Il miraggio di un accordo sui confini sudanesi

Neanche la minaccia di sanzioni Onu ha rotto la stasi dei negoziati tra Khartoum e Juba ad Addis Abeba. Il futuro delle trattative ed i rischi di una nuova guerra

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Il miraggio di un accordo sui confini sudanesi

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La road map dell’Unione Africana e la Risoluzione 2046 delle Nazioni Unite avevano aggiornato al 22 settembre il termine ultimo per Sudan e Sudan del Sud per dirimere tutte le questioni non regolate a seguito dell’indipendenza del Sudan del Sud nel luglio 2011. In particolare, la Risoluzione 2046 poneva l’accento su alcune questioni “critiche”: le dispute energetiche relative alle tasse sul passaggio degli idrocarburi, lo status dei cittadini nei due Paesi, le dispute territoriali sulle ricche aree petrolifere di confine e lo status della regione di Abyei, attualmente controllata da Forze di pace etiopi. L’African Union High Level Panel on Sudan, istituito nel 2009,  aveva anche proposto la creazione di una zona demilitarizzata tra i due Paesi, funzionale tra le altre cose a porre fine all’azione di gruppi ribelli armati (SPLM –n) nel Darfur, nel Blue Nile e nel Sud Kordofan che il Sudan ritiene essere sostenuta da Juba. Gli scontri tra l’ Esercito sudanese e questi gruppi stanno comportando un deterioramento della situazione umanitaria.
 
I negoziati di Addis Abeba. Un mancato accordo comporterebbe l’adozione di misure “non implicanti l’impiego della forza armata” previste dall’art. 41 del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.
I negoziati sono proseguiti a rilento, conoscendo diverse battute d’arresto e Khartoum e Juba sono state più volte sull’orlo di una nuova guerra, soprattutto nel marzo scorso quando le truppe del Sud hanno brevemente preso controllo del giacimento petrolifero di Heglig, portando Khartoum a  rispondere militarmente.
Le numerose aspettative nutrite nei confronti del vertice tra Omar al - Bashir e Salva Kiir, in corso ad Addis Abeba, nascono dalla  considerazione che molte delle questioni in sospeso potranno essere risolte solo da una chiara volontà politica. I due Presidenti stanno anche sperimentando i costi economici, politici e sociali dei cattivi rapporti tra i due Paesi, soprattutto il Sudan dove la posizione di Bashir risulta notevolmente indebolita sia a livello di consenso popolare, sia a livello politico interno che sul piano internazionale.
 
L'Accordo petrolifero. Il 3 agosto Thabo Mbeki annunciava che le delegazioni di Sudan e Sudan del Sud avevano raggiunto un accordo sulle tasse di passaggio degli idrocarburi e su altre condizioni finanziarie. Secondo l’accordo, i cui dettagli restano poco chiari, Juba pagherebbe 11$ in tasse di trasporto per il petrolio proveniente dallo Unity State e 9,10$ per quello proveniente dall’Upper Nile State. In più verserebbe circa 3,2 miliardi di $ a titolo di risarcimento per le perdite registrate da Khartoum in seguito alla secessione del Sud Sudan. Nel gennaio 2012 il Sudan del Sud aveva interrotto la produzione petrolifera a causa della confisca di petrolio da parte sudanese per il pagamento di tasse non versate. Dall’indipendenza Juba detiene il 75% delle risorse petrolifere mentre le infrastrutture per il trattamento e il transito del petrolio si trovano a Nord. Il terminale di Port Sudan, sul Mar Rosso, è l’unico sbocco per il petrolio del Sud Sudan che, per svincolarsi da Khartoum, ha sottoscritto un memorandum d’intesa con il Kenya per la costruzione di un oleodotto con sbocco sul porto kenyano di Lamu.
 Il 4 agosto Nafie Ali Nafie, vice presidente del partito di governo sudanese, ha però precisato che l’accordo sarebbe entrato in vigore solo dopo il raggiungimento di un’intesa in merito alle questioni territoriali e di sicurezza. Entrambi i Paesi hanno interesse nei proventi del petrolio in quanto svolgono un ruolo importante nelle economie domestiche. L’accordo, sebbene provvisorio, era stato motivato sia dal deterioramento delle due economie nazionali, a cui i governi hanno fatto fronte varando piani di austerity mal recepiti dalla popolazione, sia dalle pressioni della Comunità Internazionale che, specialmente in un periodo di crisi economica, ma tollera le turbative del mercato petrolifero mondiale. Il blocco della produzione aveva turbato in particolar modo la Cina, prima importatrice del petrolio sud sudanese.
 
Le dispute territoriali irrisolte. Nell’ultimo ciclo di colloqui, le parti non erano ancora riuscite ad accordarsi né sulle cinque aree di confine contese, né sulla creazione di una zone demilitarizzata né sul meccanismo congiunto di verifica e monitoraggio dei confini poiché il Sudan era riluttante ad accettare la mappa che l'UA aveva proposto come base dei negoziati sulle zone di confine. Il Sudan contestava in particolare l’inclusione nella zona demilitarizzata dell’area di “Bahr al Arab “, lunga 14 miglia, da qui la denominazione “14 Mile”,   poiché appartenente al Sudan dal 1956. 
 
La stasi attuale e sviluppi possibili della crisi. Dopo la sospensione dei negoziati per il mese del Ramadan e i funerali di Stato del Premier etiope Males Zenawi, le consultazioni tra Sudan e Sudan del Sudan sono riprese il 4 settembre ad Addis Abeba. Il primo risultato positivo è stato il raggiungimento di un Accordo sulle “quattro libertà” che consentirà ai cittadini dei due Paesi di godere di libertà di residenza, di movimento, di intraprendere attività economiche e acquistare e disporre di proprietà private.  Poche ore prima della scadenza fissata dall’ONU, il Ministro della Difesa sudanese aveva dichiarato che il governo di Khartoum avrebbe acconsentito ad includere l’area “Mile 14” nella zona demilitarizzata, in cambio di qualche rassicurazione in tema di sicurezza. Dal 24 settembre sono in corso i colloqui tra i due Presidenti, focalizzati sulla questione del “Mile 14” e di Abyei.
 
Il nodo Abyei. Su Abyei la proposta dell’UA era quella di indire, nell’ottobre 2013, un referendum che ne decretasse l’appartenenza territoriale, già più volte rinviato in passato. La proposta riconosce diritto di voto alla popolazione sud sudanese dei Ngok Dinka e ai pochi residenti permanenti della tribù nomade dei Misseriya che abbiano vissuto nella regione per un periodo non inferiore ai tre anni. Il Sudan vorrebbe che i suoi cittadini Missiriyah partecipassero al referendum, mentre Juba pretende l’applicazione di quanto deciso dal Tribunale Internazionale d’Arbitrato nel 2009 e non riconosce ai Missiriyah il diritto a partecipare al referendum in quanto cittadini sudanesi.

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