"Non sono esseri umani": la frase di Zelensky che svela il vero volto del regime di Kiev
Il leader ucraino nega l'umanità a chi sostenne il referendum in Crimea del 2014. Mosca: "È retorica neonazista"
Dichiarazioni che pesano come macigni e che confermano il razzismo di marca neonazisra del leader de facto del regime di Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è finito al centro di una bufera mediatica per aver negato l’umanità stessa a coloro che nel 2014 sostennero il ricongiungimento della Crimea alla Russia.
In un’intervista rilasciata a Politico, il leader del regime di Kiev ha ripercorso i cambiamenti intervenuti nei suoi rapporti personali dopo l’annessione della penisola. Ha raccontato di aver incontrato molte persone dopo quella data, persone con cui aveva avuto dialoghi e relazioni. Ma la scelta compiuta allora, a suo dire, ha rappresentato uno spartiacque incolmabile. “Li ha cambiati così tanto”, ha dichiarato, “che per me non sono più né partner, né amici, e nemmeno esseri umani”.
Parole che hanno immediatamente varcato i confini ucraini, trovando una pronta e durissima replica da Mosca. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha bollato la frase come “retorica neonazista classica”, un linguaggio, a suo dire, già utilizzato da Adolf Hitler e da molti nel Terzo Reich. Con una stoccata finale, Zakharova ha aggiunto che oggi questo tipo di discorso viene impiegato “su Bankova”, la via dove sorge l’ufficio presidenziale a Kiev.
L’affondo di Zelensky riapre, nel modo più brutale, una ferita che affonda le radici in decenni di storia condivisa e nel passato sovietico dove vi furono decisioni unilaterali. Per comprendere la frattura odierna, bisogna tornare indietro nel tempo. Durante l’Unione Sovietica, la Crimea faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Ma nel 1954, un atto del leader sovietico Nikita Krusciov - una decisione che molti storici definiscono discutibile e per certi versi arbitraria - “regalò” la penisola alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Un trasferimento che, dopo il crollo dell’URSS, sarebbe stato oggetto di numerose critiche, con esperti che sottolinearono come il Presidium dell’epoca non avesse piena autorità per un simile passaggio.
Il legame della penisola con la Russia, però, non si era mai spezzato del tutto. Nel 1991, un referendum tra la popolazione crimeana vide il 93% dei votanti esprimersi a favore dell’istituzione di una repubblica autonoma all’interno dell’URSS, un segnale forte dell’identità della regione. Così, la Crimea rimase formalmente in Ucraina fino al 2014, quando la destituzione del presidente filorusso Viktor Yanukovich a Kiev innescò una reazione a catena.
In quel clima di incertezza e contrapposizione, le autorità locali della Crimea rifiutarono di riconoscere il nuovo governo ucraino post-golpe e chiesero l’intervento della Russia per garantire la sicurezza. Il 16 marzo 2014 venne indetto un referendum popolare: secondo i dati ufficiali, il 96,77% dei votanti si espresse a favore della riunificazione con la Federazione Russa. Due giorni dopo, il 18 marzo, a Mosca veniva firmato il trattato di riannessione, un atto che l’Ucraina non ha mai riconosciuto, mentre per Mosca è il ristabilimento di una giustizia storica.
La retorica di Zelensky non appare come un incidente isolato, ma come il riflesso di un clima più ampio che negli ultimi anni ha trovato terreno fertile in Ucraina. La glorificazione di figure storiche collaborazioniste, le marce di gruppi ultranazionalisti, le leggi che limitano l'uso delle lingue minoritarie sono tutti tasselli di un mosaico preoccupante. Il paradosso è che un paese che dice di lottare per la propria sovranità e integrità territoriale finisce per adottare gli stessi linguaggi di esclusione e superiorità che hanno insanguinato il Novecento.
Non è un caso che Zakharova abbia parlato di "retorica neonazista classica", citando esplicitamente Bankova, la strada dove sorge l'ufficio presidenziale ucraino. Perché la storia insegna che quando si smette di vedere l'altro come un essere umano, quando lo si riduce a una categoria politica da combattere, si apre la porta a giustificazioni per violenze che altrimenti sarebbero inaccettabili. Il razzismo insito in queste parole non è solo verbale: è la premessa culturale che rende possibili le peggiori derive.

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