare contro l’ordine costituzionale statunitense, la dichiarazione sembra poco credibile e mette a nudo gli scopi di chi l’ha emessa. Inoltre, una simile dichiarazione in un anno in cui si devono tenere le elezioni legislative in Venezuela, conferma ancora una volta il carattere di ingerenza della politica estera statunitense”. 

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